A Matteo Renzi la Rai concede un comizietto in prime time. Il leader di Rignano fa saltare il banco e lancia la riforma costituzionale. Nel Pd si apre la notte dei lunghi coltelli. E Martina parla di “rischio estinzione”

A Matteo Renzi la Rai concede un comizietto in prime time. Il leader di Rignano fa saltare il banco e lancia la riforma costituzionale. Nel Pd si apre la notte dei lunghi coltelli. E Martina parla di “rischio estinzione”

Era del tutto prevedibile: la performance di Matteo Renzi a Che tempo che fa, in onda domenica sera, lanciata come quella di una rockstar e perfino anticipata da un’intervista a un giovane campione del motociclismo nazionale, per trattenere i suoi migliaia di fans sulla rete, ha permesso a Rai1, in calo di ascolti soprattutto nel prime time domenicale, di conquistare ben 4 punti di share e un milione di spettatori. I dati dell’audience spiegano molto della ricomparsa televisiva di Renzi, non in un programma di informazione, ma nell’intrattenimento targato Fabio Fazio, ovvero senza alcun contraddittorio e con domande evidentemente concordate. Non solo. Fazio ha consentito a Renzi di fare il suo comizio televisivo, di riproporsi al centro della scena politica come leader del Pd, bocciando il tentativo di dialogo e accordo coi 5Stelle, mortificando il ruolo della direzione del partito, tanto attesa, ma ora del tutto inutile, e di portare il discorso sul futuro della XVIII Legislatura dove lui esattamente voleva. Nel corso della “cosiddetta intervista” a Matteo Renzi è stato concesso di fare affermazioni palesemente false, come spiega ampiamente il politologo Gianfranco Pasquino sul Fattoquotidiano, sul modello francese, sul ballottaggio nella sua riforma elettorale, l’Italicum, e nella sua riforma costituzionale, sonoramente bocciata dagli elettori, e sul governo. Ad esempio, afferma il professor Pasquino, “che il referendum del 4 dicembre avrebbe rafforzato la possibilità di formazione di un governo è una balla che sarebbe meglio non sentire più”. Il punto è che il disvelamento di questi trucchi retorici di Renzi, o di “balle”, come le chiama Pasquino, avrebbe dovuto essere manifestato in diretta, con un onesto e corretto contraddittorio, come si addice al servizio pubblico Rai. Evidentemente, Matteo Renzi non governa solo il Pd, ma continua a farlo anche altrove.

Dove voleva arrivare Renzi? Al lancio della riforma costituzionale ed elettorale. Con Berlusconi

Dove voleva arrivare Renzi, dopo aver screditato l’intero gruppo dirigente del Pd, compreso il reggente Martina, del quale non si hanno notizie nel momento in cui scriviamo? Al lancio di una proposta politica che possa allungare la vita della XVIII Legislatura attraverso una sorta di riscrittura delle regole costituzionali, e che contenga, ma questo lo si capisce senza neppure dirlo apertamente, anche la formazione di un governo istituzionale che ne assicuri la continuità. Non lo ha citato esplicitamente, ma è chiaro che si tratterebbe di una intesa con al centro innanzitutto Forza Italia e Berlusconi, e quella parte di destra da sempre affascinata da una deriva presidenzialista o semipresidenzialista. L’offerta renziana è rivolta al centrodestra, ovviamente. Premesso che per Renzi è impensabile un’intesa M5S-Pd, se nemmeno l’altro “forno”, quello M5S-Lega, dovesse dare risultati, allora “ci vuole qualcuno che prenda il coraggio di dire che il sistema non funziona”, perché dal 4 dicembre 2016 “questo Paese è bloccato”: in quella data, fatale per l’ex segretario Pd, non sono state introdotte la riforma costituzionale e la legge elettorale che avrebbero portato ad un ballottaggio. Lo stesso Renzi vede per i suoi avversari “un contrappasso dantesco, perché anche Salvini e Di Maio avrebbero avuto tutto l’interesse a fare un ballottaggio”. Renzi ha sempre a modello la sua ‘epoca d’oro’ da primo cittadino di Firenze, e sostiene che “c’è solo un livello istituzionale dove i cittadini si sentono coinvolti, ed è quello dei sindaci, dove c’è il ballottaggio: se il sindaco non fa le cose bene, grazie anche ad una più piccola realtà territoriale, gli si può chiedere conto delle sue azioni”. Ma Renzi dimentica di dire agli spettatori, e non lo fa neppure Fazio, che la Costituzione attribuisce alle prerogative del Capo dello Stato l’attribuzione della funzione di presidente del Consiglio, e non esiste elezione diretta del premier nemmeno in Francia, né in Germania, né in Gran Bretagna. Esiste solo in Israele. Insomma, come dice Gianfranco Pasquino, equiparare il ballottaggio per il voto al sindaco alla elezione del premier, è una “balla” colossale, che neppure il sistema a doppio turno francese colmerebbe.

