Alfonso Gianni. Lo scontro nel governo: non è tempo di furbizie

Alfonso Gianni. Lo scontro nel governo: non è tempo di furbizie

La competizione tra i due contraenti il contratto di governo si fa sempre più accesa ed evidente. Di Maio si vendica dei commenti, tra l’irato e l’ironico,  successivi al suo incontro con esponenti – peraltro non molto qualificati – dei gilet gialli francesi, attaccando Salvini per l’appuntamento parigino del medesimo con Marie Le Pen. Le parole sono pesanti, ma le questioni d’oltralpe non sembrano essere il vero pomo della discordia, malgrado l’imminenza e il carattere europeo del prossimo appuntamento elettorale.

Il punto focale in questa fase è rappresentato dal difficile passaggio della formulazione del Documento di economia e di finanza (Def) che, secondo le regole europee, deve essere pronto per il 10 aprile. Mancano dunque pochi giorni per decidere. La pressione sul ministro Tria si fa sempre più soffocante e senza esclusione di colpi. Vengono messe apertamente in discussione la moralità dei suoi collaboratori ed anche i comportamenti di suoi stretti famigliari, quando giustamente contraddicono  la politica del governo su una questione fondamentale come il soccorso in mare dei migranti.

Apparentemente Tria è come un vaso di coccio tra vasi di ferro. Ma non bisogna fermarsi alla superficie. In realtà la partita è assai più complessa. Per la semplice ragione che Tria ha dalla sua l’ortodossia europea. E non solo. In fondo occupa quella poltrona a seguito del mancato gradimento di Mattarella nei confronti di Paolo Savona. E ricordiamo bene come le motivazioni del Capo dello Stato si siano in quell’occasione spinte anche al di là delle sue strette prerogative, avendo imputato apertamente a Savona un profilo e un possibile comportamento non consono alla permanenza del nostro paese nell’Eurozona, invadendo direttamente il campo della politica economica del governo. Rimuovere Tria da quell’incarico non è quindi affatto semplice per nessuno dei due dioscuri di Palazzo Chigi.

I più sbilanciati e spregiudicati in questa direzione sono in questi giorni i 5Stelle. Di Maio avrebbe chiaramente detto al Presidente del Consiglio che la linea che Tria intende assumere su diverse questioni fa perdere credibilità e voti al suo partito. Viene quindi invocato non l’interesse del paese, magari anche solo in modo retorico, ma spudoratamente quello di un’organizzazione politica che è in affanno per la perdita evidente di consensi. Che la cosa non susciti indignazione più di tanto misura solamente il livello di abbrutimento cui è giunta la sensibilità democratica nel paese. A ben vedere basterebbe questo per sfiduciare il vicepresidente del consiglio, nonché titolare di ben due ministeri quali lo Sviluppo economico e il Lavoro.

Uno dei nodi della contesa sarebbe  la non pronta risoluzione del tema del rimborso ai risparmiatori truffati, cui sono state fatte esplicite promesse in campagna elettorale in particolare dai 5Stelle. La questione in effetti è tutt’ora irrisolta, malgrado se ne sia parlato nell’ultimo Consiglio dei ministri senza arrivare a nessuna vera soluzione ed è stata quindi rimandata all’inizio della prossima settimana. Eppure fonti del Ministero dell’economia e della finanza (Mef) confermano che è stato raggiunto un accordo con l’Antitrust europeo sulla base di un doppio binario: il “ristoro” verrebbe garantito ai risparmiatori e  investitori che abbiano un reddito annuo fino a 35mila euro oppure un patrimonio immobiliare non superiore a centomila euro. Non vi sarebbe tuttavia un’automaticità piena nei rimborsi per tutti, come invece chiedono in particolare i 5Stelle. Il compromesso consisterebbe, a quanto si sa il condizionale è d’obbligo, nell’evitare una valutazione arbitrale in merito al carattere fraudolento della vendita dei titoli, finora considerata un presupposto indispensabile per un rimborso effettuato attraverso soldi pubblici. Tuttavia questo sistema creerebbe comunque una suddivisione fra i risparmiatori che si sentono truffati a seconda delle loro condizioni di reddito, cosa invisa alle forze di maggioranza.

