Il digitale, gli statali e il sindacato. Idee per una nuova politica industriale nel comparto pubblico Parte prima

Il digitale, gli statali e il sindacato. Idee per una nuova politica industriale nel comparto pubblico  Parte prima

Avvertenza

Data la lunghezza del testo il presente saggio è stato suddiviso in tre parti. Speriamo in questo modo di agevolare la lettura di chi è interessato alle tematiche che affrontiamo. Le tre parti saranno pubblicate su questo sito web in differenti momenti. Ringraziamo jobsnews.it per l’ospitalità.

Premessa

Oggi tutti parlano dell’intelligenza artificiale così come negli anni ’90 del secolo scorso tutti parlavano della realtà virtuale. Paradossalmente, per la realtà virtuale tanta popolarità fu l’inizio di un progressivo ridimensionamento che dura tutt’oggi, nonostante gli innegabili sviluppi e le numerose applicazioni. In altre parole, lavoro e vita quotidiana non mutarono radicalmente grazie a quella nuova tecnologia così come accadde con l’avvento del treno, della lampadina e del telefono. Per l’intelligenza artificiale le cose andranno diversamente? Sarà in grado di costituire un fattore di trasformazione del modo con cui si producono beni e servizi e del modo con cui si riproducono le nostre società? Sembrerebbe proprio di sì e per ragioni evidenti: oggi siamo in piena quarta rivoluzione industriale, i cambiamenti tecnologici accelerano la loro corsa sempre di più, l’intelligenza artificiale è ormai ovunque. Tanta evidenza va interpretata. E il nostro obiettivo qui è quello di contribuire alla costruzione di un punto di vista dalla parte dei lavoratori su un tema – il rapporto tra tecnologie informatiche e pubblico impiego – per il quale riteniamo dovrebbero far sentire di più e meglio la loro voce.

Se le ricadute sociali della realtà virtuale e dell’intelligenza artificiale hanno un peso notevolmente diverso, tuttavia entrambe presentano due tratti comuni: il modo in cui si articola discorso pubblico intorno alle tecnologie informatiche;  i rischi per la società che tali tecnologie comportano. In merito al discorso pubblico sia negli anni Novanta sia oggi la narrazione è la medesima ed è ispirata al determinismo tecnologico. Ossia l’idea (sbagliata) che l’innovazione tecnologica sia in grado da sola di cambiare la società. In realtà il mutamento sociale avviene per l’interazione tra diversi fattori e la tecnologia è uno di questi. Un esempio. Nell’industria le macchine sono state introdotte sempre più massicciamente anche per indebolire il movimento operaio e non solo per aumentare produttività e profitti. La cosiddetta rivoluzione tecnologica dei nostri giorni è la continuazione dello stesso processo storico esteso però all’insieme lavoro dipendente col doppio intento di inibirne ovunque la conflittualità e riportarlo a una condizione servile (1).

Oltre al determinismo tecnologico il discorso pubblico sulle tecnologie informatiche è inquinato dalla quasi totalità della stampa. La quale pubblica articoli su articoli che in realtà sono promozioni clandestine dei prodotti e dei servizi sfornati dalle aziende dell’ICT (Information and Communications Technology). A fianco a questa pubblicità travestita da informazione assistiamo a una planetaria campagna di sostegno alle tecnologie digitali capitanata dagli esperti. Promoter e testimonial di tale campagna sono in genere informatici, guru della tecno-scienza, inventori, scienziati-imprenditori, docenti (tutti in larga misura maschi, bianchi e occidentali, preferibilmente statunitensi). I quali, forti della propria autorità scientifica, si trasformano in visionari (2), guardano fuori dal loro consueto campo disciplinare (ingegneria, informatica, robotica ecc.) e riflettono sugli effetti sociali delle tecnologie. Come lo fanno? Generalmente in maniera così sprovveduta, superficiale e conformista da offendere la loro intelligenza (3). Insieme a quotidiani, libri e riviste Internet offre un gran numero di video grazie ai quali è possibile assistere a conferenze, interventi e lezioni di esperti (anche del Mit e della Nasa) sulle ricadute sociali dell’informatica. Purtroppo il più delle volte ci si trova davanti a un pressappochismo che fa a pugni con le procedure del metodo scientifico. Per farla breve, è spesso imbarazzante constatare quanto siano scarse le cognizioni di questi esperti sul funzionamento dei processi sociali, politici e storici (4). Però è a loro che i vecchi e i nuovi media danno visibilità costruendo giorno per giorno un immaginario tanto artificioso quanto efficace. E così la narrazione sull’avvento dell’homo technologicus è oggi egemone. Ed è diventata egemone perché funzionale agli interessi dell’élite economica formatasi negli ultimi decenni intorno all’ITC. Insomma, appena si gratta l’aura dell’esperto in nuove tecnologie impegnato a discettare su temi filosofici, etici e sociali appare il pensiero unico (5).