La reazione di Luigi Di Maio e dei capi 5Stelle: “il pd ha detto no. La pagheranno”

La reazione di Luigi Di Maio non si è fatta attendere, ed è stata durissima. Dopo appena pochi minuti dal termine della performance, Di Maio scrive su Facebook: “Il Pd non riesce a liberarsi di Renzi0 nonostante l’abbia trascinato al suo minimo storico prendendo una batosta clamorosa. Altro che discussione interna al Pd. Oggi abbiamo avuto la prova che decide ancora tutto Renzi col suo ego smisurato. Noi ce l’abbiamo messa tutta per fare un governo nell’interesse degli italiani. Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno”. Cosa voglia dire quest’ultima frase, “la pagheranno”, Di Maio lo spiegherà nel pomeriggio di lunedì, sempre via diretta social. Puntuale, Di Maio si presenta infatti in un video si Facebook, nel quale racconta la sua versione delle ragioni che hanno spinto Renzi ha bocciare il dialogo. “Il Pd è il partito che ha preso una clamorosa batosta alle elezioni precipitando al suo minimo storico sotto il 19 per cento e sembrava avesse inziato a capirlo mettendo da parte Renzi relegandolo a senatore semplice, come lui stesso si era definito, ma ieri sera lo abbiamo visto addirittura riproporre una riforma costituzionale dopo che gli italiani gliene hanno già bocciata una un anno fa – racconta il capo politico del M5S -. Dopo il 4 marzo, dopo la mazzata presa, sembrava iniziasse a capire i suoi errori ma ieri è andato da Fazio e invece che chiedere umilmente scusa per i danni fatti dal suo governo ha attacco me e il M5s chiudendo a qualsiai ipotesi di un contratto”. Ed ecco la stoccata: “per lui un padre di famiglia che perde il lavoro va lasciato solo senza alcun reddito – insiste di Maio – va bene deve trovare un altro lavoro ma mentre lo cerca cosa dà da mangiare ai suoi figli se ci mette sei mesi, come vive una famiglia? Queste situazioni succedono in tutta Italia specialmente dopo il jobs act”. E rivela una cosa molto imbarazzante, forse una sorta di autogol, che “il contratto con il Pd era l’ultima cosa che volevamo fare – ammette – ma questa legge scritta da loro ci imponeva di trovare una soluzione per gli italiani e avevamo deciso di seguire un metodo: le cose buone contenute nei programmi elettorali. Sapevamo che il Pd scrive delle cose e poi ne fa altre: l’abolizione dell’articolo 18, la scuola, la riforma costituzionale, il salvataggio di Banca Etruria non erano nel programma ma lo hanno fatto, perciò volevo vincolare il Pd a un programma facendogli firmare un contratto davanti a tutti gli italiani”.

Divisioni e schiaffoni anche nel Partito democratico. Fedelissimi di Renzi contro i suoi oppositori. Un guerra feroce di comunicati. Martina conferma la direzione, senza le sue dimissioni

A Maurizio Martina non è andata giù l’intervista di ieri di Matteo Renzi, che di fatto ha chiuso all’intesa col Movimento 5 Stelle prima ancora della Direzione di giovedì. “Ritengo ciò che è accaduto in queste ore grave, nel metodo e nel merito. Così un Partito rischia solo l’estinzione e un distacco sempre più marcato con i cittadini e la società. Servirà una discussione franca e senza equivoci perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema”. Il reggente del Partito democratico spiega che “in queste ore stiamo vivendo una situazione politica generale di estrema delicatezza. Per il rispetto che ho della comunità del Partito Democratico porterò il mio punto di vista alla Direzione Nazionale di giovedì che evidentemente ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione. Servirà una discussione franca e senza equivoci perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema”. “Ritengo ciò che è accaduto in queste ore grave nel metodo e nel merito. Per questo continuo a pensare che il Pd abbia innanzitutto bisogno di una vera ripartenza su basi nuove”. Interpellato dall’agenzia Ansa sulla eventualità che si presenti dimissionario in direzione, Maurizio Martina ha risposto: “Dimissioni? No, assolutamente. Il tema è un altro”. Quale sia il tema all’ordine del giorno di giovedì provano poi a spiegarlo alcuni dirigenti ormai antirenziani, a partire dal governatore del Lazio, Zingaretti, probabile candidato alla segreteria del Pd: “Se si vuole bene a un partito un leader ha mille occasioni per far valere un’idea o la sua linea. Se si va in tv, a poche ore dalla direzione, a fare uno show si genera solo caos e confusione. Questo dopo una lunga serie di sconfitte è molto grave. Il 10 giugno si voterà in centinaia di Comuni con sistema maggioritario. Ci sono migliaia di candidati che si stanno battendo per vincere e rischiano sempre di più l’isolamento. Una comunità non può consumarsi in questo modo”. Nemmeno il ministro della Cultura Dario Franceschini risparmia ceffoni a Matteo Renzi e scrive su twitter: “E’ arrivato nel Pd il tempo di fare chiarezza. Dalle sue dimissioni Renzi si è trasformato in un Signorno, disertando ogni discussione collegiale e smontando quello che il suo partito stava cercando di costruire. Un vero leader rispetta una comunità anche quando non la guida più”. E per chiudere il cerchio dei novelli antirenziani, partecipa alla discussione anche Piero Fassino: ” “Dalla Direzione Pd di giovedi è indispensabile che si esca con un chiarimento che consenta a Martina di guidare il partito con autorevolezza in una fase così cruciale per il Paese. Nessun partito ha vita lunga con due strategie concorrenti e due centri di direzione”. Dunque, gli antirenziani ne fanno una questione di leadership e di legittimazione politica, dal momento che le dimissioni di Renzi non sono state discusse e Maurizio Martina è appena un “reggente” dal momento che l’Assemblea, prima convocata, poi è saltata.

