Siria. Si inasprisce il conflitto tra Assad e Erdogan, dopo l’uccisione di almeno 33 soldati turchi. Intanto, si apre alla fuga di migliaia migranti il confine con Grecia e Bulgaria

Siria. Si inasprisce il conflitto tra Assad e Erdogan, dopo l’uccisione di almeno 33 soldati turchi. Intanto, si apre alla fuga di migliaia migranti il confine con Grecia e Bulgaria

Si inasprisce il conflitto tra Siria e Turchia nella provincia di Idlib. Dopo il raid siriano che ieri ha ucciso almeno 33 militari turchi, oggi Ankara avrebbe sferrato la sua controffensiva. Le forze turche, di stanza alla base di Sheikh Nasser, avrebbero lanciato diversi missili sull’area circostante la città di Al-Arima, a nordest di Aleppo, causando la morte di almeno 10 soldati e vari civili. Lo riporta l’Osservatorio Siriano per i diritti umani. “La Turchia ha deciso di rispondere al regime di Assad, responsabile non solo dell’ultimo attacco ma anche della morte di centinaia di migliaia di siriani – aveva annunciato su Twitter Fahrettin Altun, direttore della comunicazione di Erdogan -. Si sta consumando un genocidio proprio di fronte ai nostri occhi. La comunità internazionale deve agire per proteggere i civili e imporre una no-fly zone. Russia e Iran, garanti del Processo di Astana, perderanno tutta la loro credibilità se dovessero fallire nel ridurre la violenza a Idlib”. Il riferimento è al processo di pace per la guerra civile siriana avviato nella capitale kazaka e messo in atto a partire da dicembre 2016 dalle diplomazie di Russia, Turchia e Iran. Dopo il raid siriano, la Nato ha espresso solidarietà nei confronti della Turchia: “Condanniamo gli attacchi aerei indiscriminati portati avanti dal regime siriano e della Russia – ha fatto sapere il segretario generale Jens Stoltenberg – Si tratta di una situazione pericolosa che ha bisogno di essere ridimensionata, consentendo l’accesso umanitario”. .

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha fissato una riunione d’emergenza sul conflitto nella provincia di Idlib, in Siria, ultima grande roccaforte dell’opposizione nel Paese in guerra. Lo ha annunciato l’ambasciatore del Belgio, Marc Pecsteen de Buytswerve, attuale presidente del Consiglio. La riunione avverrà alle 22 italiane. “L’escalation è molto, molto preoccupante, ecco perché è stato chiesto questo incontro”, ha detto, “vogliamo chiedere moderazione, de-escalation e un cessate il fuoco”. La richiesta è stata presentata da Belgio, Francia, Germania, Estonia, Regno Unito, Usa e Repubblica Dominicana, ha precisato.

Ankara ha 12 mila militari schierati nell’area di confine. Una minaccia che non sembra aver fermato Damasco, decisa a vincere la propria guerra in una provincia da sempre ostile alla famiglia Assad, divenuta rifugio di miliziani islamisti e gruppi ribelli irriducibili, ma dove vivono anche circa tre milioni di civili, un terzo dei quali preme ormai alle frontiere turche. Prima dell’entrata in gioco della Russia e della Turchia, erano i battaglioni di Hayat Tahrir al Sham, costituiti da 10 mila miliziani frutto della fusione di diverse sigle islamiste, a controllare il 60% del territorio della provincia. Il restante 40% del territorio era in mano agli uomini del Fronte di liberazione nazionale, un gruppo vicino alla Turchia su cui Ankara ha garantito per il mantenimento del cessate il fuoco. La presa di Idlib in pratica, lascerebbe fuori dal controllo di Assad (e quindi dei russi) solo alcune zone curde del Nord-Est della Siria (dove però è presente in centri importanti come Hasaka e Qamishli), le strisce di territorio al confine con la Turchia controllate da Ankara (ma che Mosca esigerà a tempo debito).

