Secessione leghista e “regionalismo differenziato”

Secessione leghista e “regionalismo differenziato”

Il 15 febbraio 2019, a distanza di poco più di due anni dai referendum sull’autonomia regionale, i presidenti di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna si troveranno con il governo nazionale per discutere il documento delle Regioni in tema di autonomia differenziata. La proposta è frutto degli spazi offerti dall’art. 116 della Costituzione che prevede la possibilità di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, anche per le Regioni a statuto ordinario.

Se si concederà alle Regioni in questione di gestire in autonomia le risorse fiscali del proprio territorio di fatto si produrrà una frattura dello Stato nazionale. La richiesta attuale pretenderebbe che l’80% del gettito fiscale rimanga alle Regioni che chiedono l’autonomia differenziata (Regioni.it 3539 – 30/01/2019). Si corre un serio pericolo per la tenuta sociale del paese e il moto centrifugo che ne potrà derivare sarà imprevedibile.  Le forti disuguaglianze territoriali fra le Regioni meridionali e quelle più ricche del Nord saranno destinate a peggiorare. Le differenze fra cittadini saranno destinate ad aumentare in ragione della collocazione geografica.

5Stelle e Pd, ma non solo, sono già stati complici della Lega non ancora diventata nazionale (sic!) nell’ottobre del 2017 quando il referendum sull’autonomia fu votato dai primi e derubricato come inutile dai secondi. Non è stato meno grave il comportamento del presidente del Pd dell’Emilia Romagna che ha soltanto promosso un percorso interno alle istituzioni mirando, però, al medesimo obiettivo della Lega. In questo complice il governo Gentiloni. Nel silenzio generale della sinistra furono pochissime le voci contrarie nel panorama politico che si opposero alla deriva autonomista, intesa prevalentemente come assalto alle risorse fiscali.

Non bastano le belle parole espresse il 30 gennaio 2019 dal presidente del Consiglio dei ministri Conte nell’incontro con il presidente di Regione Lombardia Fontana sulla “necessità di salvaguardare la coesione nazionale e sociale per scongiurare che l’Italia si divida”.  Se fino ad oggi le irrisolte differenze (dagli squilibri economici a quelli sociali) della penisola non hanno prodotto pericolose derive lo si deve ad un sentire comune che nonostante tutto accomuna gli italiani. Il no del 60% degli italiani al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, per alcuni aspetti, lo si può anche interpretare come volontà di non rompere il patto che le forze politiche antifasciste sancirono con il referendum istituzionale del 1946 e con la promulgazione della Costituzione repubblicana nel 1948.

La riforma del Titolo V della Costituzione, causa di quanto sta accadendo, fu approvata alla conclusione del Governo Amato nel 2001 e sottoposta a referendum confermativo. Tutta la classe dirigente della sinistra dell’epoca pensò che fosse elettoralmente conveniente contrastare Bossi e le sue idee secessioniste con una riforma costituzionale  autonomista. Nessuno valutò le conseguenze che ne sarebbero derivate.

Il grande pasticcio normativo che ne è derivato, l’attribuzione confusa delle competenze, ha generato un grande pastrocchio decisionale (chi fa che cosa) e grandi disfunzioni gestionali (attribuzione delle risorse). Valga un esempio per tutti: il modo in cui il paese ha affrontato e sta affrontando il tema delle grandi opere e delle infrastrutture del territorio. In questo modello “disfunzionale” sta certamente uno dei motivi dei ritardi della crescita italiana rispetto ai paesi della eurozona e delle ripetute recessioni, l’ultima segnalata in questi giorni.

Una sinistra avveduta denuncerebbe e riconoscerebbe gli sbagli e metterebbe al centro dell’agenda politica, come priorità, la riforma del Titolo. La cosiddetta “concertazione” fra i diversi livelli istituzionali (c’è fra gli studiosi di diritto amministrativo chi ne ha contati più di dieci) rappresenterà sempre un ostacolo per il funzionamento efficiente ed economico dei diversi livelli istituzionali. Ciò non vuol dire eliminare dai processi decisionali le popolazioni dei territori, ma definire gli ambiti per cui si ricorre alla consultazione dei cittadini.

La riforma regionale degli anni ‘70 mirava  ad  avvicinare i cittadini alle scelte pubbliche, a rompere quella frattura fra amministratori e amministrati che aveva connotato la storia unitaria nazionale. Tutto questo non è accaduto. Con la nascita delle Regioni si è venuto a determinare un nuovo livello istituzionale, una nuova burocrazia, un nuovo ceto politico locale e soprattuto un nuovo centro di spesa che ha moltiplicato sprechi e privilegi senza migliorare la qualità della democrazia italiana. C’è una forte correlazione fra il moltiplicarsi del debito pubblico e la crescita delle burocrazie regionali. Tutto questo andrebbe rivisto.

La richiesta dell’autonomia differenziata da parte dei presidenti di Regione Lombardia e Veneto, al contrario, sta in realtà rilanciando il secessionismo prima maniera di Bossi. Salvini si è fatto quindi leader di una Lega che ha assunto sembianze nazionali per mantenere fede al disegno originario.

Per il leader leghista sarebbe un capolavoro politico, per gli italiani un drammatico epilogo di una storia iniziata più di un quarto di secolo fa. In tutta questa vicenda risulta incomprensibile il cedimento del Movimento 5Stelle.

L’evidente processo di disgregazione va contrastato. Revisionare la cultura politica della sinistra in tema di riforma amministrativa e istituzionale  dello Stato diventa urgente. Come pure far crescere un forte movimento che restituisca agli italiani senso di solidarietà e di appartenenza ad una medesima storia e comunità.

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