Caso Cucchi, sarà vera svolta? Cinque Carabinieri indagati, si apre un nuovo capitolo giudiziario

Caso Cucchi, sarà vera svolta? Cinque Carabinieri indagati, si apre un nuovo capitolo giudiziario

A poche ore dall’udienza in Cassazione sul caso di Stefano Cucchi, udienza fissata sulla legittimità della sentenza del 31 ottobre 2014 con cui la I Corte d’Assise d’appello di Roma assolse tutti gli imputati nel processo. Si registra una vera e propria svolta, visto che rispetto a quanto è stato ‘fissato’ dai giudici d’appello, sono state certificate delle novità giudiziarie fondamentali, per arrivare alla soluzione definitiva del caso. Sulla morte del ragazzo contrastanti erano stati gli esiti del giudizio di primo grado rispetto a quello d’appello. Nel giugno 2013 la III Corte d’assise di Roma condannò per omicidio colposo i medici del ‘Pertini’: il primario del reparto protetto per i detenuti, e quattro medici. Ad ottobre del 2014 i giudici ribaltarono però la sentenza, con l’assoluzione di tutti gli imputati. Contro questa sentenza, la Procura generale e i familiari di Cucchi hanno depositato, come detto, ricorso in Cassazione.

Cinque carabinieri indagati per lesioni personali aggravate e falsa testimonianza

Prima dell’udienza la svolta, con 5 i militari dell’Arma dei Carabinieri finiti sotto inchiesta. Tre militari sono indagati per lesioni personali aggravate e uno per falsa testimonianza. Nel mirino della Procura era già finito nei giorni un maresciallo a capo della caserma dove Cucchi venne portato la sera dell’arresto. “Tra qualche giorno sarebbe scattata la prescrizione – commenta Ilaria, sorella di Stefano – e tra qualche giorno è l’anniversario della morte di mio fratello. Sono sempre più convinta che certe cose non accadono mai per caso…”.

La ricostruzione di una storia difficile anche da raccontare

 Ma per comprendere meglio di cosa stiamo parlando ecco la ricostruzione completa e sintetica di una caso che ha diviso, anche politicamente, l’opinione pubblica e che solo nell’ultimo periodo, grazie all’impegno della sorella Ilaria, si sta chiarendo. Stefano Cucchi, geometra romano di 32 anni, viene arrestato nella Capitale la sera del 15 ottobre 2009 per possesso di sostanze stupefacenti. Aveva con sé 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Quella notte, intorno all’1.30, i carabinieri che lo hanno arrestato lo accompagnano a casa per perquisire la sua stanza. Non trovando altra droga lo riportano in caserma con loro e lo rinchiudono in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. 

La mattina successiva è tempo del processo per direttissima. Stefano ha difficoltà a camminare e parlare e mostra evidenti ematomi agli occhi e al volto, segni di un pestaggio che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalida l’arresto e fissa una nuova udienza. Nell’attesa, Stefano Cucchi viene rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. 

Lì, quella stessa sera, le sue condizioni di salute peggiorano e viene trasportato all’ospedale Fatebenefratelli per essere visitato. Il referto è chiaro: lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale. Viene chiesto il ricovero, ma Stefano rifiuta insistentemente e viene rimandato in carcere. 

Le condizioni si aggravano e si rende necessario il ricovero all’ospedale Sandro Pertini. Lì, la sera del 22 ottobre, una settimana dopo l’arresto, Stefano Cucchi muore. Solo a quel punto i suoi familiari riescono a ottenere l’autorizzazione per vederlo. Comincia un calvario investigativo e giudiziario che, nel gennaio 2011, porta al rinvio: sei medici dell’ospedale Sandro Pertini, e tre guardie carcerarie. 

Si arriva così al maxi processo – 45 udienze, 120 testimoni, perizie e super perizie – che si conclude il 5 giugno 2013 con la condanna per omicidio colposo dei sei medici dell’ospedale Pertini di Roma (da 8 mesi a 2 anni di carcere) e con l’assoluzione degli altri sei indagati. La famiglia del giovane è convinta che la morte di Stefano sia stata una conseguenza di un pestaggio avvenuto in carcere, ma i giudici di Roma sembrano pensarla in modo diverso. Il ricorso in appello, a questo punto, sarà inevitabile. Poi la svolta con quanto detto all’inizio e con i probabili, conseguenti, provvedimenti dell’autorità giudiziaria.

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