Pd. Non tira aria buona per le minoranze. Elezioni amministrative e Italicum. Il “caso Orfini”

Pd. Non tira aria buona per le minoranze. Elezioni amministrative e Italicum. Il “caso Orfini”

Manca ancora più di un mese all’election day, il 31 maggio, quando si  svolgeranno elezioni regionali e amministrative. Saranno chiamati alle urne 17 milioni di italiani in Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania e Puglia e nei 1089 comuni che rinnovano consigli e sindaci fra i quali anche 18 capoluoghi di provincia: Venezia, Enna, Agrigento, Vibo Valentia, Matera, Andria, Chieti, Macerata, Arezzo, Rovigo, Trento Bolzano, Mantova, Lecco, Aosta, Nuoro, Salnuri, Tempio Pausania.

Un test elettorale importante incrocia il dibattito sulla “riforma” in discussione alla Camera

Un test molto importante che ormai tiene banco nel dibattito politico e si incrocia con la discussione, nell’aula della Camera, sull’Italicum a partire dal 27 di questo mese e che, nelle intenzioni di Renzi Matteo e del governo dovrebbe essere approvato senza alcuna modifica in tempi rapidi. Due eventi che si muovono in parallelo: alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, prenderà il via la discussione sugli emendamenti di cui ancora poco si sa. Nelle regioni e nei comuni la discussione si va inasprendo e riguarda in particolare quello che sta accadendo in Forza Italia, truppe sparpagliate, alleanze variabili,  pezzi che se vanno, offerte di voti a candidati del  Pd come avviene in Campania dove alcuni “cosentiniani” sono pronti, dicono, a portare 100 mila voti al candidato De Luca. In Puglia c’è Fitto che sembra in procinto di abbandonare Forza Italia. In Liguria Berlusconi ha fatto presentare il coordinatore,  Giovanni Toti. Ncd è alle prese con la De Girolamo, defenestrata da capogruppo alla Camera per far posto a Lupi, ex ministro dimissionato da Renzi. Insomma il Pd potrebbe vivere tranquillo, affrontare le  elezioni con un partito pacificato. Invece no. Il premier, che vede ad ogni angolo la ripresa, inventa un Documento di economia e Finanza con  una ventina di numeri che riguardano Pil, deficit, bilanci, tutto ipotetico, non una parola sul lavoro, tagli che ci sono eccome, basta pensare che delle opere edilizie previste solo il 25% sarà attuato.

Il premier ha bisogno di inventare sempre un nemico: le sinistre Dem

Ha bisogno di creare un nemico da combattere, gufi che intralciano il  glorioso cammino delle sue armate. Ecco pronto il nemico, è in casa. Le minoranze impegnate su due fronti, da una parte l’Italicum dall’altra la campagna elettorale sono l’agnello sacrificale. Intanto la smettano di denunciare il disastro provocato  dalle primarie che si sono svolte in diversi comuni. È vero che ci sono state “infiltrazioni”, che  hanno vinto anche esponenti di Forza Italia, liste civiche, con nomi non proprio specchiati, già pronte per allearsi con i candidati democratici, magari anche dell’ultima ora. Ma sono, direbbe Totò, quisquiglie, se volete la candidatura, viene detto agli esponenti delle minoranze, questo è il piatto. Altro significa il digiuno. In particolare se la prendono con chi in Liguria,  ha messo in piedi una lista della “sinistra” dopo le primarie contestate da Sergio Cofferati. L’ha promossa Luca Pastorino, uscito dal Pd, mentre la candidata del partito è la assessora Paita. Dai sondaggi questa lista potrebbe contare sul 15-20% dei voti, tanto da mettere in pericolo la riconquista della Regione. I pd minacciano fuoco e fiamme per quanto riguarda il voto a candidati della sinistra nelle altre regioni e comuni.

Ma c’è anche un altro esame cui i questi giorni si devono sottoporre quei parlamentari delle minoranze che criticano fortemente l’Italicum. Se non fanno i bravi dicono i renziadi, sulla scia del capo, se l’Italicum non passa, torna al Senato, si va a nuove elezioni e vi sognate le candidature. La parte più “moderata”, quelli di area riformista che fa capo al capogruppo Speranza e a Nico Stumpo, già bersaniano, con una lettera firmata da più di settanta parlamentari, aveva chiesto al segretario-premier di aprire un confronto in tempi rapidi proponendo perlomeno una modifica relativa ai candidati nominati dal segretario stesso.