Preso atto che dietro l’homo technologicus si nasconde l’homo oeconomicus qual è il rischio che le società corrono oggi dinanzi all’ulteriore diffusione di robot, automazione e intelligenza artificiale? Di ripetere quanto accaduto con la Silicon Valley. La quale è stata ed è tutt’oggi presentata al mondo come il mitico luogo della creatività imprenditoriale, dell’innovazione, dell’arricchimento facile e soprattutto come il luogo liberato dalla regolamentazione pubblica. Ad accorgersi che le cose non stanno affatto così non è stata la stampa, che ancora oggi continua a esercitarsi nell’apologia dell’imprenditore innovatore, ma qualche studioso fuori dal coro. Ad esempio, l’economista Éloi Laurent, che in un pamphlet ricostruisce il seguente quadro (6). Alla Silicon Valley la ricerca si è sviluppata attraverso grandi università (pubbliche e private) e soprattutto grazie a notevoli investimenti da parte del Pentagono. Non basta. I grandi profitti delle imprese della Silicon Valley sono in larga misura dovuti alla capacità di pochissimi imprenditori di fare incetta di denaro pubblico. Non basta ancora: con grande creatività questi stessi imprenditori si mettono in tasca la maggior parte del denaro pubblico e per di più riescono a evitare il pagamento di ben il 90% delle tasse che dovrebbero al fisco. E’ finita qui? Macché. Il lavoro è precario e sottopagato mentre le donne si trovano in condizione di subordinazione (il 95% dei quadri e dei dirigenti della Silicon Valley sono maschi bianchi). Riassumendo la realtà della Silicon Valley: i beni pubblici sono privatizzati, il lavoro senza diritti, la diserzione fiscale dilagante e la ricchezza prodotta distribuita in una maniera che più iniqua di così non si potrebbe. Con l’intelligenza artificiale si continuerà su questa strada? Dipende dai corpi intermedi della società come il sindacato. Sapranno reagire? Sapranno contrastare la narrazione ufficiale? Sapranno offrire delle alternative? Nel suo piccolo questo nostro intervento abbozza alcune risposte a tali interrogativi