Dal fronte renziano continua l’opera di sbarramento e di difesa dell’ex segretario

Mentre da una parte i dirigenti (a proposito, questa faida è tutta interna al gruppo dirigente) antirenziani spingono per evitare quella che Cesare Damiano ha definito “diarchia” Renzi-Martina, delegittimando il leader di Rignano, dall’altra parte il fuoco di sbarramento dei renziani, via social, twitter e comunicati stampa, non pare avere un attimo di tregua. Ne citiamo solo alcuni per evitare di tediare i lettori. Si parte dal deputato di Livorno Andrea Romano, ospite fisso in tanti talk show televisivi: “Renzi ha espresso opinioni largamente maggioritarie nella comunità del PD (proprio la comunità di cui parla Franceschini), formalizzate nel corso dell’ultima Direzione e già condivise da moltissimi parlamentari e dirigenti del PD. L’intenzione di ridurre al silenzio Renzi mi pare sconsigliabile e controproducente per il PD, la cui forza è nella chiarezza delle proprie posizioni, nell’essere alternativo al populismo e nel legame con una comunità politica che non può essere imbavagliata”. Si passa attraverso l’eurodeputato Nicola Danti che accusa in modo diretto ed esplicito Dario Franceschini di tradimento della linea decisa nell’ultima direzione Pd, e che invece Renzi pare abbia difeso strenuamente: “Questo è il frutto della discussione collegiale avvenuta nell’ultima Direzione nazionale, questa è la linea che più rispetta la nostra comunità e che Matteo Renzi si è limitato a ribadire ieri sera. Chi l’ha tradita, caro Franceschini, sei tu e chi insieme a te ha provato fin dal 5 di marzo ad accordarsi con i 5 Stelle”. Insomma, compare il sospetto di trattative sotterranee con i grillini. Si giunge al senatore ed ex sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone che esalta l’operazione di Renzi, sempre via twitter: “Ieri Matteo Renzi ha indicato senza ambiguità una via al Pd e al Paese con tre grandi sì: sì al rispetto della volontà degli elettori, sì a rivendicare le tante cose buone fatte al governo e sì ad una fase costituente. Da ieri il Pd ha ripreso vigore, altro che estinzione”. E si chiude con uno dei pretoriani più tenaci del renzismo, il deputato Michele Anzaldi, il quale scrive su Facebook: “Gli attacchi che in queste ore arrivano da alcuni dirigenti del Pd contro Matteo Renzi sono surreali e avranno tra l’altro come effetto quello di aiutare Di Maio e M5s a nascondere mediaticamente la disfatta in Friuli”. Inoltre, “la gestione politica e comunicativa sconclusionata di questi giorni ha costretto Renzi a intervenire e fare chiarezza, per evitare che il Pd ne uscisse ancora più danneggiato. E i risultati si vedono: grazie all’intervento di Renzi, ma anche alla protesta dei tanti nei giorni scorsi contro l’appoggio al governo Di Maio, sono emerse tutte le contraddizioni del Movimento 5 stelle, che da due mesi prende in giro gli elettori con riti da Prima Repubblica e bugie a raffica. E non serviva l’intervista a Fazio per sapere che la grande maggioranza della Direzione è contraria a trasformare il Pdnella stampella dei cinquestelle”. Se queste sono le premesse, cosa accadrà giovedì in direzione Pd?

