Roberto Bertoni. Una generazione travolta da alcol e droga

Roberto Bertoni. Una generazione travolta da alcol e droga

Non entriamo nel merito della tragedia di Luca Sacchi e di Anastasiya, la sua fidanzata. Non usiamo termini inappropriati né cerchiamo di soffiare sul fuoco populista dell’indignazione e della rabbia, avallando l’idea di una Roma trasformata in Bronx e ormai del tutto fuori controllo. Non sappiamo come siano andate le cose nella notte di giovedì 24 ottobre, quando Luca è stato ferito a morte da un colpo di pistola, né se la vicenda celi dietro di sé il dramma una brutta storia di droga. La famiglia di Luca continua a sostenere che il ragazzo fosse pulito e non abbiamo alcun motivo per non crederle, così come, al momento, non abbiamo alcuna ragione per sospettare della buona fede e dell’onestà della sua compagna. Insomma, non ci uniamo alla macchina del fango, al costante tentativo di sporcare l’immagine di due ragazzi innamorati che avevano soltanto deciso di trascorrere una serata in allegria. Né demonizziamo le periferie e chi vi abita: siamo ben coscienti, infatti, che la sinistra ha cominciato a scomparire nel momento in cui si è trasformata in un giudice spietato, senza umiltà, senza alcuna capacità d’ascolto, senza il benché minimo rispetto nei confronti dei quartieri più difficili nei quali, più che altrove, sarebbe necessaria la sua presenza e, invece, da anni si avverte solo la sua mancanza.

Riflettiamo, piuttosto, sul dramma collettivo di una generazione. Guai a generalizzare, intendiamoci, ma non c’è dubbio che i ventenni di oggi siano più esposti che in passato a rischi che dovrebbero far accapponare la pelle a chiunque abbia a cuore la loro salute e la tenuta del nostro già fragile tessuto sociale. Alcol e droga sono ormai all’ordine del giorno, con un uso e un abuso che iniziano in età sempre più precoce, comportamenti violenti, notti brave, nessun rispetto o quasi per i beni comuni e i monumenti, risse e aberrazioni d’ogni sorta. Il che ci pone di fronte a un problema enorme perché ci stiamo sempre più avvitando in una spirale di nichilismo, dalla quale non si uscirà fino a quando questi ragazzi non avranno di fronte a loro un orizzonte, una prospettiva, una speranza. Ciò che manca, più di ogni altra cosa, è il lavoro, ossia il momento in cui i singoli diventano comunità, lo sforzo di uno diventa lo sforzo di tutti, l’affermazione personale diventa vittoria collettiva. Manca l’incontro con l’esperienza, manca la passione civile che solo la coesione intergenerazionale può sprigionare, manca la comunione d’intenti che solo il sentirsi parte di una collettività in cammino può realizzare. Ai ventenni di oggi non mancano solo esempi e modelli positivi: manca loro un’idea di futuro, con l’eccezione del movimento in difesa dell’ambiente e contro i cambiamenti climatici cui, anche per questo, non andrà mai abbastanza gratitudine.

E quando un’intera generazione sa che, almeno qui, non avrà un domani, è ovvio che la parte più debole della società si sbandi. Quando i giovani sanno che il loro orizzonte sarà angusto, che staranno senza’altro peggio dei propri genitori e che la stessa idea di comunità è destinata a venire meno, schiavi come siamo del nostro individualismo e delle paure alimentate ad arte dal peggio del peggio di una classe politica che si commenta, spesso, da sola, quando si arriva a questo punto, si realizza quella “società signorile di massa” di cui parla il sociologo Luca Ricolfi in un suo recente e amarissimo saggio. Duole dirlo, ma una società ridotta in queste condizioni non ha un avvenire, non ha uno sviluppo, non è in grado di emancipare gli ultimi e di affrancarli da una miseria che non è affatto solo economica. L’ascensore sociale si è fermato e questa corsa verso il nulla, o, per meglio dire, verso l’annullamento di se stessi e della propria dignità, ne è l’emblema. Una generazione che non crede più in se stessa e nelle proprie possibilità è una bomba a orologeria posta sotto il nostro vivere civile.

Restituire a questi ragazzi una speranza, un orizzonte e i mezzi per guardare avanti è un dovere morale, pena la dissoluzione di secoli di civiltà e cultura e lo scadimento in un contesto barbaro, nel quale a prevalere sarà la legge della giungla e la violenza la farà da padrona. I primi ad essere annientati saranno coloro che vivono ai margini e non hanno modo di opporsi a questo vortice; poi toccherà a tutti noi, erroneamente sicuri di poterci salvare da una devastazione che, all’opposto, ha già cambiato il nostro modo di pensare, rendendoci assai peggiori e, come cantava De Gregori, convinti “a restare chiusi in casa quando viene la sera”.

Share