  1. Tecnologia digitale e dilemma occupazionale

La parabola della Silicon Valley chiama in causa il rapporto tra politica, economia, stampa e pubblica amministrazione (d’ora in poi p.a.). Negli USA tale rapporto si è storicamente risolto a tutto vantaggio dell’economia. In Italia siamo da tempo sulla stessa strada, ma la partita non è ancora chiusa. E’ semplicemente rinviata di qualche anno, quando, tra gli altri, si misureranno gli effetti della nuova ondata di automazione del lavoro mentale che sta per abbattersi sugli uffici (pubblici e privati). Utilizziamo il termine abbattersi perché questa volta le macchine saranno più intelligenti delle precedenti, in grado di svolgere lavori di concetto sempre più complessi e connesse con la Rete superando in tal modo i confini tracciati a suo tempo dall’idea di office automation (bureautique nella versione francese). Nasceranno così nuovi posti di lavoro e altri verranno perduti. Il sospetto di molti è che i posti perduti saranno più numerosi di quelli creati. Un noto studio del 2013 (7) prevedeva che nel giro di 10-20 anni l’impatto delle tecnologie digitali avrebbe messo a rischio circa il 47% di posti di lavoro negli Usa. Tre anni dopo, nel 2016, un rapporto della Banca mondiale ha confermato tale previsione. Alla quale, sempre nel 2016, si è aggiunto un rapporto degli esperti economici del presidente Obama secondo cui ben l’83% dei posti di lavoro a basso costo negli USA è a rischio di automazione (8). Tuttavia le percentuali calano drasticamente quando si parla di automazione completa del processo di lavoro. Un’analisi comparativa dell’Ocse ipotizza che nel prossimo futuro solo il 9% degli attuali impieghi in ventuno Paesi del mondo sia potenzialmente destinato a essere svolto da macchine automatizzate o da robot (9). Per la società di consulenza McKinsey la percentuale si abbassa ulteriormente attestandosi a meno del 5% (10). Va precisato però che entrambi gli studi ragionano in base alla tecnologia attuale. Se il tasso di sviluppo delle tecnologie digitali continuerà anche solo agli attuali livelli è evidente che cresceranno le occupazioni destinate alla completa automazione. Certo, come illustrano diversi studi, l’intelligenza artificiale non si limiterà a distruggere i vecchi processi produttivi, ma genererà nuovi posti di lavoro. Una ricerca pubblicata dalla società Adp (11)  stima che per ogni posto di lavoro nato nei settori legati alla tecnologia, alle life sciences e alla ricerca scientifica ne saranno creati altri 2,1. Un’altra ricerca (giugno 2018) condotta da Idc per conto di Cisco sostiene che il settore informatico è probabilmente quello destinato a crescere maggiormente nei prossimi nove anni generando nel mondo oltre cinque milioni di nuovi posti di lavoro ben retribuiti (12).

          2. Decodificare la politica del software

 Al di là delle differenze quantitative, della questione sull’automazione parziale o totale dei processi produttivi e dello sviluppo accelerato nel settore informatico, la bilancia sul futuro dell’occupazione sembra pendere verso il negativo. Nel suo ultimo libro Giulio Sapelli sostiene che continuando le attuali politiche economiche, con la scientifica distruzione dei legami sociali ad opera del neoliberismo, non siamo lontani dal seguente scenario: “Lo 0,1% della popolazione possiederà le macchine, lo 0,9% le gestirà e il 99% sarà addetto al poco lavoro non automatizzato o giacerà nell’abisso della disoccupazione” (13). Dinanzi a parole come queste c’è da essere pessimisti riguardo il futuro. Ma il pessimismo è un lusso che oggi i lavoratori e i loro rappresentanti non possono permettersi per un motivo molto semplice: nessuno sa con precisione cosa accadrà in futuro. Basti ricordare che nel corso degli anni ’60 e ’70 parecchi studiosi pronosticavano l’imminente avvento della società del tempo libero proprio grazie all’automazione dei processi di produzione. Non avevano chiara la natura del capitalismo e da allora ad oggi l’automazione ha incatenato l’uomo al lavoro in forme sempre più stringenti: attualmente ci troviamo in una condizione in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione facilitano l’estensione del lavoro a tutto il tempo di vita. Tralasciando la discussione su questo tema –  l’evaporare della frontiera tra  tempo di lavoro/tempo libero – parlare del lavoro di domani en gros isolandolo dal resto degli avvenimenti che coinvolgono altre istituzioni significa chiudere gli occhi davanti a un evidente problema politico: i rapporti di forza tra capitale e lavoro sono oggi nettamente sbilanciati a favore del primo. Separare le dinamiche del lavoro dalle dinamiche del potere può essere utile in alcune circostanze ma non ci dà l’idea di cosa accadrà nella società intera. Pensiamo ad accadimenti esterni al mondo del lavoro che però già oggi stanno retroagendo sullo stesso mondo del lavoro. Ecco un parziale elenco: il declino del neoliberismo e di conseguenza dell’Unione Europea, il colpo di freno alla globalizzazione dato dall’attuale amministrazione statunitense, le trasformazioni interne al capitalismo, la messa in discussione della leadership mondiale degli Stati Uniti, l’aumento delle disuguaglianze sociali, la crisi delle democrazie liberali, la tendenza ad appropriarsi dello Stato da parte del potere economico, la distruzione dell’ambiente, le migrazioni di milioni di disperati. Tutti questi fattori, insieme a molti altri, contribuiranno a determinare le prossime metamorfosi del lavoro. Pretendere di predire il futuro come fanno tanti agit prop della tecnoutopia sicuramente risulterà utile per i loro conti in banca, assai meno a una seria riflessione. Il che ovviamente non esime dal porsi problemi lontani nel tempo o addirittura come esercizio intellettuale, purché lo si faccia con cognizione di causa. Ad esempio: cosa accadrà al modo di lavorare dei colletti bianchi se un giorno negli uffici dovessero comparire i cyborg? (14).

