Renzi lancia la campagna d’autunno contro i sindacati. La Repubblica gli dà una mano e censura la Cgil

Renzi lancia la campagna d’autunno contro i sindacati. La Repubblica gli dà una mano e censura la Cgil

All’esame per diventare giornalista con l’iscrizione all’Ordine non  manca mai, o quasi, una domanda sul diritto di rettifica, un caposaldo della deontologia professionale. È prevista dalle leggi sulla stampa e su tutti i mezzi di comunicazione, e dalla “carta dei doveri” del  giornalista. La pubblicazione della rettifica dovrebbe avvenire entro  quarantotto ore dalla richiesta con caratteristiche grafiche, metodologia di accesso al sito e pari visibilità della notizia cui si riferiscono. Anche il direttore di Repubblica ed i suoi giornalisti, siamo certi, non hanno dimenticato l’esistenza di questa regola. Ma mostrano di non praticarla. Ed è un fatto molto grave.

Violato il diritto di rettifica in merito agli iscritti al sindacato di Corso d’Italia

Riassumiamo: mercoledì grande richiamo in prima pagina con questo titolo: “Calo del 13%. Lasciano soprattutto i giovani. Fuga dalle tessere della Cgil. Persi in un anno 700 mila iscritti”. A pagina 11 l’articolo con titolo: “Il sindacato: un rapporto interno della Confederazione conferma il crollo degli iscritti rispetto alla fine del 2014. Soffre in tutte le categorie e aumenta il peso dei pensionati. Perse 700 mila tessere. Cgil abbandonata da giovani e precari”.  Un vero e proprio falso compiuto consapevolmente, un attacco in piena regola alla Cgil, che pensiamo sarà stato gradito a Renzi Matteo che vede come il fumo negli occhi il sindacato di Corso d’Italia. Il fatto è che il giorno seguente, sempre Repubblica, si è esibita in un’apertura dal titolo “Scioperi e contratti, piano del governo per i sindacati”, in cui Renzi Matteo minaccia un intervento per legge sui rapporti fra le parti sociali e, udite udite, sul diritto di sciopero. A pensar male, come si dice, si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Che il governo, in grande difficoltà sui problemi economici la butti in valzer? Il sospetto è più che legittimo.

Già al lavoro ministri, sottosegretari, presidenti di Commissione. Ammucchiata Pd-Ncd come per il Jobs act

Negli ambienti di Palazzo Chigi si parla di “campagna di autunno” che vede già impegnati ministri, Poletti in primo luogo, sottosegretari come Baretta, parlamentari, presidenti di Commissione, a partire da Damiano, Ichino, Sacconi, un’ammucchiata Pd, Ncd, nel nome del Jobs act. Repubblica si presta alla bisogna e apre la campagna, con un falso come dicevamo. Perché al giornalista Pucciarelli, autore dell’articolo sul  presunto crollo degli iscritti,  il segretario confederale della Cgil, Nino Baseotto, responsabile dell’organizzazione, da lui interpellato spiegava che  non si poteva confrontare due numeri riferiti, l’uno al tesseramento 2014 concluso, l’altro alla conta alla fine di giugno del 2015. In effetti mancavano all’appello solo 110.917, con ancora sei mesi nei quali si conta di recuperare il totale del 2014.  Pucciarelli nascondeva la dichiarazione di Baseotto fra le righe e il titolone restava quello relativo ai 700 mila iscritti perduti. Dalla Cgil arrivava  una smentita e che faceva Repubblica?  Niente richiamo in prima pagina, 25 righe  in seconda. Titolo: “Il caso. Dati sui tesserati dei sindacati. Prosegue la fuga nelle organizzazioni principali. La Cgil sugli iscritti: Per ora un calo del 2%”. Il Pucciarelli nell’articoletto ammette che Baseotto gli aveva fornito i dati esatti e afferma “come peraltro era stato evidenziato nell’articolo”. No, altro che “ben evidenziato”, era stato ben nascosto.

Un grande quotidiano dovrebbe verificare con maggiore accuratezza le fonti, mai scadere nello scandalismo

Ma lasciamo perdere. La lettera che non è stata pubblicata, ignorando il diritto di rettifica, conteneva affermazioni molto significative: “Un grande quotidiano come Repubblica – scrive la Cgil – dovrebbe verificare con maggiore accuratezza le fonti”. La nota, che in altra parte del giornale  pubblichiamo integralmente dando modo ai lettori di Repubblica di conoscere ciò che il giornale tiene ben nascosto, conclude con una “amara chiusa finale. Il grande giornalismo non scade mai nello scandalismo e nel sensazionalismo a buon mercato privo  di presupposti verificati”.

E sensazionalismo è lo scoop con cui Repubblica lancia la campagna di autunno del governo. Uno scoop teleguidato, infarcito di cose note sulla quali è aperta una discussione. È evidente che il governo  punta ad emarginare ancora di più i sindacati. Invece di minacciare, “ora ve lo facciamo vedere noi”, vi mettiamo il bavaglio, rimettiamo in discussione un diritto individuale come  quello di sciopero, intanto potrebbe “trasformare in legge – afferma Baseotto – ciò che le parti hanno stabilito in via pattizia”.

Baseotto. Perché il governo non trasforma in legge l’accordo fra le parti sociali? Diritto di sciopero indisponibile

Il segretario confederale della Cgil si domanda: “Cgil, Cisl, Uil con Confindustria e altre associazioni datoriali hanno realizzato un accordo che definisce le regole per la rappresentanza e la piattaforma per l’approvazione dei contratti, perché non lo si trasforma in legge?”. Nella contrattazione, afferma, “bisogna dare certezza ai soggetti titolati a farlo. Occorre smetterla con la pratica di chiamare al tavolo tutte le sigle possibili e immaginabili. L’accordo sulla rappresentanza dà la possibilità di misurare chi ha la titolarità a fare i contratti”. Per l’approvazione di un rinnovo contrattuale serve la maggioranza del 50% più uno dei lavoratori a cui si applica, o il 50% delle organizzazioni oggettivamente rappresentative degli stessi lavoratori. “Se il governo vuole attraversare il Rubicone della regolazione dei rapporti di lavoro  – sottolinea Baseotto – non può prescindere da un confronto serrato con le parti sociali: in Europa si chiama dialogo sociale. Non si può andare avanti con tweet o indiscrezione di stampa: ci si siede a un tavolo e si discute”. “Il diritto di sciopero – conclude il segretario Cgil – sancito dalla Costituzione è indisponibile e individuale”, anche se bisogna evitare che “12 persone determinino il blocco di un’attività con conseguenze su migliaia di persone”.

Leggi fasciste abolirono insieme  il diritto di sciopero e la libertà di stampa

Non crediamo ci sia bisogno di ricordare a Repubblica, che si fa carico di propagandare l’iniziativa annunciata dal governo, un “piano per i sindacati”, perché i sindacati un piano se lo fanno per conto loro. Siamo su un terreno molto scivoloso dove facile, rischiosa, è  una deriva autoritaria. Ricordiamo che la legge n.563 del 3 aprile 1926 proibì lo sciopero. Venne stabilito che soltanto i “sindacati legalmente riconosciuti”, potevano stipulare contratti collettivi. Si trattava dei sindacati che già detenevano praticamente il monopolio della rappresentanza sindacale dopo la conclusione del Patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925 fra  Confindustria e corporazioni fasciste. Vogliamo ricordare che il 20 gennaio del 1926 era entrata in vigore la legge che metteva il bavaglio alla stampa. Altri tempi? Certo, ma è bene non dimenticare mai il passato, la nostra storia, il valore della Costituzione.

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