Entra nel dibattito anche LeU, con Enrico Rossi, che riflette sul ruolo della sinistra, e Loredana Petris, che stigmatizza il comportamento “piratesco” di Renzi

Naturalmente, la performance di Renzi e il terremoto politico che ne è conseguito, ha suscitato anche il commento di alcuni a sinistra. Enrico Rossi, governatore della Toscana, scrive al riguardo su Facebook: “guardo con interesse al dibattito interno alla sinistra del PD, ma mi chiedo che altro deve accadere ancora perché ci si decida tutti insieme a costruire un partito nuovo, oltre il PD e oltre LeU?”. Ovvero, “un partito che ancor prima che pensare a stare all’opposizione deve impegnarsi a fare opposizione, nelle fabbriche, tra i disoccupati e i precari, nella scuola, nella sanità e nelle aree del paese più in crisi e lasciate a se stesse – aggiunge -. La sinistra non può essere fuori dal dibattito politico e non sentire la responsabilità di dare un governo al Paese, ma se non riesce a insediarsi nella società e tra i ceti popolari, suscitando una nuova speranza di cambiamento, la frattura con essi rischia di approfondirsi ancora di più. Continuare a discutere soltanto del governo e’ un modo per dare a Renzi la possibilita’ di riemergere nel gioco politico evitando ogni discussione sulle ragioni della sconfitta, le quali prima di tutto stanno nell’avere spostato il PD verso la destra”.

A sua volta, Loredana De Petris, capogruppo al Senato di LeU, afferma: “Invece di invocare la riforma della Costituzione, Renzi dovrebbe scusarsi per aver imposto con ben otto voti di fiducia una legge elettorale che è all’origine della situazione attuale e che era stata pensata apposta per assicurare la non governabilità”, prosegue la presidente De Petris. “In ogni caso – conclude la senatrice di LeU – è piratesco il comportamento di un leader che, invece di aspettare la riunione di una Direzione già convocata, la bombarda in anticipo con un’intervista televisiva, rendendola di fatto inutile. Se il Pd fosse ancora un partito vero e vitale non accetterebbe un simile comportamento”.

In ogni caso, va ricordato qui che sulla legge elettorale coerente con i principi della Carta costituzionale è stata presentata un proposta di legge di iniziativa popolare da parte del Coordinamento per la democrazia costituzionale, che contiene alcune delle importantissime correzioni all’attuale Rosatellum. Correzioni che la rimetterebbero nel solco della costituzionalità, bocciando ulteriori tentativi di stravolgmento ipermaggioritario, propri appunto da Renzi. Ecco in sintesi le ragioni che spingono a firmare questa proposta di legge popolare.

Perché una legge elettorale di iniziativa popolare

Il Parlamento che uscirà dal voto del 4 marzo rifletterà gli equilibri politici determinati dalla legge elettorale vigente (Rosatellum – l. 165/2017). Per questo, il percorso verso una legge migliore nell’interesse del paese non sarà agevole. L’iniziativa popolare può efficacemente contribuire a sollecitare il confronto nella sede parlamentare, anche in vista di recenti modifiche portate al regolamento del Senato.

Perché un sistema elettorale proporzionale

In presenza di tre o più poli, come accade oggi in Italia, solo un sistema elettorale di impianto proporzionale offre soluzioni istituzionalmente solide e non lesive della rappresentatività delle assemblee. Le leggi elettorali note come Porcellum e Italicum erano invece tese a garantire la cd governabilità dando nei seggi parlamentari un premio di maggioranza alla forza politica vincente, con una distorsione potenzialmente fortissima della rappresentatività (cfr. Corte cost. 1/2014, 35/2017). Lo stesso perverso effetto si verifica con la legge vigente per la quota del 36% di collegi uninominali maggioritari. Per questa ragione la proposta trasforma il collegio uninominale da maggioritario in proporzionale. In tal modo si rivitalizza il parlamento come espressione del paese reale e sede delle condizioni di una effettiva governabilità.

Perché un voto disgiunto e l’introduzione della preferenza

Per la legge vigente, che impone un voto unico congiunto per un collegio uninominale e un collegio plurinominale proporzionale, le elettrici e gli elettori si troveranno a votare in blocco da tre a cinque candidati, tutti indicati dalle segreterie di partito. È palese la violazione del principio costituzionale della libertà di voto. La proposta invece disgiunge il voto tra il collegio uninominale e quello plurinominale, in cui si introduce altresì il voto di preferenza. Si consente in tal modo di votare individualmente tutti i propri rappresentanti, e di creare così anche le condizioni per una migliore qualità del ceto politico.

Perché le garanzie giurisdizionali

L’esperienza ampiamente dimostra che i diritti degli iscritti e la trasparenza e correttezza dei processi decisionali non sono più adeguatamente presidiati da organi e procedure interni ai partiti e gruppi politici, vecchi e nuovi. Si moltiplicano altresì i ricorsi nella sede giurisdizionale, spesso in condizioni di incertezza e confusione. È dunque opportuno introdurre principi normativi che abbiano la funzione di tutelare gli iscritti e insieme di orientare i giudici.

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