LeU: da Civati accuse durissime alla conduzione della campagna elettorale. Pd, ancora caos e guerre personali. Lega, Salvini detta le sue condizioni. M5S, Di Maio incontra i parlamentari

LeU: da Civati accuse durissime alla conduzione della campagna elettorale. Pd, ancora caos e guerre personali. Lega, Salvini detta le sue condizioni. M5S, Di Maio incontra i parlamentari

In Liberi e Uguali, in attesa della direzione di Sinistra Italiana di sabato e che qualcuno di Mdp esponga una tesi, una riflessione, un’analisi della sconfitta, decide di parlare Pippo Civati, leader di Possibile, e lo fa con la consueta ironia che gli è proverbiale, ma anche con la durezza analitica che il momento politico impone. “Sono deluso da me stesso e dal risultato complessivo, non dagli elettori che non ci hanno premiato”, confessa Pippo Civati, ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. Lei è rimasto fuori dal Parlamento, come mai?, gli chiedono i conduttori. “Diciamo che tutta questa storia è nata quando sono state fatte le liste. Io in quel momento avevo già capito che sarebbe stato difficile essere eletto”. Si dice che quando ha saputo la composizione delle liste lei l’abbia presa malissimo. E Civati risponde: “Si dice che io abbia addirittura tirato un portacenere a Fratoianni, ma non è vero, lo ha detto un cronista zelante che se lo è inventato”. Si dice anche che abbia addirittura ribaltato il tavolo: “Un po’ quello l’ho fatto. Avevamo preso un impegno dicendo che i tre nella foto (Fratoianni, Speranza e lo stesso Civati, ndr) avrebbero avuto i posti sicuri. Quando mi hanno invitato, le liste erano già fatte”. La debacle della sinistra? “Avevo previsto tutto, nessuno mi ha ascoltato. Tutti sono andati male, Renzi ha fatto tutta la campagna dicendo che il voto per noi era un voto per Salvini. La gente ha votato direttamente Salvini”. Com’è stata la campagna elettorale di LeU dal punto di vista mediatico? “Non ho visto andare in tv uno con meno di 60 anni. In tv ci sono andati Bersani, Grasso e D’Alema. Speranza e Fratoianni mai. Per esempio c’era Anna Falcone con noi, ma non si è mai vista”. Chi decideva chi mandare in tv? “Grasso, la cui campagna è stata deludente, così come quella di tutti noi”.  Come si evince, un atto d’accusa realistico e autentico, quello di Civati, che certo non era animato da alcun tipo di risentimento verso i suoi compagni di Liberi e Uguali. Quando si fanno le analisi della sconfitta, occorre seguire la verità, esaminando i fatti, gli errori commessi, anche e soprattutto nella comunicazione, perché non basta più dirsi che “nessuno ci ha capiti” o che “non abbiamo intercettato i bisogni del popolo”.

Nella serata di venerdì, il leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, proprio in vista della direzione di sabato, scrive in un post su Facebook: “Decidiamo insieme. Facciamo una consultazione anche in forma online fra tutti coloro che hanno fatto la campagna elettorale per Liberi e Uguali. Chiediamo a tutti coloro che si sono impegnati e che ci hanno votato, quale idea hanno del nostro impegno in Parlamento e quale strada preferiscono intraprendere. Facciamolo subito”.

Se Atene piange, Sparta non ride. Il Pd ancora nel caos. L’uno contro l’altro armati

Mentre Carlo Calenda è impegnato da giorni – tutti quelli successivi all’annuncio della sua iscrizione al Pd – a giurare che non farà il segretario, il neo governatore bis del Lazio Nicola Zingaretti assicura che lui “anche alle primarie” Dem ci sarà. E lancia un mantra: “rigenerazione”, non solo del Pd “ma di tutta la sinistra”, “e senza accordi calati dall’altro ma aprendo un canale di confronto vero e forte”. Guarda avanti Zingaretti, verso “un congresso delle idee e non un referendum tra persone”. Musica per le minoranze Dem che, anche se con accenti diversi, hanno criticato, anche in questi giorni, la “dittatura della maggioranza” del Pd renziano e ribadito la lezione di un partito plurale, rispettoso delle differenze, capace di aprire un canale di dialogo a sinistra. Difatti la mossa di Zingaretti consente di fare intravedere un percorso e, forse, di arrivare alla direzione nazionale di lunedì prossimo con una tregua rispetto alle polemiche degli ultimi giorni anche sulle dimissioni di Matteo Renzi, il quale dovrebbe essere presente, da segretario dimissionario, alla direzione, che sarà aperta dalla relazione del vice segretario Maurizio Martina e che rappresenta il primo passo verso il ‘nuovo’ Pd. Tutti d’accordo infatti nell’affidare da lunedì la reggenza allo stesso Martina, vicesegretario in carica, per una transizione non traumatica nel “dopo Renzi” In direzione, infatti, si discuterà anche della data per l’assemblea nazionale – che potrebbe cadere ad aprile – e, come ha ricordato il presidente del partito Matteo Orfini, “delle scelte politiche che il Pd dovrà assumere nelle prossime settimane”. Uno scenario che circola è quello di un segretario ‘di transizione’, eletto dall’assemblea, che è il corpo sovrano del partito, che accompagni il Pd fino all’elezione, con le primarie, di un nuovo segreterio. Per la prima volta, dopo mesi di attacchi, anche da Liberi e Uguali giunge un segnale di distensione e Paolo Cento definisce una eventuale candidatura di Zingaretti alla segreteria una “buona notizia” “dopo la sconfitta di Renzi e di una politica decennale”. Altra polemica, stavolta a colpi di tweet, tra il governatore pugliese Michele Emiliano, e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Emiliano attacca con durezza: “Calenda si è iscritto al Pd per tutelare quegli interessi opachi che io ho contrastato da Magistrato”. Non proprio una stilettata, ma una sciabolata. Calenda non si risparmia e a stretti giro di tweet scrive: “Magistrato in aspettativa (infinita), Governatore Regione Puglia, membro del PD, aspirante alleato M5S. Equilibrio, serietà, senso delle istituzioni”. La contro sciabolata è nell’aggettivo in parentesi. Se questi sono i termini del dibattito interno al Pd, dopo il “pugilato” dialettico di giovedì tra il ministro Luca Lotti e il ministro Orlando, sarà molto difficile immaginare una direzione di lunedì che non sia un ennesimo psicodramma.