Intanto la Turchia ha deciso di riaprire i confini con l’Europa, lasciando libero il passaggio ai migranti che cercano disperatamente di raggiungere le frontiere con i Paesi dell’Ue. Si può stimare nell’ordine delle diverse migliaia il numero di migranti che si sono messi immediatamente in moto in seguito all’annuncio dato nella tarda serata di ieri. Va ricordato che nel 2019 sono stati ben 440 mila i migranti irregolari fermati in Turchia lungo la rotta che porta verso i confini dell’Unione Europea. Un dato significativo, se si considera che nel 2018 furono 268 mila. Nel 2020 sono stati fino ad ora fermati circa 1.800 migranti a settimana, tutti bloccati nel tentativo di attraversare il confine verso l’Ue. La mobilitazione scattata con l’annuncio della riapertura del confine ha spinto i migranti verso le due rotte principali che portano all’Europa: la prima parte dalle località della costa egea della Turchia, situate a poche miglia nautiche dalle isole greche e costituisce la rotta verso i confini dell’Ue più trafficata nella stagione estiva. I movimenti più significativi sono avvenuti però verso il confine terrestre di Edirne con la Grecia, segnato dal fiume Evros, che traccia anche il confine con la Bulgaria. Si tratta principalmente di mediorientali provenienti da Siria, Iraq e Palestina, nordafricani di Egitto, Libia e Marocco, africani provenienti da Nigeria, Congo, Guinea e tanti in fuga da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh. In primo piano i movimenti dei siriani, per molti dei quali la prospettiva di un passaggio verso l’Europa e i connazionali partiti negli scorsi anni, è ancora attraente nonostante siano ormai registrati in Turchia. Difficile pensare che Ankara ponga in essere una campagna per cacciare deliberatamente i siriani, la cui presenza è ormai consolidata nel Paese nell’ordine di quasi quattro milioni di persone. A questi si aggiungono i profughi di Idlib. Circa un milione di persone preme al confine turco nell’indifferenza generale nonostante i ripetuti appelli di Ankara negli ultimi tre mesi. Secondo le Nazioni Unite sarebbero più di 2 milioni e mezzo i civili a rischio fuga dall’area.

Come hanno evidenziato i militari, l’azione si è resa necessaria dopo che nella tarda serata di ieri un alto ufficiale turco ha fatto sapere che la Turchia non sarebbe più disposta a rispettare l’accordo siglato con l’Unione europea da 3 miliardi di euro, volto a bloccare l’ingresso nell’area Schengen di profughi siriani. Fonti di stampa internazionali hanno parlato di “un ordine diffuso alla polizia, alle guardie di frontiera e alla guardia costiera” di “non intercettare né fermare” più alcun migrante. “Da stamani non c’è traccia delle forze turche”, ha riferito il sindaco della cittadina greca di Orestiada, Vassilis Mavridis. Anche la Bulgaria ha adottato misure analoghe: “Abbiamo inviato forze di polizia al confine con la Turchia all’alba di oggi” ha detto alla stampa locale il primo ministro Boyko Borisov, che ha aggiunto: “E’ preoccupante che le guardie di frontiera turche se ne siano andate. C’è un pericolo reale: le persone stanno fuggendo dalle bombe” ha concluso il premier. I campi profughi, come avvertono le organizzazioni umanitarie, non hanno più posto per accogliere nuovi esuli e cibo e attrezzature scarseggiano. Vivere nelle tende diventa inoltre più difficile, dati i rigori dell’inverno. Giorni fa una bambina di un anno e mezzo è morta per il freddo. Nonostante gli appelli alla tregua, non si arrestano gli intensi combattimenti: solo oggi a Saraqaeb e Ma’rat al-Numan sono morti 107 tra soldati e miliziani, come riporta il Syrian Observatory for human rights (Sohr). Numerosi i feriti tra i civili. Queste località erano state riconquistate dalle truppe di Damasco, salvo poi essere in parte riprese nell’ultima settimana dalla Turchia. Continuano anche i raid contro la città di Idlib, dove ieri sempre secondo il Sohr, una famiglia di quattro persone – padre, madre e due bambini – ha perso la vita dopo che una bomba ha colpito la loro casa. Unica sopravvissuta, la terza figlia, una bambina piccola, come fanno sapere gli White Helmets, corpo volontario di soccorso impegnato a favore della popolazione.

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