Ferma restando la cautela che occorre dinanzi ai tanti scenari sul domani hi-tech pubblicati a getto continuo su libri, riviste, quotidiani, in Tv e in Rete e tenendo conto della diffusa preoccupazione sul futuro dell’occupazione (persino tra chi ha un posto di lavoro nel pubblico impiego), il recente passato e il presente offrono molte indicazioni. Ad esempio, l’impatto dell’informatica sulla sanità ha già trasformato questo settore da oltre vent’anni a questa parte (così come la finanza e il commercio) ed è più che ragionevole ipotizzare che l’evoluzione della tecno-scienza continuerà a trasformarlo. In ogni caso, l’ubiquità dell’informatica non si limita ai comparti citati ma è ormai praticamente ovunque. Tanto più nella p.a. con le sue immense banche dati, la sua produzione di atti scritti aventi valore legalmente vincolante e con la vasta gamma di servizi (on-line e off-line) forniti a molteplici tipi di utenza. In tutta evidenza su tali fronti la p.a. è coinvolta in pieno nell’automazione del lavoro. Alcune cifre: sono “32 mila i dipendenti pubblici che lavorano nel campo dell’ICT, suddivisi fra pubbliche amministrazioni centrali (18 mila) e pubbliche amministrazioni locali (14 mila), ai quali si aggiungono altri 10 mila dipendenti delle società in house centrali e locali. Il piano [vedi nota] stima anche l’esistenza di circa 11 mila data center delle pubbliche amministrazioni, 25 mila siti web e circa 160 mila basi dati, sui quali si appoggiano oltre 200 mila applicazioni.” (15). Con quali risultati? Non si può rispondere nettamente a una domanda del genere data la complessità della macchina statale. Limitiamoci a dire che ci sono eccellenze, aree che galleggiano nella mediocrità e insufficienze. In altre parole, in diversi segmenti c’è del terreno da recuperare rispetto alle burocrazie di altri paesi europei. Anche perché la p.a. non fluttua nel vuoto e ogni giorno si confronta a distanza con una manifattura e un terziario che da anni hanno spinto sull’acceleratore della digitalizzazione. Ma cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto: oggi i ritardi della p.a. italiana aprono una prateria per un cambio di paradigma. Un cambio vero però, indispensabile per provare a tenere il passo con la richiesta di standard sempre più elevati di efficienza, efficacia, trasparenza ed economicità che proviene dai cittadini, dai mercati e che la stessa p.a. si è data come criteri fondanti del proprio agire.

