Protagonisti sempre/4. Rialzare la testa in un Paese senza sinistra

Protagonisti sempre/4. Rialzare la testa in un Paese senza sinistra

Il dramma dell’Italia è che da troppo tempo è un Paese senza politica e, di conseguenza, senza sinistra. Perché senza politica, in un Paese come il nostro, tutto si degrada, e la sinistra è la prima vittima di questo quadro di sfacelo, fra corpi intermedi continuamente vilipesi, elogi della disintermediazione e una crisi dello stare insieme che riguarda tutti i settori della società, ben al di là dell’attivismo comunemente inteso. Il punto è che perché la sinistra continui a vivere e ad avere un futuro è indispensabile che trovi una nuova linfa, nuovi linguaggi, che torni ad appassionare i giovani e ad esistere nel grembo della società, laddove c’è il disagio, la sofferenza, il tormento degli ultimi e dei ceti sociali dannati da una globalizzazione oggettivamente insostenibile. Da qui la rabbia, la disillusione, il disincanto, l’abbandono e il voto per i movimenti alternativi, compresi i peggiori: un fenomeno che non riguarda solo l’Italia ma buona parte del Vecchio Continente, strangolato da un’austerità dannosa ed incivile che lo ha privato di ogni riferimento culturale e di qualsivoglia prospettiva per il futuro.

In tanta malora, in un contesto mai così drammatico, nel quale è il concetto stesso di sinistra ad essere messo in discussione, segnalo con piacere l’iniziativa che ha luogo domenica, a Roma, presso la Città dell’altra economia. “Alziamo la testa! Per un lavoro che ci permetta di vivere”: è il grido di battaglia dei Pettirossi, l’associazione fondata e presieduta da Rosa Fioravante, con idee molto radicali ma non per questo estremiste, nel solco della nuova sinistra mondiale che si estende dagli Stati Uniti di Sanders e della Ocasio-Cortez all’Inghilterra di Corbyn.

La base del dibattito riguarda la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il diritto alla disconnessione e le politiche occupazionali e l’obiettivo esplicito di questi ragazzi è quello di ripoliticizzare la propria generazione, di renderla nuovamente protagonista delle battaglie del nostro tempo, di provare a replicare, a livello italiano, il modello anglosassone, benché siano ben consapevoli di quanto questa sfida sia più difficile in mancanza di partiti solidi e strutturati e di relazioni sociali all’altezza, frantumata dall’atomizzazione sociale nella quale siamo immersi.

Una generazione apparentemente lontana dalla politica e dalla passione civile mentre nel resto del mondo i millennial socialisti si sono fatti talmente notare che la scorsa settimana psrsino l’Economist ha dedicato loro una copertina.

Una generazione che deve tornare a crederci, a sognare, a convincersi di potercela fare, a non arrendersi di fronte a difficoltà che nascono innanzitutto dall’assenza di un lavoro qualificato, da un precariato asfissiante, dalla scarsezza di risorse che rende impossibile ogni forma di autonomia nonché la costruzione di una famiglia e di una vita dignitosa.

Una generazione travolta dalle proprie difficoltà, dai propri dubbi, dalla mancanza di fiducia in sé stessa, dimenticata da un dibattito pubblico che non la contempla e da una classe dirigente che parla d’altro e non ha alcun rispetto per un universo che viene considerato, a torto, ininfluente, dunque tralasciabile.

La sfida di Rosa, il suo desiderio di ripoliticizzare la nostra generazione è, pertanto, l’unica possibilità che abbiamo per rientrare in gioco e per questo, alle soglie del decennio che dovrà vederci per forza di cose protagonisti, è decisiva. Ne va del futuro della sinistra, in un Paese sfigurato dalla sua drammatica assenza o, peggio ancora, dai suoi cedimenti e dalla sua trasformazione in un qualcosa che non sarebbe mai dovuta diventare.

Share