Alitalia. Una vergogna: i lavoratori sul banco degli accusati. Il “no”, un sofferto atto di coraggio. Il governo non può cavarsela così. La trattativa si può riaprire. Camusso ora chiede un piano industriale “credibile”

Alitalia. Una vergogna: i lavoratori sul banco degli accusati. Il “no”, un sofferto atto di coraggio. Il governo non può cavarsela così. La trattativa si può riaprire. Camusso ora chiede un  piano industriale “credibile”

Possibile che ai nostri scriba sempre prodighi di retroscena non sia venuto a mente di raccontare il dramma che vive un lavoratore, uni di quelli dell’Alitalia, che votano no a grande maggioranza ad una proposta, ipotesi di accordo, firmata dai sindacati confederali, che prevede nuovi sacrifici, migliaia di esuberi, cassa integrazione, poi licenziamenti a partire dai precari, magari da una vita, in cambio di un piano industriale che salva l’azienda. Perlomeno si dice che salva l’azienda, stando alle parole della stessa Susanna Camusso, segretario  generale della Cgil, firmataria dell’intesa che ora chiede al governo “un piano industriale credibile sostenuto da banche e governo con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti”. Se si chiede oggi un “piano industriale credibile”, se come dice Barbagallo, segretario generale Uil, si tratta “della terza ristrutturazione, pagano sempre i lavoratori, il governo faccia il possibile”, se, afferma Annamaria Furlan, segretario generale Cisl, “è una situazione difficile, complicata, speriamo nel commissariamento e nell’intervento del governo”, l’equazione è presto fatta. Hanno avuto ragione i lavoratori a votare no ad un piano che non dava alcuna assicurazione sul futuro dell’azienda. Un voto sofferto per i dipendenti e le loro famiglie.

Per migliaia di lavoratori e famiglie un futuro dal volto ignoto. I media ignorano

Ma questa “sofferenza” non traspare dai resoconti dei media. Eppure bastava recarsi per qualche ora ai seggi, parlare con piloti, hostess, personale di terra, per far conoscere cosa passava nella testa di migliaia di lavoratori, consapevoli che il loro futuro e quello delle loro famiglie aveva un volto ignoto. No, leggiamo titoli, ne citiamo uno, quello di  Repubblica, “Il nostro è un no contro la politica, in qualche modo continueremo”. Certo che c’è una componente di “sfida” alla politica.  È stato  il presidente del Consiglio a dire o votate si oppure è la fine di Alitalia, altre soluzioni non ci sono, la nazionalizzazione è da escludere. Una gaffe clamorosa, per non dire un ricatto, mentre dodicimila lavoratori sono chiamati alle urne per decidere del loro futuro che, oggettivamente, ha inasprito gli animi. Ma i dipendenti  Alitalia sono più intelligenti dei nostri scriba, hanno capito che sacrifici loro richiesti non avrebbero salvato  l’azienda, avrebbero solo prolungato una agonia che va avanti da troppi anni, da quando venne rifiutata l’offerta di Air France, favorevole Romano Prodi, contrario Berlusconi, se ben ricordiamo, nel nome del tricolore, della compagnia di bandiera. I lavoratori hanno dato prova di consapevolezza, dignità. Scrive Lucia Annunziata su Huffington Post che “c’è  voluto molto coraggio e molta disperazione per scegliere il rischio fallimento rispetto al lavoro seppure denso di sacrifici. Il fatto che questo passaggio sia avvenuto è una novità che equivale all’attraversamento di un Rubicone da parte dell’umore pubblico”. Per aver detto questa verità Annunziata si è presa gli insulti di molti dei suoi lettori, dichiarazioni reazionarie, offese ai lavoratori Alitalia, ai piloti che guadagnano troppo. Mai uno che se la prenda con i calciatori milionari, ci viene da dire. Demagogia la nostra? Forse, ma quando ci vuole ci vuole. Un atto di “coraggio”. Ma non una “buona notizia” come dice Giorgio Cremaschi, ex sindacalista Fiom. Perché quando un lavoratore è chiamato a scelte che riguardano la sua vita professionale non è mai una “buona notizia”, vuol dire che lo Stato lo ha abbandonato. Ecco questo è il punto.

