Istat, come al solito. Aumenta l’occupazione degli anziani ma perché si va in pensione più tardi. Cambiano le classi di età. Siamo il fanalino di coda. Germania: disoccupati 5,3, zona euro 9,3, Italia 11,1

Istat, come al solito. Aumenta l’occupazione degli anziani ma perché si va in pensione più tardi. Cambiano le classi di età. Siamo il fanalino di coda. Germania: disoccupati 5,3, zona euro 9,3, Italia 11,1

Arriva il carro attrezzi dell’Istat o, se volete, l’ambulanza del pronto soccorso  a dare un po’ di ossigeno a Renzi Matteo, al ministro Padoan, a quel Calenda che a fronte della minaccia di 5000-6000 esuberi stando al piano di acquisto dell’Ilva, non trova di meglio che dire agli operai “non vi lasceremo soli”. Una cassa integrazione non si nega a nessuno. E poi?

Ci voleva l’Istat per dar modo ai governanti, ai dirigenti del Pd, a quelli vecchi e quelli nuovi, inseriti nella nuova segretaria, di raccontare balle. In verità l’Istituto, come al solito si limita a fornire numeri. Lascia  la possibilità di interpretarli. Precisa anche che non c’è molto da entusiasmarsi perché in Europa vanno quasi tutti meglio di noi. Comunque Istat ci racconta che c’è un netto calo del tasso di disoccupazione dando modo ai renziadi di rilasciare esilaranti dichiarazioni. L’incidenza dei senza lavoro scende all’11,1% con un calo di 0,4 punti percentuali su mese (il dato di marzo è stato rivisto da 11,7 a 11,5 per cento) e di 0,6 punti su anno, toccando il minimo da settembre 2012. Secondo i dati Istat, nel mese diminuiscono i disoccupati del 3,5%: significa 106mila persone senza lavoro in meno. Il calo annuo è del 4,8%, pari a -146 mila. Tra i giovani, il tasso di disoccupazione si conferma al 34%.

Crescono gli inattivi perché non cercano più il lavoro

Crescono però gli inattivi, ovvero coloro che non hanno occupazione né la cercano: sono saliti dello 0,2%, +24 mila persone, soprattutto nella fascia tra 15-24 e 35-49 anni. Inattivi che sono persone e non solo numeri. Escono dalla disoccupazione non perché hanno trovato lavoro, ma perché sono stufi di cercarlo a vuoto. Ovviamente non fanno più parte dei disoccupati, quindi sono tolti dalla statistica e, di conseguenza, sembra che aumenti in percentuale l’occupazione.

Il trucco c’è, evidente. Cambiano le classi di età e le percentuali si adeguano

Non solo, il trucco c’è ed è evidente. Istat avvisa che l’aumento dell’occupazione, cresciuta di 94 mila unità, riguarda sia le donne sia soprattutto gli uomini,   ultracinquantenni, in misura minore i 25-34enni, mentre si registra un calo nelle restanti classi di età. In effetti, il mese scorso il mercato del lavoro italiano ha visto una crescita degli occupati di 94mila persone: +0,4% rispetto a marzo per un tasso del 57,9% e ai massimi dal 2009. Ma gli statistici sottolineano un fenomeno che ha caratterizzato la ripresa del lavoro nel Belpaese negli ultimi tempi: l’aumento degli occupati “che si rileva sia per le donne sia soprattutto per gli uomini, interessa le persone ultracinquantenni e in misura minore i 25-34enni, mentre si registra un calo nelle restanti classi di età”. Un “fenomeno” che si registra anche su base annua: rispetto all’aprile del 2016 gli occupati sono saliti di 277mila –  grazie all’aumento  dei dipendenti a termine (-255mila sui +380 mila dipendenti) – ma  l’Istat si mette al riparo e conferma che “la crescita è particolarmente accentuata tra gli ultracinquantenni (+362 mila) e più contenuta tra i 15-34enni (+37 mila), mentre calano i 35-49enni (-122 mila)”. Elementare direbbe Sherlock Holmes  spiegando a Watson la soluzione del “giallo”, perché di questo si tratta: la riforma, si fa per dire, Fornero e anche quelle precedenti hanno prolungato la permanenza al lavoro degli anziani.  Ma c’è di più: la popolazione tra i 15 e i 49 anni, sempre statistiche Istat, sta calando, quindi cambia la percentuale. Esempio: se lavorano trenta persone su cento la percentuale è del 30%. Ma se cento diventa ottanta la percentuale di chi lavoro aumenta. Su base annua, depurando la componente demografica, cresce l’incidenza degli occupati.

Nella zona euro vanno tutti meglio di noi

In un sussulto di verità Istat si sente in dovere di precisare che “i progressi mostrati dall’Italia sul fronte del lavoro non distolgono dalla distanza abissale che ci separa dalla guida economica europea, la Germania, dove il tasso di disoccupazione è calato di un decimo di punto percentuale attestandosi al 5,7% dal 5,8% del mese precedente, in linea con il consensus, segnando un nuovo record. Anche nella zona euro arrivano dati incoraggianti: la disoccupazione registra il 9,3% ad aprile 2017, in calo rispetto a marzo (9,4%) e rispetto al 10,2% dell’aprile 2016. È il miglior dato da marzo 2009”.