La mala informazione germoglia. Insegnanti riluttanti e iscritti alla Cgil, da “la Repubblica” immagini deformate

La mala informazione germoglia. Insegnanti riluttanti e iscritti alla Cgil, da “la Repubblica” immagini deformate

La mala informazione prende sempre più piede. Il rischio è che diventi l’unica informazione che i media forniscono ai cittadini. Non si tratta più di faziosità, di occultamento dei fatti, di partigianeria, di schieramento dichiarato. Il lettore che legge un giornale dichiaratamente berlusconiano sa a cosa va incontro. Così come quello dell’Unità, versione  renziana, sa bene che quel richiamo al fondatore del giornale, Antonio Gramsci, è una beffa per il lettore, un’offesa alla memoria di un grande italiano, comunista, Antonio Gramsci. Ma quei giornali che dichiarano la loro indipendenza dal potere, magari si richiamano alla sinistra, liberal più o meno, che fanno libera informazione, che professano il diritto dei cittadini ad essere informati e quello del giornalista ad informare, hanno l’obbligo, morale se questa parola ha ancora un significato, di non raccontar balle. Non siamo fra coloro che sostengono l’oggettività dell’informazione, pensiamo che il giornalista qualcosa di suo deve inserirlo. Il problema è di informare in modo che il lettore possa farsi una sua opinione. Il “montaggio” di un giornale, sia che si tratti di carta stampata o di televisione, radio, internet è un punto di riferimento importante. Basta un titolo per ingannare il lettore. Ormai, specie nei giornaloni,  leggi Corriere della Sera, Repubblica, la Stampa, è come se ci fosse una nuova specializzazione.

“Il Paese non solidarizza con  gli insegnanti”. C’è un sondaggio? No, lo decide il cronista

Andiamo sul quotidiano diretto da Ezio Mauro. Grande servizio sulle assunzioni dei precari. Due pagine sui supplenti che non presentano domanda, una larga minoranza dei docenti, che non vogliono trasferirsi  dal Sud al Nord. “Si scatena il dibattito – leggiamo in un grande titolo – ma il Paese non solidarizza con gli insegnanti riluttanti”. “Il posto fisso delle polemiche”. Incuriositi andiamo e cerchiamo di capire in base a quale sondaggio il cronista di Repubblica dà questa notizia. Leggiamo, basiti: “Su Repubblica si è scatenato un dibattito a tratti feroce (344 commenti lunedì, altri 774 ieri sera (martedì ndr) alle ore 21,30. Prima sulla opposizione alla deportazione in altre province di una minoranza non trascurabile di insegnanti (e sull’utilizzo di quel termine teatrale Deportazione) poi sulla lettera scritta al nostro giornale  della professoressa campana che ha scelto di non riempire il modulo”.  Sulla base di un migliaio di commenti, non si dice quanti ce n’erano favorevoli agli insegnanti, il cronista decide che “il Paese non solidarizza con gli insegnanti”. Quasi Repubblica fosse il Paese, l’ombelico del mondo. C’è  di più: l’allegro cronista, non contento, afferma che “dai mille e cento interventi registrati si capisce che il Paese non solidarizza con la precaria”. Intuito straordinario.

Ma al  Sud non servono gli insegnanti? Il problema della scuola e della formazione

Poi il quotidiano pubblica alcuni commenti da brivido. In uno, firmato “Buongoverno 2”  si afferma che gli insegnanti non vogliono essere giudicati, vogliono lavorare sotto casa, vorrebbero uni stipendio minimo di 2000 euro netti al mese, ma che dico, 2500. Sarebbe utile, forse chiediamo troppo, che i grandi giornali sui quali abbiamo letto attente analisi, sulla base del rapporto Svimez in particolare, si concentrassero sullo stato del Mezzogiorno, grande questione nazionale, ignorata da Renzi Matteo, in cui uno dei problemi sui quali occorrono interventi significativi è la scuola, l’istruzione, la formazione. Allora ci domandiamo perché al Sud non servono gli insegnanti? Ci sono troppe scuole?  Dove sono finiti i posti occupati per anni da supplenti in Sardegna, Puglia, Sicilia, Calabria? Non ci sono più per cui migliaia di persone, padri e madri di famiglia, con bambini al seguito, dovrebbero, di fatto, separarsi uno al Nord e gli altri al Sud? Ma i difensori della “unità” della famiglia dove sono finiti? A Repubblica non interessa. Il Paese non solidarizza con gli insegnanti, questo andava detto.