Ma Tria rimane ostinatamente contrario ai rimborsi a pioggia, temendo le reazioni europee che non intende eccitare, soprattutto prevedendo che lo scontro si farà assai più consistente sui documenti economici del governo. Il primo è appunto il Def e il problema è cosa scriverci dentro.  Se deve presentare la realtà così come è o cercare di addolcirla. E in ogni caso, come. Se ci mette la flat tax, cara a Salvini, fa saltare il banco. Se ragiona in termini programmatici, cioè prevedendo gli effetti sulla crescita dei provvedimenti varati dal governo, rischia di essere rapidamente smentito dai fatti. Se si attiene ai numeri che sono forniti dai centri studi interni e internazionali, descrivendo la situazione per quella che è, certifica il fallimento della politica economica del governo.

Tanto più che i famosi due provvedimenti, presunto reddito di cittadinanza e quota 100, non possono aggiungere, nella migliore e più improbabile delle previsioni, che qualche decimale al + 0,1% di partenza. Infatti gli effetti di quota 100 su un rilancio dei consumi sono contraddetti dalla natura del provvedimento stesso che prevede un assegno pensionistico più basso. Oltretutto per ragioni di sperato ritorno elettorale, le domande di quota 100 vengono liquidate in tempi record, a scapito dei normali pensionati che ancora attendono da mesi l’inizio della corresponsione della pensione e che sono costretti  a stringere la cinghia. L’altro provvedimento, il cosiddetto reddito di cittadinanza, in realtà di sudditanza, visto le norme che lo irreggimentano, è oltretutto inficiato nella sua operatività da un clamoroso errore nella stesura finale del testo di legge, quello comparso in Gazzetta Ufficiale che differisce da quello in mano all’Inps. Il che richiede comunque un intervento di interpretazione autentica che non può certo essere lasciato alla burocrazia amministrativa.

Emerge oltretutto un’altra grave discriminazione nei confronti di cittadini nati all’estero, di assai dubbia costituzionalità, che vale la pena di sottolineare con forza. Infatti se per i titolari di cittadinanza italiana e per quelli appartenenti all’Unione europea, al netto dei requisiti patrimoniali, saranno sufficienti 10 anni di residenza dei quali gli ultimi due in via continuativa, per le persone provenienti da paesi extra-UE, il percorso sarà nettamente più complicato. Per questi ultimi si prevede il possesso del permesso di soggiorno europeo per soggiornanti di lungo periodo. Ma per ottenerlo serve un reddito pari a circa 6.000 euro incrementato della metà per ciascun individuo componente il nucleo familiare. “Per avere il reddito di cittadinanza dovranno essere poveri ma non troppo poveri e questa è un’ingiustizia paradossale”, ha affermato  giustamente  l’avvocato Alberto Guariso di Asgi, già vincitore della causa contro il comune di Lodi sul caso-mense.

Quindi per il governo ogni scelta ha un prezzo e cercare di scaricarla interamente sul ministro Tria è un mezzuccio miserabile. Non ci voleva un occhio di falco per vedere con largo anticipo che la prossima legge di bilancio, magari preceduta da una manovra correttiva di sette – otto miliardi ad andare bene, che ogni giorno che passa diventa più probabile, con la necessità poi di reperire fondi per evitare l’aumento dell’Iva, oppure effettuarlo scaricandolo sui prezzi dei prodotti di prima necessità, rappresenta un nodo scorsoio. Per questo i 5Stelle, che pensano di primeggiare in furbizia, avanzano la mossa che a sostituire Tria – nel caso riescano a cacciarlo – possa essere una figura di fiducia della Lega. Tattica di cortissimo respiro, perfino autolesionista, perché in questo modo sottolineerebbero in modo ancora più evidente di quanto già la realtà non dica la posizione di comando di Salvini, senza salvare se stessi.

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