Ruling Tax: un rapporto americano accusa le grandi multinazionali di aver evaso il fisco per 2000miliardi di dollari

Ruling Tax: un rapporto americano accusa le grandi multinazionali di aver evaso il fisco per 2000miliardi di dollari

I critici del capitalismo finanziario come Luciano Gallino o Thomas Piketty denunciano da anni il drenaggio di ingenti risorse economiche a livello globale dalla produzione e dal lavoro ad investimenti esclusivamente finanziari che producono profitti frodando il fisco, con la complicità dei cosiddetti paradisi fiscali. Perciò quella che sta facendo indignare gli americani in queste ore, per noi europei non è una vera e propria notizia, ma la conferma di quanto già si sapeva. Una Organizzazione non governativa americana, la Citizens for Tax Justice ha pubblicato un rapporto interessante su come le multinazionali frodano il fisco drenando risorse nei paradisi fiscali.

Secondo questo rapporto, nel 2014, le multinazionali americane hanno nascosto al fisco 2100miliardi di dollari. Per fare un raffronto concreto, il Pil annuale italiano si aggira attorno ai 1800 miliardi di dollari l’anno. La Apple, la multinazionale più capitalizzata al mondo, ha creato una riserva di 181,1 miliardi di dollari nei paradisi fiscali, attraverso le sue filiali. Il gruppo di Tim Cook precede la General Electric e la Microsoft, che hanno esportato rispettivamente 119 e 108 miliardi di dollari. In un anno, secondo questo rapporto, la Apple ha incrementato di 70 miliardi di dollari la sua riserva, depositandola soprattutto in Irlanda. Con questa prassi, la Apple da sola ha evaso imposte per 60 miliardi di dollari, avendo pagato appena il 2% di tassa sui profitti.

Nel 2007, la Microsoft possedeva dozzine di filiali nei paradisi fiscali. Oggi le filiali si sono ridotte a cinque, ma l’incremento del drenaggio di risorse è notevole: dai 7,5 miliardi del 2007 ai 108 di oggi. La Microsoft è accusata dal rapporto di aver evaso imposte per 34,5 miliardi di dollari, avendo pagato appena il 3% nei paradisi fiscali. Lo stesso Wall Street Journal ha denunciato il fatto che il 90% di questo denaro trasferito all’estero viene reinvestito in patria con l’acquisto di buoni del Tesoro. Ciò permette alle imprese di sfruttare la stabilità finanziaria americana senza dover sborsare un centesimo di imposte.

Secondo l’Ocse le pratiche di ottimizzazione fiscale delle multinazionali farebbero perdere tra 90 e 210 miliardi di euro di media a ciascuno stato europeo ogni anno. Il punto sostanziale è che quando il potere politico decide di intervenire cercando di mettere un freno a queste pratiche, ecco che spuntano lobby aperte e segrete, che con la forza del denaro bloccano qualunque tentativo. È accaduto negli Usa di Obama, accade oggi nella Unione europea, dove lo scandalo lussemburghese di Luxleakes ha aperto un varco di verità sui privilegi fiscali concessi da Juncker alle multinazionali quando era premier di quel paese. Appena pochi giorni fa, il 21 ottobre, la Commissione europea ha previsto un’ammenda per Fiat Finance and Trade, con sede in Lussemburgo, e per Starbucks, con sede in Olanda per aver palesemente contravvenuto alle regole fiscali europee. Si tratta però di granelli di sabbia in un sistema gigantesco e globale che usa la cosiddetta “ruling tax”, il privilegio fiscale, che consente attraverso la costituzione di filiali, di pagare pochissime imposte.

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