Dalla Svezia il monito di Mattarella al governo italiano: “La Ue non è un comitato d’affari”. Manovra a rischio anche al Colle

Dalla Svezia il monito di Mattarella al governo italiano: “La Ue non è un comitato d’affari”. Manovra a rischio anche al Colle

L’Europa non è e soprattutto non può essere considerata un comitato d’affari, deve ritrovare la sua forza di motore di pace e benessere. Mentre infuria la battaglia tra Italia e Ue sulla manovra, i segni della Brexit si fanno sentire e ci si avvicina a grandi passi a storiche elezioni europee, Sergio Mattarella richiama i diversi contendenti, singoli governi e istituzione comune, a ritrovare la visione originaria, per evitare che i cittadini sentano Bruxelles come un’entità lontana, o al massimo una fiera delle opportunità senza anima. All’indomani della bacchettata di Olanda e Austria al governo italiano, mentre Roma risponde picche ai rilievi di Bruxelles, il capo dello Stato parla al futuro dell’Europa, ai ragazzi della generazione Erasmus e della generazione euro riuniti nell’aula magna dell’università di Lund, in Svezia, e chiede a tutti un supplemento di responsabilità per scelte coraggiose. Ai giovani studenti, nel terzo giorno della sua visita di Stato in Svezia, Mattarella ricorda che il secolo scorso ha visto un continente diviso e colpito da “mostruosità”: un passato da cui si deve trarre una lezione profonda perché purtroppo “nella storia, i passi indietro sono possibili”. Ora l’Europa è a una svolta. Vive di certo “una fase complessa”, segnata dagli effetti della crisi economica, dal fenomeno migratorio e dalla Brexit. Ma ormai serve una decisione chiara: “è dirimente un chiarimento introspettivo sulla direzione di marcia che i popoli europei intendono percorrere”, perché nel trattato di Lisbona si parla senza mezzi termini di unione dei popoli e di sussidiarietà. “Non siamo, cioè, una semplice unione doganale, non siamo una sorta di comitato d’affari” ha ricordato il Presidente. Un richiamo che vale per le istituzioni di Bruxelles, ma vale anche per i singoli Paesi, a cominciare dal nostro, perché è giunto il momento di non fare piccoli calcoli egoistici ma serve un salto di qualità.

E’ vero che i cittadini sentono l’Europa come lontana dai loro interessi e dai loro bisogni, a tratti nemica, di certo non molto più che una “fiera delle opportunità alla quale attingere secondo spicciole convenienze, senza anima né scopo”. Ma è compito di tutti, a cominciare dai governi, ricordare che serve un’anima sociale. Anche solo guardando al lato economico-commerciale della questione, comunque, la Ue è più di un comitato d’affari, è “un mercato unico, uno spazio economico con responsabilità da potenza globale” che influisce e determina aspetti cruciali della vita dei cittadini, dalla libera circolazione alla sicurezza. Limitarsi a prendere quel che serve senza guardare al progetto più grande è “una linea di pensiero di corto respiro”. Se questi sono i presupposti, per superare lo stallo, per rispondere agli allarmi lanciati da alcuni leader tra cui Emmanuel Macron ed Angela Merkel e superare la freddezza dei cittadini, bisogna ripartire da un principio fondamentale: L’Europa deve “offrire ai suoi figli – ovunque siano nati – le stesse opportunità”.

Proprio in Svezia, patria del modello che ha unito sviluppo e welfare, a Goteborg, un anno fa fu firmato su sollecitazione dei sindacati europei un documento che promuove l’idea del “pilastro sociale” dell’Unione. Va bene il mercato unico, i conti devono essere in ordine, ma servono ora “altri risultati, altrettanto validi, capaci di mantenere viva l’identificazione fra cittadini europei e Istituzioni comuni” e sono risultati che hanno a che fare con la tutela dei diritti. Tra i primi citati l’istruzione, l’accesso al mercato del lavoro, parità di genere, salari e condizioni uguali per lavori uguali, dialogo sociale, assistenza a lungo termine”. “E’ il cammino della cittadinanza europea che va percorso con lena e coraggio”.

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