Allo stato attuale delle cose il cambio di paradigma non può essere realizzato dalla p.a. motu proprio ma in combinazione con altri soggetti collettivi, e tra questi c’è sicuramente il sindacato. Assai meno, purtroppo, il mondo dell’imprenditoria privata. Il quale, al di là della furbetta retorica sui lacci e laccioli imposti dallo Stato, ha oggi un potere di gran lunga superiore rispetto al corpo politico e per questo motivo generalmente instaura con la p.a. un rapporto di mero sfruttamento. Ecco perché le buone intenzioni suggerite dall’idea di responsabilità sociale dell’impresa restano in gran parte sulla carta. Mentre nella realtà avanza lo spettro della disoccupazione tecnologica. Spettro che dalle aziende private sta per fare il suo ingresso negli enti pubblici. Come si stanno attrezzando le organizzazioni dei lavoratori dinanzi all’avvento di software in grado di svolgere attività amministrative fino ad oggi effettuate da impiegati, tecnici e professionisti in carne ed ossa? Si tratta di un problema che riguarda innanzitutto i posti di lavoro messi in discussione, ma riguarda anche il mestiere del sindacalista. Il quale si troverà ad affrontare e risolvere le nuove sfide poste dall’incipiente ondata tecnologica nel mondo del pubblico impiego. Come nel privato questo non significa che il sindacalista debba trasformarsi in un esperto di robotica. Significa, in primis, che i rappresentanti dei lavoratori pubblici sono oggi chiamati ad affermare con maggior forza che le soluzioni adottate nell’economia di mercato non sono esportabili sic et simpliciter nell’amministrazione statale. E ciò per un motivo molto semplice: per sua natura la p.a. non insegue il profitto (è così anche negli ultraliberisti Stati Uniti e Inghilterra). Nelle sue articolazioni la p.a. tratta di beni e servizi non destinati alla vendita, la cui produzione è finanziata tramite il prelievo obbligatorio sul reddito e il patrimonio dei cittadini. In definiva: l’economia pubblica è altra cosa dall’economia di mercato. Le nuove tecnologie e la propaganda che le accompagna costituiscono un cavallo di Troia per avallare la politica dello Stato minimo. Il che si traduce in meno welfare per i cittadini e fiumi di denaro pubblico che finiscono per finanziare senza contropartite le grandi aziende e per risolvere gli imbrogli delle banche. Per restare alla new economy, è poco noto ad esempio, e la stampa si guarda bene dall’insistere, che tutta la principale tecnologia dell’i-Phone è stata finanziata dallo Stato (microchip, touchscreen, Gps ecc.). Il che ridimensiona parecchio la mitizzata figura di Steve Jobs, la cui vera capacità si riduce a quella di essere stato soprattutto un abilissimo venditore. Il che non è un peccato, ma da qui a presentarlo come un rivoluzionario o portatore di una nuova cultura ce ne corre (16). Al di là dello storytelling messo in piedi dai mezzi di comunicazione (la cui funzione è però strategica per alterare la realtà) le tecnologie digitali stanno cambiando il modo di lavorare. Da qui ai prossimi anni nel pubblico impiego occorrerà inventare soluzioni in larga parte da inventare. Soluzioni che prevalentemente non saranno il parto di fertili fantasie, ma scaturiranno dal profondo mutamento che investirà sia la macchina dello Stato sia il sindacato. Per entrambi i soggetti dunque è necessario possedere una griglia interpretativa non approssimativa sugli effetti della trasformazione tecnologica.