La minaccia della ministra Boschi che non esclude il voto di fiducia

Non solo la risposta venuta dalla ministra Boschi, per conto di Renzi, è stata un no secco, uno schiaffone. Ha anche minacciato il ricorso al voto di fiducia pur trattandosi di materia che riguarda la Costituzione.  Solo una volta nella storia patria si è ricorso al voto di fiducia che riguardava la legge Acerbo, ministro fascista, datata 1923. Ha anche detto che sarà l’assemblea dei deputati, sulla base del voto espresso dalla Direzione, unanime per l’Italicum, vista l’assenza delle minoranze, a porre la parola fine a questa vicenda. E a chi non intende votare una legge che, insieme alla “riforma” del Senato cambia il governo del Paese, sposta tutti i poteri verso l’esecutivo con una Camera fatta di deputati nominati dal segretario del partito che vince, che succede?

Ma le minoranze dopo il no al confronto come intendono procedere?

Ma c’è anche una domanda da rivolgere alle minoranze. Come intendono muoversi, presenteranno emendamenti insieme, oppure affronteranno la  battaglia direttamente in aula? E se gli emendamenti non passeranno voteranno contro l’Italicum? Intanto, la maggioranza ha convocato una riunione dei deputati con l’intervento di Alimonte, l’esperto di leggi elettorali, autore in buona parte dell’Italicum. Il maestro farà la lezione agli alunni. Però non deve sbagliare gli appunti perché prima dell’Italicum diceva cose molto diverse sul tipo di legge elettorale da adottare. Intanto il capogruppo Pd al Senato, invia ai suoi un messaggio perentorio, troppe assenze non si giustificano. “Se dovessimo ridurre la puntualità e l’assiduità di presenza la stessa continuità della legislatura verrebbe messa a  forte rischio”. Un ordine di servizio in piena regola.

 Il presidente Orfini sconfessato da Renzi a proposito di De Gennaro perché non lascia l’incarico?

Ma tutto ciò non basta ancora a “movimentare” la vita del Pd. Ci mancava  anche che il presidente del partito, Matteo Orfini, dopo la sentenza della Corte di Strasburgo sulla “tortura” usata durante il G8 di Genova, aveva  sollevato  il problema relativo alla  presidenza di De Gennaro, allora capo della Polizia, alla Finmeccanica. Aveva detto Orfini che era una “vergogna”. Contava sul fatto che il premier, come aveva fatto con Lupi, lo convincesse a dimettersi. Orfini forse, in questo senso, aveva avuto qualche affidamento. Non è tipo da muoversi se non sente le gambe ferme. Anche i renziadi avevano fatto capire che si trattava di  un “problema di coscienza”. Poi ci sono stati interventi, si dice anche in campo internazionale, ma soprattutto italiano. Lo stesso Cantone, commissario anticorruzione, si è schierato con De Gennaro. E Renzi ha deciso: “Quello che è accaduto al G8 – dice – non ha niente a che vedere con il giudizio su personalità, una delle quali è De Gennaro, nominato presidente Finmeccanica e confermato dal nostro governo”. Punto e basta. Orfini non ci sta e attacca: “Resto della mia idea: il cambiamento che il Pd sta promuovendo nel Paese non dovrebbe fermarsi di fronte alla porta dei soliti noti”. Un giudizio molto duro che pone allo stesso Orfini un problema: può continuare a fare il presidente di un partito il cui segretario si muove, su un problema così scottante, in direzione del tutto opposta alla sua?

Si torna a parlare di una commissione d’inchiesta parlamentare

Ciò anche alla luce della possibile commissione di inchiesta parlamentare  su questa torbida vicenda più volte proposta, presente anche nel programma dell’Ulivo nel 2007, sempre bocciata da strane, ma ben individuabili alleanze. La ripropone Sel, i 5Stelle sembrano d’accordo e anche pezzi del Pd. Il ministro Orlando, orfiniano, ha ricordato che è sempre stato favorevole alla commissione di inchiesta. E Orfini?

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