Grazie Usain Bolt, l’uomo più veloce del mondo. Solo terzo ai Mondiali di Londra. Una meravigliosa storia di sport e non solo. “Ho dato tutto ma non è bastato”. Un grande campione sa anche perdere

Grazie Usain Bolt, l’uomo più veloce del mondo. Solo terzo ai Mondiali di Londra. Una meravigliosa storia di sport e non solo. “Ho dato tutto ma non è bastato”. Un grande campione sa anche perdere

Finalmente ha perso, verrebbe voglia di dire dopo la sconfitta di Usain Bolt, il giamaicano più veloce del mondo, 100 metri in 9”58, ai mondiali di atletica leggera. Battuto dal suo rivale di sempre, l’americano Justin Gatlin, due volte squalificato per doping, 35 anni, quattro più del giamaicano che da ben dodici anni attendeva una medaglia d’oro mondiale. Battuto anche da un giovanotto, Coleman, pure lui stelle e strisce. Usain nella sua storia ha vinto tutto, cento, staffette, duecento, un record favoloso che sarà difficile battere, 11 ori ai mondiali, 2 argenti, il bronzo  a  Londra, ultima gara della sua vita,  8 medaglie d’oro  alle Olimpiadi cui ha preso parte tre volte. I media  non solo ne hanno descritto le gesta sportive, quelle di un grande campione, ma lo hanno fatto diventare un superman, niente di umano, imbattibile, solo la pista la sua vita. Addirittura chi lo ha sconfitto sulla pista londinese si è dopato per due volte ed è stato ugualmente sconfitto. Stranamente, quando, con grande caparbietà ha pensato bene che forse doparsi non lo portava alla vittoria, Gatlin è tornato un grande a forza di allenamenti, di sudore, di fatica. Ed ha vinto. Non ci è piaciuta la dichiarazione del presidente della Jaaf, Sebastian Coe, altro grande campione dell’atletica, che ha affermato: “Non è stata scritta la fine migliore. Non sono entusiasta che nel giorno dell’addio di Usain Bolt a vincere sia stato un atleta squalificato due volte per doping”. Così come incomprensibile, riprovevole l’atteggiamento del pubblico londinese che ha fischiato a lungo, ancor prima della partenza l’americano e poi ha perfino ignorato, complici anche giornalisti, operatori televisivi, fotografi, il giro d’onore del vincitore. Fischi che in questi anni Gatlin, pur riabilitato, ha raccolto negli stadi di tutto il mondo.  Continue polemiche con Bolt che mentre lui si disintossicava continuava a macinare vittorie.

L’abbraccio con l’ eterno rivale  Justin Gatlin, due volte squalificato per doping,  che lo sconfigge

Ed  è stato proprio il giamaicano a dare una lezione a Coe e al pubblico londinese. Mentre Gatlin inginocchiato, baciava il terreno della pista, piangendo, Usain gli è andato incontro. Si sono abbracciati, hanno parlottato fra loro dopo anni in cui non si erano scambiati neppure uno sguardo. Gatlin ha vinto la sua battaglia, più importante anche della medaglia d’oro, attesa per dodici lunghi anni, quella di essere riuscito a disintossicarsi. Bolt, anche lui ha vinto una battaglia, quella di essere tornato un essere umano che non correrà più alla velocità di 44,7 chilometri l’ora. Nella sconfitta, che certo gli brucerà e molto, ritrova la sua umanità insieme alla conferma che anche un grande campione può perdere. O meglio è proprio un grande campione e lo resterà per il resto della sua vita, fuori dalle piste, perché ha saputo anche perdere. La sua dichiarazione, a fine corsa, mentre i telecronisti e gli scriba cercavano di spiegare perché Bolt aveva perso, una partenza troppo lenta, non ce l’ha fatta a recuperare, è esemplare. Tutto il pubblico che gremiva lo stadio, le quote degli allibratori, la stragrande maggioranza degli “esperti” di atletica leggera, davano per scontata la vittoria di Bolt, l’ennesimo trionfo. Eppure nelle batterie, in semifinale Bolt non era andato bene. I suoi tempi lontani da quelli di sempre. Meglio di lui aveva fatto Coleman, 21 anni, che in finale è arrivato secondo con 9,94, Gatlin ha fatto fermare i cronometri a 9,92. Il giamaicano ha corso in 9,95. Lui che si era bevuto il record mondiale fermato a 9,58. Ma gli “specialisti” dicevano che si era risparmiato per la finale. Niente di tutto questo.

“Ora volto pagina,  non so esattamente cosa farò. Sono deluso ma non rinnego nulla”

La verità l’ha detta Usain, “ringraziando per l’affetto” il pubblico londinese, dopo il giro d’onore risponde ai giornalisti: “Ho dato tutto me stesso, ma non è bastato. Ora volto pagina anche se non so esattamente cosa farò. Sono deluso ma non rinnego nulla. Questo era un debito che dovevo ai miei sostenitori. Li ringrazio tutti per l’affetto”. Non è stata la sua ultima corsa, sarà impegnato nella staffetta. E dopo? Lui stesso dice che non saprà cosa fare. La sua vita, fino ad oggi, è stata spesa sulle piste di tutto il mondo. Allenamenti e allenamenti, ma sempre vissuti non come un obbligo, ma come un “divertimento”. Una volta ha corso con una scarpa slacciata, sulle  sue disastrose partenze ci ha sempre scherzato su, quando rincasava alle cinque del mattino qualche ora dopo era pronto a correre a perdifiato. Racconta su Repubblica Emanuela Audisio: “Non ha mai fatto finta di essere impegnato: non sapeva chi fosse Jesse Owens, non vuole rogne politiche. Però, prosegue, vedere ai mondiali di Berlino nello stadio del 1936 i bambini biondi che si erano anneriti i volti per sembrare come Bolt ha rimesso a posto la storia e il razzismo più di tante dimostrazioni politiche”. Dopo la “sconfitta”, a Kingston in Giamaica attendono una leggenda dello sport che torna ad essere uno di noi. Un vittoria della comunità mondiale. Di questi tempi di grandi figure dello sport come lui ce ne è bisogno. Ecco perché ci è venuta la voglia di dire “finalmente ha perso”, così come esultiamo di fronte alle vittorie delle africane e degli africani nella maratona. Pensando ai migranti, al ministro Minniti, con i suoi decreti e le spedizioni in Libia dove si “bloccano” i migranti e si arrestano per poi rinchiuderli in qualche “campo” che assomiglia molto ad una prigionia. Pensando anche a quella sindaca di  Codigoro, Alice Zanardi, membro della assemblea nazionale del Pd, che vuole far pagare più tasse a chi ospita i migranti. E pensiamo anche alle bandiere italiane bruciate a Tripoli.

Grazie Usain per la meravigliosa storia sportiva. E non solo.

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