Cosa accadrà al Monte dei Paschi di Siena?

Cosa accadrà al Monte dei Paschi di Siena?
Mi sono occupato per diverse puntate della nuova ondata della tempesta perfetta, cercando, spero con successo, di indicarne le cause profonde, così come ho ficcato il naso nei guai degli altri, indicando i rischi cui vanno incontro gli azionisti, gli obbligazionisti e i depositanti per la parte superiore ai 100 mila euro per deposito (al proposito, riporto le stime di un eventuale bail in a carico dei soggetti summenzionati che sarebbero pari a 130 miliardi di euro per Deutsche Bank e a 165 miliardi per i loro omologhi in BNP Paribus, solo per citare le due maggiori banche globali del continente europeo); è ora quindi di volgere il naso verso i guai di casa nostra e occuparmi di quel grosso problema insoluto rappresentato dalla banca Monte dei Paschi di Siena, un gruppo che vede indagati in diversi gradi di giudizio ex top manager, inclusi presidente e direttore generale e esponenti di primo piano di Deutsche Bank e di Nomura che li avrebbero aiutati a confondere le acque via opportuni derivati dai nomi alquanto fantasiosi.
Oggi, il gruppo bancario senese è guidato da una persona che nell’ambiente gode di una solida reputazione e avente fama di integrità, Fabrizio Viola, un manager che non ebbe timori a schierarsi contro il sistema consociativo esistente in Banca Popolare di Milano e che, come è ovvio, ne uscì con le ossa rotte, ma che trovò posti al vertice in diverse banche senza dover inviare il curriculum e che poi fu chiamato come numero uno operativo in quel di Siena in assenza di concorrenti spaventati dal buco nero, e non solo dal punto di vista contabile in cui era sprofondata la banca, tirandosi dietro l’omonima Fondazione i cui vertici del tempo ancora si mangiano le mani per non aver venduto le quote per tempo.
Su Mps, come ben sanno i lettori più assidui del diario della crisi finanziaria, credo di avere a quel tempo detto tutto, compreso il nome del gruppo bancario europeo che avrebbe avuto tutto l’interesse e la convenienza a portare il gruppo bancario senese a nozze, nonostante o forse proprio per i guai combinati dai vecchi dirigenti con l’iperpagata e sfortunata operazione di acquisizione di Antonveneta, una banca che il vecchio Botin, patron del Santander, comprò e vendette in un notte guadagnando dai 2 ai 3 miliardi.
In quelle puntate di qualche anno fa, indicavo in BNP Paribus il candidato alle nozze e, anni dopo, quando tutto o quasi è cambiato nel settore creditizio italiano ed europeo continuo a vederla come la soluzione più logica, anche se mi consento da solo di formulare un sommesso consiglio a Laurent Bonaffé, CEO del gruppo transalpino, ed è quello di tenersi stretto Fabrizio Viola anche, e forse soprattutto, se non ha fama di essere un signorsì.
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