  1. Governare la nuova ondata tecnologica è possibile

La manifattura sta attraversando una fase di transizione guidata dalla tecno-scienza (17): stampanti 3D, Big Data, cloud computing, robotica e così via. Nel terziario la sharing economy, pur rappresentando solo una parte del comparto, ha comunque impresso una svolta al settore collocando i modelli produttivi all’interno della Rete: Amazon, Netflix, Google, Facebook e così via. E nella burocrazia statale quale sarà l’impatto di un’intelligenza artificiale sempre più diffusa? Dinanzi a mutamenti così radicali  cambiano a loro volta i bisogni e le richieste dell’economia, dei lavoratori, della cittadinanza e delle comunità nei confronti della p.a. La quale, se vorrà interagire in maniera virtuosa con la società on-line, l’industria 4.0 e i nuovi bisogni della cittadinanza, dovrà modificare profondamente i propri processi produttivi e i propri modelli di organizzazione del lavoro. Per fare un esempio al Forum di Davos (che riunisce annualmente il gotha dell’economia mondiale) è stato previsto che entro il 2025 i governi sostituiranno le usuali fonti per la raccolta di informazioni con i Big data e le tecnologie a loro associate. Lo scopo ufficiale: ottenere programmi automatizzati migliorando l’efficienza e la qualità dei servizi resi ai cittadini (18). Se a tutto questo si aggiunge anche solo la cronaca, e cioè il fatto che oggi esistono software in grado di erogare mutui, di scrivere un articolo giornalistico, di battere campioni del mondo in giochi da tavolo (scacchi e Go) e che in Cina un’azienda ha nominato membro del consiglio di amministrazione un algoritmo dotato di intelligenza artificiale (19) si inizia ad avere un’idea meno vaga della metamorfosi che sta investendo il mondo del lavoro. E il sindacato? Di necessità cambierà anch’esso perché muterà la composizione qualitativa e quantitativa della forza-lavoro che andrà a rappresentare nel prossimo futuro. Per le organizzazioni dei lavoratori si pone dunque il problema di aprire un nuovo capitolo in merito al governo della nuova ondata tecnologica. In quali termini? Per iniziare ecco due proposte che costituiscono una buona base di partenza.

  • Regolare l’innovazione tecnologica. Secondo Henning Meyer (20) l’evoluzione tecnologica può essere moderata attraverso l’istituzione di una serie di filtri: filtro etico (es.: controversie causate dall’ingegneria genetica); filtro sociale (resistenza ai cambiamenti tecnologici); filtro corporate governance (per la quale Meyer cita la cogestione sperimentata in Germania), filtro legale (es.: responsabilità dell’auto a guida autonoma); filtro della produttività. Soffermandoci sul filtro sociale in linea teorica il sindacato può entrare nel merito delle applicazioni tecnologiche contrattando la loro regolazione. In pratica deve costruire: a) le condizioni politiche affinché ciò sia possibile; b) avere quadri dotati di nuove competenze in grado di aprire tavoli di trattative per regolare l’evoluzione tecnologica.
  • Riequilibrare i rapporti di potere. La tecnologia non è neutrale. Oggi i lavoratori non hanno alcuna voce in capitolo sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale e i sindacati si troveranno sempre più sulla difensiva dinanzi a ogni nuova applicazione che andrà a sostituire/modificare i processi produttivi. Applicazioni che in genere hanno alle spalle una filosofia di sfruttamento/controllo in linea con le politiche neoliberiste. Occorre allora intervenire sulla costruzione degli algoritmi con cui si automatizzano tradizionali lavori d’ufficio e allo stesso tempo si creano nuove figure professionali che utilizzeranno nuovi software. Non si tratta di un’ipotesi di per sé nuova. Il sindacato ha proposto di contrattare l’algoritmo di piattaforme come Google e Amazon. Si tratta di estenderla e inverarla anche nella contrattazione di secondo livello.

NOTE

  1. Si pensi solo alla Gig-economy, ossia le attività produttive che hanno il loro retroterra organizzativo nella Rete e nelle app (per esempio gli sfruttati e sottopagati ciclisti di Foodora). Sull’arretramento delle tutele del lavoro in nome della globalizzazione e delle nuove tecnologie la letteratura è sterminata. Ci limitiamo a segnalare D. Schiller, Il capitalismo digitale, EGEA, Milano, 2000.

 

  1. Termine molto in voga e molto interessante perché: a) si colloca tra l’indovino medioevale e il disturbato mentale; b) nella concorrenza tra saperi i visionari hanno soppiantato i futurologi.

