Pisapia scrive lettere a Repubblica e al Corriere. Forse sarebbe utile ne scrivesse una terza per spiegare le due

Pisapia scrive lettere a Repubblica e al Corriere. Forse sarebbe utile ne scrivesse una terza per spiegare le due

Giuliano Pisapia scrive due lettere, una a Repubblica e una al Corriere della sera. Non gli bastano le interviste per spiegare la sua posizione. Il leader di Campo progressista per il quale Repubblica stravede anche se in questi ultimi tempi ha un po’ deluso il quotidiano di Largo Fochetti che puntava, e continua a puntare su di lui, come uno che poteva dare una mano a Renzi Matteo nel tentativo di salvarlo da una sconfitta annunciata. Qualche giorno fa in un articolo di Piero Ignazi, politologo, fra i più autorevoli commentatori di Repubblica si affermava che forse solo lui poteva salvare il centrosinistra se si liberava di quelle zavorre rappresentate, senza nominarle perché il politologo non si vuole sporcare le mani, dalle “sinistre minoritarie”, meglio velleitarie, meglio ancora nostalgiche. Accade così che Pisapia stiracchiato da tutte le parti, adulato dai renziani che  avevano pensato a lui come una stampella per le barcollanti zampe  su cui si regge il Pd, puntando sulla rottura del suo rapporto con Articolo 1-Mdp, con la fine, di fatto, di “Insieme”, invece ha confermato che il cammino con Bersani, D’Alema, Enrico Rossi, Roberto Speranza che di Mdp è il coordinatore prosegue. Certo non è una discesa ma si va avanti, se vogliamo essere  proprio fiscali, anche se con qualche stop and go.

Accade così che Pisapia prende carta e penna, si diceva una volta, per puntualizzare la sua posizione. Nella lettera al Corriere della Sera risponde ad un articolo di Claudio Magris che, a suo dire, aveva dato una versione delle sue posizioni non rispondente alla realtà. Dice in particolare che ha sempre avuto come bussola l’unità del centrosinistra, un centro sinistra precisa, plurale, inclusivo e radicalmente innervato. “Questa è la mia bussola”, ma sottolinea il Pd invece di guardare a sinistra guarda a destra. E porta ad esempio la Sicilia dove è stata preferita l’alleanza con il centro destra, anziché con il centrosinistra e il civismo. E qui casca l’asino, come si dice. Perché fa capire che non condivide la scelta delle sinistre di dar vita ad una lista unitaria, quella che ha candidato Claudio Fava. Dice che è “una divaricazione,  l’opposto del mio disegno come non ho mancato di rimarcare”. Siamo curiosi, perché non lo dice, cosa avrebbe fatto Pisapia, avrebbe rinunciato a presentare una lista, avrebbe indicato di astenersi dal voto, oppure di dare un voto a candidati del listone Renzi-Alfano ritenuti “potabili”? Non sappiamo, non lo dice.

Il leader del “Campo” attacca la sinistra minoritaria che sceglie di adagiarsi sulla sconfitta

Passiamo alla lettera a Repubblica in cui Pisapia pone con forza la necessità della approvazione dello Ius soli, “sarebbe – scrive – un  atto di civiltà contro la resa allo spirito dei tempi, una risposta non rassegnata al disorientamento e la paura”. Salvini ha già alzato la cresta e  ha lanciato il grido di guerra: impediremo al Parlamento di lavorare, lo blocchiamo e cose simili. Pisapia afferma che “così diamo la prova che siamo capaci di riprendere quell’egemonia culturale che la sinistra, l’associazionismo laico e cattolico, il civismo e la tradizione liberale, sembrano avere smarrito. Per questo lo Ius soli è una grande cosa. Per questo è da qui che vogliamo partire”. Bene, chiaro, preciso, concreto. Ancora: “Noi vogliamo connettere le diversità per la costruzione di una proposta politica limpidamente di centrosinistra”. Dice che c’è bisogno di “una rivoluzione gentile, credibile, che non si nutra di nemici, ma che provi a spingere idee e passioni. Basta distruggere, è tempo di ricostruire. Serve un progetto per il Paese”.  Poi, forse pensa di essersi spinto troppo in avanti rispetto al Pd e allora arriva la stoccata: “C’è chi invece sembra più interessato a dividere, a spaccare la mela in due e poi ancora in spicchi sempre più piccoli. Appare evidente la continua frammentazione tra chi si propone di perdere e chi si candida a perdersi. La sinistra minoritaria sceglie di adagiarsi sulla sconfitta, mentre l’attuale Pd sembra accettare di perdersi”. A chi si riferisce quando parla di sinistra minoritaria? Forse a  coloro che potrebbero essere partner in una lista di sinistra per le elezioni politiche? Già che c’era parla di “discontinuità anche generazionale”. A chi si riferisca sembra chiaro. Forse si rende necessaria una terza lettera che spieghi il significato delle due. Sarebbe più chiaro il percorso. Per tutti.

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