La vita con la valigia non è un sogno neppure per tanti giovani

Non ci convince neppure uno come Marco Lodoli, una vita dedicata alla scuola. Giusto dire che “quella vita con la valigia è un sogno soltanto per giovani”.  E ricordare che  “quando si è arrivati a quaranta, cinquanta anni le cose cambiano”. Ma “la vita con la valigia” non è un sogno di tutti i giovani, lo è senza dubbio per quelli più istruiti, per gli studenti che vogliono conoscere più lingue, frequentare qualche corso universitario. Ma per il giovane disoccupato siciliano, senza uno staccio di titolo di studio, forse è preferibile fare il cameriere a casa propria.

Davvero ci sarebbe tanto materiale per grandi inchieste, sul mondo della scuola, alla vigilia del nuovo anno e di nuove mobilitazioni annunciate dai tutti i sindacati. Inchiesta come si usava una volta. Sempre da Repubblica troviamo materiale per affrontare un altro grande tema, il sindacato, ruolo, problemi, la contrattazione, il lavoro che non c’è, la tutela dei non tutelati.

Il sindacato di Corso d’Italia preso di mira in prossimità della Conferenza di organizzazione

Ancora Repubblica ci offre uno spunto. Prendiamo la prima pagina del giornale diretto da Ezio Mauro, titolo “Fuga dalle tessere della Cgil. Persi in un anno 700 mila iscritti”. Occhiello, quella righetta che sta sopra il titolo: “Calo del 13%, lasciano soprattutto i giovani”. Andiamo a leggere e scopriamo che  il raffronto è fatto su dati non omogenei, a fine tesseramento 2014 e quello alla fine di giugno di questo anno. Il calo diventa di 110 mila iscritti. Dice il segretario confederale della Cgil, Nino Baseotto, responsabile dell’organizzazione, che “si tratta di numeri parziali, è troppo presto per commentare. Il quadro sarà più chiaro a ottobre. Facciamo questi conteggi più per motivi tecnici”. Il giornalista-segugio scopre anche che aumenta il peso dei pensionati. Quasi fosse uno scoop. Un dato di cui i sindacati discutono da anni. Non solo: perché circolano questi numeri? La Cgil sta preparando la Conferenza di organizzazione che si terrà il 17 e 18 settembre. Da tempo c’è in giro un’ampia documentazione discussa negli organismi dirigenti di categoria e territoriale. Ma Repubblica non se ne è accorta. Bastava seguire una qualche assemblea per capire l’importanza di questa Conferenza, destinata a mutare il volto stesso del sindacato, del suo modo di essere, di contrattare, del suo rapporto con i lavoratori, a partire dalla elezione, ad ogni livello, dei gruppi dirigenti. È tutto scritto nero su bianco.

La Rai potrebbe fare da apripista alla rinascita dell’informazione. Ma si occupa solo di Renzi e Salvini

Conclusione amara. Il servizio pubblico radiotelevisivo, leggesi Rai, potrebbe fare da apripista ad una possibile rinascita dell’informazione liberando energie, professionalità che ci sono, oggi  ristrette in ruoli mortificanti.  Passa veline o quasi.  Quasi una sfida alla carta stampata. Proprio di fronte ai grandi problemi  con i quali la società moderna si trova a fare i conti, televisione e radio possono mettere in campo tutti i nuovi strumenti della comunicazione. Far vivere, dare nuova anima alla vecchia inchiesta, stimolare la carta stampata a trovare nuove formule giornalistiche. La scuola, il sindacato, il lavoro che non c’è, la trasformazione del lavoro, la dignità del lavoro, il rapporto fra tempo di vita e tempo di lavoro, una vecchia utopia del sessantotto, la tragedia dei migranti, il ruolo della Chiesa che, sì, fa politica nel senso della polis, la città, i cittadini. Utopia anche questa, perché, così com’è conciata la Rai, non può. Inutile spiegare il perché. Da tanti anni anche le migliori energie, pur avendo prodotto anche cose egregie, sono state umiliate. Ed oggi i due protagonisti sono Renzi e Salvini. L’uno ha bisogno dell’altro. E la mala informazione germoglia, cresce.

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