A Roma e nel Lazio tanti al lavoro e quasi tutti precari

A Roma e nel Lazio tanti al lavoro e quasi tutti precari

Il racconto spietato della città che muore, spogliata di un tessuto produttivo che si alimenta di talenti e qualità, viene ricostruito dai numeri. Quelli dell’occupazione nei primi tre mesi del 2018: 45mila persone in entrata nel mondo del lavoro, di cui oltre 30mila chiamate a ricoprire mansioni non qualificate.

Operai, addetti alle pulizie, commessi, camerieri: la macchina che muove l’economia romana e laziale si nutre quasi esclusivamente di queste figure professionali, lasciando al palo della disoccupazione laureati e tecnici specializzati. A fissare il dato in una fotografia d’insieme è l’indagine sulla domanda di lavoro delle imprese realizzata da Unioncamere, che ha analizzato le esigenze di figure professionali elaborate dalle aziende del Lazio nei primi mesi del 2018.

Non stupisce allora se – sul totale dei 45mila ingressi nel mondo del lavoro laziale (la quasi totalità concentrata nella città metropolitana) – le persone assunte per ricoprire un ruolo di dirigente siano state appena 140; 60 i medici; 60 i farmacisti; poco più di 800 ingegneri. Le porte sono state invece spalancate per tutti gli altri, purché servissero per coprire mansioni a basso valore aggiunto. Oltre 4mila commessi, 2mila conduttori di mezzi di trasporto, 4.500 addetti alle pulizie, 3mila camerieri, e diverse migliaia di operai non specializzati hanno invece trovato lavoro, precario, incerto, ma sempre lavoro.

La fine del lavoro qualificato, sostituito da quello stagionale alimentato esclusivamente dai servizi, è lo scenario peggiore per una città e una regione che vogliono essere competitive. Lo stesso scenario profetizzato nel 2013 dal noto studio “Global scenarios for european socio- economical transition” ( realizzato dalla Sorbonne di Parigi e dalla Società Europea dell’Economia) che prefigurava entro il 2030 un’Europa dove i lavoratori qualificati avranno meno possibilità di trovare un’occupazione.

Con oltre dieci anni di anticipo, la profezia si avvera a Roma e nel Lazio, complice anche quella fuga industriale verso Milano e altre città che finora è stata trattata come arma politica, mai come un reale campanello d’allarme.

A dare voce a quell’allarme si è aggiunta negli ultimi mesi la Cgil che ha denunciato in più occasioni l’eccessiva precarizzazione del lavoro, al punto che il 60% dei nuovi contratti aperti nel corso del 2017 avevano una durata tra 1 e 30 giorni, e il 30% addirittura per un solo giorno. Un dato che ben si accoppia con quello dei contratti a tempo indeterminato conclusi nel 2017 e non sostituiti da nuovi che hanno sfiorato i 40mila.

Questo sbilanciamento a danno della qualità e della produttività del lavoro ritorna anche sul sommerso, un mare grigio che riguarda in regione 190mila lavoratori, di cui 168mila – secondo le stime dell’ultimo rapporto Eures-Uil – cooptate nel settore del terziario.

Fonte Unioncamere

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