Il governo cerca una prova di forza. Il cinismo dei ministri Poletti e Calenda. Per Fassina e Bersani, invece, il governo deve assumere precise responsabilità

Ora che accade? Il governo cerca la prova di forza, un errore che rischia di essere irreparabile. Dice il ministro Poletti: “Una nazionalizzazione di Alitalia resta esclusa. Quello che potevamo fare abbiamo cercato di farlo, ottenendo il miglior risultato possibile. Alitalia è una azienda privata: dobbiamo aspettare la decisione degli azionisti, siamo pronti ad applicare le tutele per i lavoratori”. Il ministro Calenda minaccia: “è plausibile che si vada ad un breve periodo di amministrazione  straordinaria e che nel giro di sei mesi si giunga alla vendita parziale oppure  alla liquidazione”. Al contrario, per Stefano Fassina, di Sinistra Italiana, “è necessaria una piena assunzione di responsabilità da parte del governo, del Parlamento, delle istituzioni dei territori direttamente coinvolti, innanzitutto i Comuni di Roma e Fiumicino e la Regione Lazio. Il Presidente del Consiglio convochi un incontro di tutti gli stakeholders”. Secondo Pierluigi Bersani, “Il fallimento dell’azienda non è un destino irreversibile. Il no dal 67% di lavoratrici e lavoratori è stato verso pesantissimi sacrifici, imposti per la terza volta in meno di 10 anni, in assenza di un piano industriale credibile e in permanenza di un management inadeguato. Con pragmatismo, un intervento pubblico significativo nel capitale di Alitalia può consentire di finanziare gli investimenti e costruire partnership utili al suo rilancio. Sarebbe irresponsabile da parte del Governo utilizzare il risultato del referendum per svendere Alitalia”. Pier Luigi Bersani conclude: “Quando i lavoratori si esprimono non sono irresponsabili, sanno benissimo qual è la situazione. Evidentemente non credevano che quella ricetta avrebbe funzionato, e che se ne sarebbe riparlato di nuovo tra un anno o due. Il governo si preoccupi adesso che l’impresa non precipiti. Vanno sentiti gli azionisti e il Cda e se sceglie la strada del commissariamento, si faccia ‘ad horas’, senza cincischiare. Poi si veda come trovare una traiettoria che tenga assieme l’assetto industriale di questa grande azienda”.

Intanto il Consiglio di amministrazione ha preso atto “con rammarico” della decisione dei propri dipendenti di  non approvare il verbale di confronto. Data “la impossibilità di procedere alla ricapitalizzazione il Cda ha deciso di avviare le procedure previste dalla legge” cioè l’iter per il commissariamento. Dice James Hogan presidente e amministratore di Etihad e vice presidente di Alitalia che il voto espresso dai lavoratori “è profondamente deludente”, “supportiamo il cda per l’avvio della procedura”. Una presa in giro nel bel mezzo di una situazione drammatica.  Si aspettava che il verbale di intessa venisse accolto con la fanfara? Fa il pari con il cinismo dei ministri Poletti e Calenda. Rinviato intanto un incontro al  ministero dello sviluppo economico  per valutare l’esito del referendum a dopo le decisioni dell’organo deliberante, l’assemblea dei soci convocata per giovedì 27.

Netta chiusura anche alla possibilità delle ripresa della trattativa

Dalle parole dei due ministri emerge una netta chiusura del governo per qualsiasi possibilità di intervento a partire da una ripresa della trattativa. Alitalia assicura solo la continuità dei voli per un certo periodo, sei mesi. La conclusione: la vendita a pezzi oppure il fallimento. Eppure, se si riaprisse la trattativa, se venisse presentato quel “piano credibile” come chiede Susanna Camusso, addirittura da ambienti della Unione europea si prospetta la possibilità di un intervento pubblico che potrebbe  essere effettuato sotto forma di prestito, coinvolgendo la Cassa depositi e prestiti. Sempre da Bruxelles si fa presente che sono passati dieci anni da quando vennero prese misure pubbliche.

C’è da chiedersi a chi giova un braccio di ferro. Ci sono due “esigenze” cui dare  risposta: salvaguardare una grande azienda, migliaia di posti di lavoro e, insieme, non sperperare denaro pubblico. Una prova per Gentiloni e i suoi ministri, per chi ha investito in Alitalia e non ha avuto la capacità di risollevare le sorti di Alitalia, rimetterla in pista, è il caso di dire. Se la possono cavare così scaricando sui lavoratori gli errori di una gestione che ha dato solo una prova: incapacità gestionale. È vero che per Alitalia e per le aziende collegate, non si tratta di una novità. I manager che si sono succeduti in tanti anni hanno sfasciato quella che era la compagnia di bandiera. Questi manager non li hanno nominati i lavoratori ma chi ha governato e governa il nostro paese. Perlomeno chiedano scusa, invece di mettere i lavoratori sul banco degli accusati.

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