Valter Vecellio. Le prime ottanta primavere di Marco Bellocchio, maestro della telecamera

Valter Vecellio. Le prime ottanta primavere di Marco Bellocchio, maestro della telecamera

A Marco Bellocchio, regista cui il cinema deve più di qualcosa, autore di film che hanno fatto storia (e, anche di pellicole da dimenticare, quelle di quando  faceva ile militante di un minuscolo gruppuscolo marxista-leninista, o quelli del periodo in cui si era “fagiolinizzato”); poi, si è come ritrovato, e in una più  canuta maturità tornato a fare film che sono imprescindibili per chi ama il cinema; film duri e teneri insieme, che non hanno risposte, ma provocano domande, sono sereni, ma suscitano quel dubbio che è il sale della vita: il suo motto potrebbe essere: Dubio, ergo sum. Oggi comincia per lui una splendida vecchiaia: ottanta primavere. Auguri, Maestro! Il festival internazionale del cinema di Locarno, il festival più antico, dedica a Bellocchio una retrospettiva che meriterebbe di essere recuperata. Regista impegnato nel senso più alto e nobile, Bellocchio.

Ben ancorato alla quotidiana realtà. Anni fa, 2010: “Certo la situazione di smarrimento di oggi non è paragonabile a quella del 1922, ma è vero che l’attuale maggioranza lavora molto sulla paura, alla quale contrappone l’uomo forte, decisionista, autoritario…A questo punto non c’è bisogno della dittatura militare: è interna alla stessa democrazia”. Sembra oggi, vero? E ancora: “Da soli non si va da nessuna parte. Serve unione, per ricompattare tutto il mondo della cultura, senza ricorrere agli slogan di un tempo che non hanno portato a nulla…Non è più tempo di barricate, solo l’unione fa la forza. Bisogna rafforzare l’unione nel rispetto delle diseguaglianze e trovare un punto comune”. Puntare ciascuno sulla qualità del proprio lavoro. Come Bellocchio ha sempre fatto, del resto: “A me non mi interessa l’invettiva, la polemica diretta, la derisione ad personam…Quello che cerco io però è l’approfondimento”. Con questo spirito Bellocchio realizza un film su Eluana Engaro, “Bella addormentata”. Il caso Englaro, dice, “mi ha colpito come sintesi della disperazione e dell’ipocrisia di questa classe politica che pur di non perdere l’appoggio della chiesa è stata disposta a fare leggi incredibili che poi si sono perse chissà dove”. Questa e altre vicende lo portano ad approdare alle sponde del Partito Radicale, simpatizzante e sostenitore di molte iniziative di Marco Pannella.

“Bella Addormentata”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, solleva polemiche pretestuose e strumentali. Personaggi come l’ex ministro Maurizio Sacconi, o l’ex sotto-segretaria Eugenia Roccella, si esibiscono in affermazioni spericolate. Per Sacconi il film di Bellocchio “è tutt’altro che educativo”. A parte questa inquietante concezione dell’arte con funzione educativa e pedagogica, su cosa si fonda questo accigliato giudizio? Sacconi il film l’ha visto? No, ammette; ma una persona che stima sì, “…e mi ha riferito di un assoluto disprezzo per la tesi di coloro che nel dubbio scelsero il principio di precauzione in favore della vita. Nel caso Englaro ci fu nel Parlamento e nel paese un confronto alto che vide impegnata la buona politica da una parte e dall’altra. Non sarebbe quindi educativa un’opera nella quale la tesi opposta a quella di colui che l’ha diretta venga descritta come una cinica operazione di asservimento al capo-partito e attraverso di esso alla chiesa, verso la quale i pregiudizi di Bellocchio non sarebbero tra l’altro nuovi”. Eugenia Roccella dice: “Prevedibile, scontato, anti-cattolico, com’era lecito attendersi; e dominato dai sentimenti dell’anti-politica”. Su cosa si basa un così negativo giudizio? L’ha visto? “Il film non l’ho ancora visto…”. Anche lei! Però “da quello che mi hanno raccontato si tratta di un film scontato, con una storia prevedibile, e che di fatto non racconta quasi nulla della vicenda di Eluana”. Il film non l’ha visto, e però “…da quello che ho capito mi pare sia un film in cui la politica è raccontata solo in maniera cinica e servile, mentre il film non dà conto della straordinaria e generosa battaglia politica che è stata fatta sia per salvare la vita a Eluana, ma anche per impedire che un tribunale potesse decidere della vita e della morte di una persona”. E ora l’ultimo (per ora):Il traditore”, appassionante ritratto di Tommaso Buscetta; anche (non solo) un pezzo di storia recente, che ha segnato l’Italia, nella lotta contro la mafia. Un film-verità: vendette e tradimenti, le guerre tra corleonesi e palermitani, cronaca politica di quei giorni, i maxiprocessi a Cosa Nostra, che il regista descrive con grande realismo, avvolgendolo di teatralità e lirismo. Scolpisce i suoi personaggi con il cesello. Il protagonista, Buscetta, interpretato con maestria da Pierfrancesco Favino.

Buscetta, il cosiddetto “il boss dei due mondi”, fugge e si nasconde in Brasile, in un momento che in Sicilia la guerra tra i clan è spietata. I familiari del pentito sono assassinati uno dopo l’altro. Buscetta è un traditore nei confronti dei suoi parenti siciliani: la sua decisione di denunciare i meccanismi di Cosa Nostra ha come ripercussione violente vendette trasversali dei corleonesi, capeggiati da Riina, che gli ammazzano due figli e un fratello, da lui abbandonati nel momento in cui sceglie di andarsene in Brasile. Lui viene poi arrestato a San Paolo, e estradato in Italia; nel 1984 decide di collaborare con Giovanni Falcone; “traditore” anche nei confronti della Cosa Nostra. Con le sue rivelazioni consente l’arresto di 366 mafiosi. Buscetta poi viene considerato un “traditore” anche da una parte delle istituzioni: al processo Andreotti la difesa fa leva sulla demolizione del “pentito”, il teste cardine. “Ma questa è verità storica”, dice Bellocchio, “e sono contento di avere tenuto tutto, di non avere tagliato. Volevo dimostrare come dopo la scomparsa di Falcone e Borsellino molte cose importantissime sono state insabbiate”.

Il film di Bellocchio non perde mai il suo ritmo tra colpi di scena e dramma. Un film lirico e tragico che ci ricorda anche “Il Padrino” di Francis Coppola, ma non fa di Buscetta e di Falcone un antieroe o un eroe, ma degli uomini. Nel film l’emozione è sui volti e colpisce l’intensità degli sguardi. Ma “Il traditore” è anche un film di parole e lunghi dialoghi, di musiche solenni di Verdi, tra una scena e l’altra, che ne sottolineano la melodrammaticità.

Caro Bellocchio, auguri per queste sue prime ottanta primavere. E fin da ora, grazie per le future “visioni”.

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