Intanto a destra, Salvini riunisce i parlamentari della Lega e detta le sue condizioni

Matteo Salvini pone le prime condizioni per una “convergenza” sul programma di un futuro governo, in particolare sul tema del lavoro, con un no secco al reddito di cittadinanza; boccia qualsiasi ipotesi di governo tecnico, alla “Monti” o alla “Fornero”; lancia per aprile una proposta di manovra di tagli alle tasse che va “in direzione opposta” alle indicazioni dell’Unione Europea; e apre il confronto “con tutti” sulle presidenze delle Camere, senza nessuna preclusione per le proposte di alcuno, tantomeno per il Movimento 5 Stelle. “Entro aprile qualunque sia il governo c’è una manovra economica da preparare. Leggo che Bruxelles vuole nuove tasse, noi presenteremo una manovra alternativa fondata sul contrario: meno tasse. E a Bruxelles saranno contenti perché tutti sono contenti se l’Italia cresce”, ha dichiarato l’aspirante premier Matteo Salvini al Palazzo delle Stelline a Milano, dove ha incontrato i neoeletti della Lega in Parlamento. Salvini, in particolare, ha auspicato la nascita di un nuovo governo nella pienezza dei poteri sostenuto da una maggioranza di responsabili su un programma minimo di base. In assenza del quale la sola alternativa sarebbe il ritorno al più presto alle urne. Dai Dem arriva a stretto giro il no all’intesa col centrodestra: “La Lega governi con chi ha il suo programma”, dice Rosato, capogruppo uscente dei deputati. Di certo, tra le priorità della Lega c’è il superamento del Rosatellum prima di nuove elezioni. “Farei domattina una legge elettorale che dà il premio alla coalizione”, ha detto Salvini. E a chi gli ha chiesto se è contrario all’ipotesi di una presidenza di una Camera a un esponente del Movimento Cinque stelle, ha replicato: “Perché dovrà essere contrario? Spero che ognuno faccia le proprie proposte. Noi faremo le nostre”.

Il Movimento 5 Stelle convoca i parlamentari eletti in un albergo romano. E Di Maio impone i due presidenti dei gruppi

“Oggi c’è stato il primo incontro dei gruppi parlamentari, è stato un incontro molto emozionante, una standing ovation per l’incontro con Di Maio. L’entusiasmo è fortissimo. La notte delle elezioni dissi subito che il M5S sarebbe stato il pilastro della legislatura. Oggi confermo quello che ho detto quella sera”, ha detto Alfonso Bonafede al termine dell’incontro con i parlamentari M5Sdurante il quale di Maio in quanto capo politico ha indicato i due presidenti dei gruppi di Camera e Senato Giulia Grillo e Danilo Toninelli. Non solo, sembra che Di Maio abbia anche suggerito delle novità in fatto di versamenti di ciascun parlamentare, allo scopo di evitare “furbetti”. Di Maio non è entrato nel dettaglio, anche perché pare che il nuovo metodo – studiato per restituire parte degli stipendi e diarie mandando in pensione gli scontrini e il vecchio meccanismo di rendicontazione – sia ancora in via di definizione, ma ha spiegato che si va verso una restituzione basata su parametri forfettari. E ha dato due indicazioni per far comprendere agli eletti, nuovi ma anche di vecchio corso, come verranno definiti i parametri: 1000 euro in più da versare per chi non prende casa a Roma per svolgere il mandato e 1.500 euro in più per chi rinuncia al collaboratore.

 

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