 

  1. Tra i tanti vedi, R. Kurzweil, La singolarità è vicina, Apogeo Education – Maggioli Editore, Sant’Arcangelo di Romagna (RN), 2014.

 

  1. A titolo di esempio vedi la conferenza dell’ennesimo visionario hi-tech, David Orban, docente alla Singularity University, un’associazione che si occupa di studiare il futuro e aiutare le aziende nel percorso d’innovazione. https://www.youtube.com/watch?v=nJzRJJWKkwg

Naturalmente sarebbe sbagliato fare di tutta un’erba un fascio. Esistono studi e studiosi di spessore che indagano il rapporto tra tecnologie informatiche e occupazione, ma non fanno opinione, se non in ristretti circoli di specialisti. Rispetto a questo tema invitiamo a tenere un approccio critico sulla realtà costruita dai mezzi di comunicazione (vecchi e nuovi). E il motivo è presto detto: è sulle informazioni costruite dai media che si forma l’opinione dominante, purtroppo anche di molti decisori politici e sindacali. Su questi temi ci sia consentito rinviare a P. Paolinelli, Comunicare il sindacato. Guida pratica, Bibliotheka Edizioni, Roma, 2017

 

  1. Per un buon esempio su come l’ideologia neoliberista viene fatta passare in maniera surrettizia nella divulgazione scientifica vedi P. Gallina, L’anima delle macchine. Tecnodestino, dipendenza e uomo virtuale, Dedalo, Bari, 2015.

 

  1. E. Laurent, Mitologie economiche, Neri Pozza, Vicenza, 2017. E’ forse necessario precisare che Éloi Laurent non è un economista antisistema. Docente a Parigi e negli Stati Uniti (Stanford e Harvard) col suo pamphlet denuncia quanto oggi il sapere economico sia conservatore e addirittura antiscientifico. Laurent non è l’unico ad essersi accorto del profondo scollamento tra l’ideologia neoliberale e la sua prassi: ossia che le grandi imprese dell’ITC (ma vale pure l’industria farmaceutica, le nanotecnologie e altri settori di punta) non avrebbero avuto il successo globale che tutti conosciamo senza attingere perennemente dalle risorse dallo Stato e dalla sua capacità di innovare assai più dei provati. In proposito lo studio di Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore (Laterza, Roma-Bari, 2014), costituisce una  vera e propria pietra miliare utile anche per smontare la narrazione mediatica.

 

  1. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, The future of employment: how susceptible are jobs to computerisation, Oxford University, (https://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/downloads/academic/The_Future_of_Employment.pdf).

 

  1. M. Weiss, L’economia automatizzata e le sue conseguenze, il Sole 24 Ore, 12 settembre 2016. http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2016-09-12/l-economia-automatizzata-e-sue-conseguenze–092306.shtml?uuid=ADMxULFB&refresh_ce=1

 

  1. M. Arntz, T. Gregory, U. Zierahn, OECD Social, Employment and Migration Working Papers No. 189, The Risk of Automation for Jobs in OECD Countries. A comparative analysis.

http://www.ifuturo.org/sites/default/files/docs/automation.pdf

 

  1. F. Sarcina, McKinsey: le macchine sostituiranno l’uomo nel 49% dei lavori, il Sole 24 ore, 14 gennaio 2017.

 

  1. Come la digitalizzazione e l’automazione cambiano il modo di lavorare, aprile 2018. Per una sintesi,

https://www.it-adp.com/assets/vfs/Family-27/ADP-2017/ADP-5.0-Verso-un-nuovo-equilibrio/Ricerca-ADP-5.0-Mappa-concettuale.pdf

 

  1. Cinque professioni digitali da 5 milioni di posti di lavoro (e dove studiarle in Italia), il Sole 24 Ore, 16 giugno 2018. I profili menzionati nell’articolo sono: business intelligence analyst, business intelligence architect/developer, data engineer, data scientist e database architect. A questi si possono aggiungere: designer engineer, cyber security specialist, esperto di privacy, vertical farmer.

