Pietro Adami. Consulta, la decisione sul referendum leghista era prevedibile. Restano aperti alcuni problemi

Pietro Adami. Consulta, la decisione sul referendum leghista era prevedibile. Restano aperti alcuni problemi

Il coordinamento Democrazia Costituzionale si è costituito davanti alla Corte Costituzionale, per sostenere l’inammissibilità della proposta di referendum in materia elettorale (avvalendosi del sottoscritto e dell’avvocato Besostri).

Come noto, otto consigli regionali a guida centro-destra, avevano depositato un quesito referendario, che mirava ad istituire un sistema elettorale completamente maggioritario uninominale. Un sistema, insomma, in cui fosse eletto in tutti i collegi il candidato del partito che prendeva più voti. Meccanismo ritenuto vantaggioso per le fortune della Lega alle future consultazioni elettorali, in vista dell’obiettivo di acquisire una solida ed autonoma maggioranza, giacché le leggi elettorali, in Italia, non si pongono mai il semplice compito di rappresentare nel modo migliore possibile la volontà degli elettori e le reali forze dei movimenti politici, come invece dovrebbe essere. Il 15 gennaio si è tenuta la discussione alla Corte Costituzionale, ed il giorno successivo la Corte ha comunicato che il referendum non è stato ammesso.

Risultato prevedibile, invero, vista la giurisprudenza consolidata della Consulta.

La Corte Costituzionale ha ritenuto che l’abrogazione di una parte del sistema elettorale (quella relativa all’elezione di una parte dei deputati con il sistema proporzionale, come è nell’attuale sistema), lasciasse un vuoto, che rendeva poi impossibile  andare ad elezioni. In sostanza, il referendum non si può tenere se l’abrogazione produce un effetto paralizzante sul funzionamento di un organismo che non può soffrire di interruzioni di operatività. Ed uno di questi è il meccanismo elettorale. In concreto, il referendum, se vinto dai proponenti, avrebbe portato la legge elettorale ad eleggere solo una parte dei deputati. A questo punto, dopo il referendum, in attesa di una nuova legge che riempisse il vuoto, sarebbe stato impossibile andare ad elezioni. Poco male, si dirà. Ed invece il problema non è da poco, perché le elezioni servono proprio quando manca una maggioranza. Dunque se manca la maggioranza, e tutti litigano, non è pensabile che poi si accordino per una legge che riempia il vuoto, e definisca i nuovi collegi.

Il tutto diveniva poi inestricabile, di fronte al nuovo referendum, costituzionale, sul numero dei parlamentari. I difensori dei promotori (gli avvocati Guzzetta e Bertolissi) hanno invero faticato, in sede di discussione orale, a spiegare con quali tempistiche i due referendum (tra loro interattivi) avrebbero dovuto svolgersi.  Insomma, l’esito negativo era scontato. Il Coordinamento ha, però, sostenuto una posizione molto equilibrata, non segnatamente di parte, ma in difesa dei principi costituzionali. Certamente non si poteva non contestare una proposta che mira al maggioritario puro di collegio, in particolare per le ragioni che la hanno originata.

Tuttavia, in sede di discussione, chi scrive, pur sostenendo l’inammissibilità della richiesta, ha dato conto di un disagio. E’ chiaro che il referendum, allo stato attuale non poteva essere ammesso, per il vuoto operativo che creava. Tuttavia il mondo del diritto costituzionale non può essere soddisfatto, in termini di principio, di questo approdo. Il legislatore deve intervenire, per trovare una soluzione a questo tema, che falcidia molte richieste referendarie. Nel 2012 chi scrive si trovava sull’altro lato della barricata, per chiedere l’ammissione del quesito referendario che mirava ad abrogare il c.d. Porcellum, e perse per la medesima ragione, del temuto vuoto.   Un ragionamento va quindi portato avanti, a menti fredde, e senza condizionamenti di parte.

Nel nostro Paese il referendum propositivo non è contemplato. Il vuoto, da parte sua, è un effetto naturale del referendum abrogativo. Se non si trova un meccanismo, che ovviamente deve essere ben studiato, e non può essere improvvisato, il rischio è che determinate materie, le più importanti, vengano sottratte alla volontà popolare che si esprime direttamente.

È quindi opportuno che il Parlamento si faccia carico del tema, e lo affronti, per rendere pienamente operativo il disposto costituzionale.

Share