Pannella, una meritata laurea (e qualche domanda a tutti noi)

Pannella, una meritata laurea (e qualche domanda a tutti noi)

Questi sono i pensieri, le riflessioni di un “testimone” che è andato a Teramo, negli Abruzzi, per assistere al conferimento della laurea honoris causa a Marco Pannella in Scienza della comunicazione; un testimone, il lettore lo sappia, che conosce Pannella da quarant’anni, lo apprezza, e ne condivide “fatti e misfatti” al 95 per cento.

Laurea motivata dall’aver saputo, per oltre cinquant’anni, innovare la comunicazione politica, averle restituito dignità, nelle forme e nella sostanza; essersi letteralmente inventato  nuovi linguaggi che non necessariamente sono la scrittura, o la parola; aver saputo fare uso sapiente delle potenzialità messe a disposizione del corpo, per “bucare” la spessa coltre costituita dalla censura e dalla malainformazione. Ecco dunque che Pannella si sottopone a lunghi, interminabili, digiuni della fame e della sete; ecco che davanti alle telecamere beve la sua urina; si imbavaglia in Tv e fa così passare 25 interminabili minuti per denunciare la censura cui è sottoposto, si traveste da fantasma o da Babbo Natale in giallo, mette in scena i nudi del Teatro Flaiano (chi legge vada su google a vedere cos’è stato; non è operazione inutile per capire di cosa si parla…); e insomma, le mille e una “follia” cui Pannella e i radicali ci hanno abituato. Il rettore, gli accademici, nel motivare questa scelta hanno spiegato (ed elogiato) Pannella, che da sempre ha saputo coniugare metodo e prassi nonviolenta con difesa dello stato di diritto, e ricorso alle giurisdizioni. Un binomio questo, ci si permette di dire, che costituisce un “salto” rispetto ai tradizionali campioni e leader della nonviolenza (Gandhi, Tolstoi, Martin L.King, Esquivel, Capitini), e che meglio e più andrebbe studiato ed indagato.
Se è così, ed è così, balza agli occhi (e forse essendo accecante nessuno l’ha colto?), dopo aver esaltato e elogiato Pannella “premiandolo” con la laurea, inevitabile la domanda: perché lo ha fatto, perché ha dovuto farlo, perché si è dovuto inventare mille e un modo per essere conosciuto, lui e le cause e le proposte di cui si fa portatore e alfiere? Gigionismo, protagonismo, voglia e aspirazione inguaribile di stupire, come vuole il tradizionale catalogo di luoghi comuni? E sia. Ma quando Pannella non è gigione, non è protagonista, non dà sfogo alla sua smania di stupire, come mai lui sparisce, viene inghiottito dal silenzio; lui, le cause di cui si fa portatore e interprete; e perfino chi raccoglie i suoi messaggi, come è capitato perfino al presidente Giorgio Napolitano, che invia il suo unico messaggio solenne e costituzionale al Parlamento e che ha come tema la giustizia e le carceri, e il Parlamento quel messaggio neppure lo discute, magari per respingerlo. In quel messaggio c’è un vero e proprio programma di “governo”, quello che si deve e può fare con urgenza e obbligo, se si vuole restare nell’alveo della Costituzione e del diritto. Eppure anche sui giornali, in TV, nessuno ne ha parlato, discusso, avviato una riflessione…
Alla fine della fiera: bravo Pannella. Meritatissima la laurea, opportune e sacrosante le motivazioni che l’hanno accompagnata… ma la domanda c’è tutta: perché Pannella è stato costretto, è costretto tuttora a fare il “matto”, il “saltimbanco”, il “buffone”? Perché lui sì e altri no? Perché per metterci in condizione di poter conoscere quello che propone, deve fare quello che fa? Il rettore e il collegio accademico che hanno conferito a Pannella la laurea in Scienza della comunicazione, di fatto, con quel conferimento, queste domande ci pongono. Converrebbe rifletterci e cercare risposte che vadano al di là del banale e scontato: Pannella  “buffone”, “matto”, “radicale”; c’è del metodo, in quella “follia”; ma il problema è appunto questo: l’essere costretti a far ricorso a quel “metodo”.

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