http://nova.ilsole24ore.com/nova24-tech/cinque-professioni-digitali-da-5-milioni-di-posti-di-lavoro-e-dove-studiarle-in-italia/

  1. G. Sapelli, Oltre il capitalismo. Macchine, lavoro, proprietà, Guerini e Associati, Milano, 2018, pag. 87.

 

  1. In breve: i cyborg sono i robot del futuro, ossia macchine che connettono dispositivi digitali con materia organica e strutture sintetiche (silicone, polimeri hi-tech, nanomateriali e così via). Resteranno confinati nei capannoni delle fabbriche? Può darsi, intanto si consideri che già oggi diverse aziende propongono ai propri dipendenti l’innesto di microchip sottopelle sostitutivi del badge (ad esempio la svedese Epicentric e la statunitense Three Square Market).

 

  1. Agenzia per l’Italia Digitale, “Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione 2017-2019”, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2017, pag. 95 (https://pianotriennale-ict.italia.it).

 

  1. Lo stesso vale per i vari Zuckerberg, Bezos, Bill Gates e così via. Sui limiti e le doti del fondatore della Apple cfr., E. Morozov, Contro Steve Jobs. la filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo, Codice edizioni, Torino, 2012.

 

  1. Cfr., K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Angeli, Milano, 2017.

 

  1. World Economic Forum, Deep Shift – Technology Tipping Points and Software Impact, Survey Report, Global Agenda Council on the Future of Software and Society, November 2015. Naturalmente tra lo scopo ufficiale e quello ufficioso c’è un abisso. In realtà la p.a. è la maggior banca dati di una nazione, ossia detiene la maggior quantità di materia prima dell’economia della conoscenza. Materia prima che fa gola al mondo dell’impresa privata. Il quale, tanto per dirne una, si è appropriato gratuitamente di una fetta molto consistente di big data dello Stato facendo approvare alla chetichella una legge (20 novembre 2017, n. 167, GU n.277 del 27.11.2017)che autorizza le  multinazionali a usare i dati sanitari dei cittadini senza il loro consenso (per scopi scientifici, of course). E la privacy? Dinanzi alla legalizzazione di simili abusi viene in mente Jean Baudrillard quando diceva che nel momento in cui si parla tanto di un diritto significa che è irrimediabilmente scomparso.

 

  1. Ci riferiamo alla Deep Knowledge Ventures, un fondo di Ventures Capital con sede ad Hong Kong che opera in settori avanzati quali biotecnologia, neuroscienze, Blockchain  ecc.

 

  1. H. Meyer, Understanding the digital revolution and what it means. What are the dimensions and the impacts of the current technological changes?, luglio 2017, (https://www.oecd-forum.org/users/52524-henning-meyer/posts/17957-understanding-the-digital-revolution-and-what-it-means).

* Autori

Patrizio Paolinelli (Lucca, 1955). Ha insegnato Sociologia in diverse università italiane (Sassari, Bologna, Rimini). È docente a contratto di Sociologia della comunicazione all’Università Europea (Roma). Ha scritto per riviste specializzate e per diverse testate giornalistiche. Collabora con Via Po, inserto del quotidiano della CISL Conquiste del Lavoro. La sua ultima pubblicazione: Comunicare il sindacato. Guida pratica, Biblioteka Edizioni, Roma 2017.

Marco Biagiotti (Roma, 1959). Si occupa di contrattazione e relazioni sindacali nel settore pubblico. È stato responsabile dell’Ufficio Studi e Formazione della UILPA, organizzazione per la quale ha contribuito a realizzare la collana di volumi su “Lavoro e contratti nel pubblico impiego”. Ha diretto il periodico di informazione e cultura sindacale Il Corriere del Lavoro. Collabora alle iniziative di formazione della UILPA.

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