La Dc non c’è più, ma c’è chi vuole risuscitarla e pensa al Partito della nazione. Le sinistre e l’identità socialista

La Dc non c’è più, ma c’è chi vuole risuscitarla e pensa al Partito della nazione. Le sinistre e l’identità socialista

L a piaggeria, ci spiace dirlo, alberga fra i cittadini di questo nostro paese. Ce lo dice la storia, secoli di storia, dalla parte dei vincitori. In particolare nel mondo dell’informazione è un vizietto che è andato di pari passo con lo sviluppo  dei media, dalla carta stampata alla rete. Più importante è l’avvenimento, il fatto, il  protagonista, più forte è la piaggeria, l’adulazione, la cortigianeria, il servilismo. Vengono i brividi leggendo le cronache dei “giorni del Presidente”, il percorso che ha portato alla candidatura di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica e poi alla vittoria o, peggio ancora, ascoltando improvvisati  talk show. Ricordiamo la girandola di nomi, una quarantina, di possibili candidati che animavano le cronache, i dibattiti, le interviste.

I candidati al Quirinale preferiti da Renzi erano Delrio e Padoan

 Ricordiamo, per esempio, che per quanto si riferisce a Renzi Matteo, i suoi candidati preferiti, stando ai giornaloni, erano il “suo” sottosegretario Delrio e il ministro dell’economia Padoan. Ma Delrio stava in cima ai suoi pensieri. C’era una affinità particolare, cattolico come chiedevano  anche  Alfano e Berlusconi, moderato, un sindaco, il modello del premier che si considera il “sindaco d’Italia”. Ora lo si loda,  grande vincitore della “battaglia del Quirinale”, ma non si dice perché ha rinunciato al candidato preferito. Le minoranze del Pd  avevano solo due nomi per ricomporre l’unità del partito frantumata da patto del Nazareno, legge elettorale, riforma del Senato, presidenza della Repubblica, che era da mettere nel conto, nel patto scritto o non scritto: quelli di  Romano Prodi e di Sergio Mattarella, il primo anche come un atto di riparazione, dopo la vergogna dei 101 parlamentari che fecero naufragare la sua elezione, il secondo che già figurava nella “rosa” del Pd, segretario Bersani. Renzi non è stato quel grande stratega che ora si vuol far credere. Ha solo capito che senza le minoranze del Pd non si sarebbe andati da nessuna parte.

Le sciocchezze  di Franceschini: il cattolicesimo democratico ha la meglio sul riformismo socialista

La piaggeria al cubo diventa insopportabile quando ci si auto elogia. Non vogliamo credere alla cronaca che compare sulle pagine di Repubblica  in cui si racconta della tavolata da Settimio dopo l’elezione. “I reduci popolari: arriva dove Moro non ce l’ha fatta”, un titolo che, ne siamo  certi, non farà piacere a una persona seria, riservata, come il Presidente Mattarella. Leggiamo, basiti, il pensiero di  Franceschini, ministro del governo Renzi. “Sembrava estinto il cattolicesimo democratico -discute in un capannello dove  ci si abbraccia e ci si dà pacche sulle spalle in segno di giubilo- invece arriva il giorno in cui trionfa il filone culturale delle tante storiche battaglie”. Ha la meglio sul riformismo socialista, sugli ex Pci. “Una giornata stupenda”, gli fa eco Delrio.

Che fine hanno fatto  l’Ulivo e la fusione delle due culture?

A chi giovano sciocchezze di questo tipo? Che un ministro della cultura si avventuri in percorsi che gli sono estranei, sconfessi  addirittura quello che avrebbe dovuto essere il fondamento dell’Ulivo, di cui proprio Mattarella fu uno dei protagonisti. La fusione delle due culture, di veltroniana  memoria, è cosa molto grave. Mina le stesse basi del Pd. Non solo la sciocchezza porta dritto dritto  ad altra sciocchezza, sotto sotto vuol significare che è rinata la Dc, come suggeriscono alcuni commentatori che riportano, dicono per scherzo, e ci sono anche vignette a sostegno, “moriremo democristiani “, riprendendo un noto slogan “non vogliamo morire democristiani”. I più colti, si fa per dire, annunciano che è nato  il “partito della nazione” e la cosa si fa più seria,più pericolosa.

La Dc non può tornare: le battaglie democratiche l’hanno sconfitta

La Dc non può tornare, neppure travestita da “partito della nazione”, le battaglie democratiche l’hanno sconfitta. È figlia e madre di un tempo che fu, delle “madonne pellegrine” che venivano portate in processione durante le campagne elettorali, delle parrocchie trasformate in raccoglitori di voti, delle alleanze con la destra fascista, di politiche antipopolari,  delle  battaglie oscurantiste  contro i diritti civili. Ma anche, va detto dell’interclassismo, del rapporto stretto con le Associazioni del mondo cattolico che hanno riconquistato molti anni fa loro autonomia e che oggi rischiano di perdere.  La vecchia Dc aveva  rapporti privilegiati con la Cisl. Non avrebbe mai rotto, come ha fatto Il Pd renziano, con il sindacato. Con buona pace di Franceschini, non vince il riformismo cattolico. Lasciamolo stare, non c’entra niente. Ma allora perché tutti i posti che contano del Pd sono occupati da ex democristiani? Ecco questo è il punto. La risposta viene da lontano, dal momento in cui vene sciolto il Pci, non dalle motivazioni ma dal metodo, da una mancata partecipazione dei  militanti del partito e poi giù dal “partito liquido”, dalla perdita dell’identità socialista, considerata un inutile bagaglio, di  più, della storia del comunismo italiano, del movimento operaio, delle sue vittorie e delle sue sconfitte.

Un partito senza identità come il Pd è facilmente scalabile

Un partito senza identità , come Il Pd,  diventa facilmente scalabile. Lo Statuto afferma che il partito è costituito “da iscritti ed elettori”  e, di fatto, promuove primarie dove vota il primo che passa, preda di corruzione, clientela. Altro che riformismo cattolico. Infine, uno sguardo alla minoranza del Pd che era larga maggioranza al momento in cui nasce.  Ce ne sono più di una, portano il nome di questo o quel capo corrente, difficilmente riescono a mettersi d’accordo, a presentare un progetto, indicare una prospettiva. Uniti si vince era uno slogan del Pci, vuol dire che divisi si perde. Nella battaglia per il Quirinale, Renzi, di fatto, è stato costretto a  ricompattare il partito, ha  guardato a sinistra, fino a Sel di Nichi Vendola. Resta un fatto occasionale? O le sinistre politiche, sociali, culturali, dentro e fuori i partiti, trovano momenti di unità, di progettazione comune,  tornando ad usare una parola più forte, più indicativa: socialismo. Oppure rimarranno prigioniere del  partito delle nazione, evocato da Renzi, che è quanto di più antidemocratico si possa immaginare. C’è anche chi parla di due partiti della nazione, ma la Repubblica italiana è, come  da Costituzione, “una e indivisibile”.

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