I voucher segnano la decomposizione del regime renziano. Il successo della battaglia della Cgil. Obiettivo: la conquista della “Carta dei diritti dei lavoratori”. Bugie di ministri e dirigenti Pd. L’aria scocciata di Gentiloni

I voucher segnano la decomposizione del regime renziano. Il successo della battaglia della Cgil. Obiettivo: la conquista della “Carta dei diritti dei lavoratori”. Bugie di ministri e dirigenti Pd. L’aria scocciata di Gentiloni

Bugiardi o incapaci. Scelgano lor signori, avrebbe detto Fortebraccio, corsivista a diciotto carati de l’Unità, quella vera. Lor signori, signore comprese, uomini e donne del Pd, ministri in carica, oggi con Gentiloni, ieri con Renzi, se non è zuppa dice un vecchio proverbio toscano. Perché ne leggiamo delle belle sulla storia dei voucher, soprattutto da Poletti, il ministro noto per il Jobs act, ben 18 miliardi regalati a padroni e padroncini per assumere lavoratori a tempo indeterminato, mentre la realtà è che la disoccupazione aumenta, dilaga fra i giovani, così come nei “mille giorni” renziani c’è stata l’esplosione dei voucher. Aggiungiamo un argomento meno popolare che riguarda il secondo quesito referendario, gli appalti. La Cgil chiede che le aziende che appaltano rispondano in solido ai lavoratori. Significa che chi dà in appalto lavori, aziende pubbliche in particolare, leggi Consip che non brilla per trasparenza, resta responsabile di quello che accade, rispettando tutto ciò che concerne i diritti dei lavoratori. Non si tratta di poca cosa, anche se i media e gli scribacchini renziani ignorano il quesito referendario. Per capire la dimensione del “fenomeno” basta ricordare che la Guardia di Finanza, nel 2016 ha denunciato infrazioni per 3,4 miliardi di euro, quanti ne occorrono per la manovra di revisione del Bilancio come ci chiede la Commissione Europea.

La retromarcia ordinata da Renzi che non sopporta l’idea di una nuova sconfitta

Partiamo dalla retromarcia ordinata da Renzi Matteo che non avrebbe sopportato una nuova sconfitta dopo quella, devastante, del referendum costituzionale. L’ordine è stato dato al Lingotto. Abroghiamo i voucher, non siamo noi i responsabili, è stata la sinistra a volerli. Applauso. Già, la sinistra, in particolare quelli che non se la sentivano più di stare nel Pd renziano. E se l’è presa con Bandiera Rossa, il pugno chiuso, applauso miserevole anche da chi più volte Bandiera rossa l’ha cantata, il pugno chiuso l’ha mostrato, in tante manifestazioni. Ma agli ordini del capo non si può disobbedire. Ed ecco che a Gentiloni viene affidato il compito di mettere a punto un decreto che di fatto prevede l’abrogazione  dei voucher e anche l’intervento, come chiesto dalla Cgil, sugli appalti. Certo, vincerà il “nemico”, meglio di una nuova disfatta, anche in vista delle elezioni amministrative. E poi, lui, deve impegnarsi a fondo nelle primarie, non il congresso che non esiste, insidiato da Orlando e da Emiliano. Insomma ha bisogno della pace sociale. Poi si vedrà come rimettere in piedi qualcosa di simile ai voucher abrogati e agli appalti. Intanto occorre mandare, subito, un messaggio ai tanti che si lamentano, Confindustria in testa, Confagricoltura, Confcommercio, organizzazioni degli artigiani, anche di parte “democratica”, tanto per capirci. Domanda, ma loro che c’entrano, visto che i voucher venivano impiegati per i “lavoretti”? Ecco i primi bugiardi. I quali proprio in queste ore si danno da fare, acquistando “carrettate” di buoni, prima che escano dal mercato, dalla tabaccheria, come dice Susanna Camusso, in modo da usarli fino all’ultimo dell’anno.

La gara delle bugie prosegue e investe il presidente del Consiglio e il ministro Poletti, recidivo. Gentiloni avanza una velata critica nei confronti di Renzi, dall’aria insolitamente scocciata, quando dice che non si poteva “dividere il Paese”. Cosa che già aveva fatto Renzi con il referendum costituzionale. Poi, per consolarlo, parla della necessità di “evitare guerre ideologiche”. Rifletta il premier gentile. Intanto le ideologie, le idee, sono state e sono il motore del pensiero nel mondo. Lo sono tanto più quando si tratta dei diritti dei lavoratori, delle persone. È scritto nella Costituzione che lui certamente ha letto. Poi annuncia il decreto che recepisce quanto approvato dalla Commissione Lavoro, dice che  in tempi rapidi diventerà legge e che nel frattempo si metteranno a punto nuove norme al posto dei voucher, rispondendo ai lamenti degli orfani di questo strumento che si è rivelato micidiale. E lascia lì, da  solo, con un gesto di nervosismo, il ministro Poletti a rispondere ai giornalisti. E lui, impunito, si dice a Roma, continua ad affermare che il Jobs act con la tempesta dei voucher non ha niente a che fare. Eppure la Commissione Lavoro nel testo approvato, del quale il decreto del governo dovrebbe esserne fotocopia, ma la prudenza non è mai troppa, come suggerisce Susanna Camusso, tanto che la Cgil mantiene tutte le iniziative in programma finché non c’è la legge, approvata dal Parlamento, parla esplicitamente di tre articoli contenuti nella legge detta Jobs act, in sequenza gli articoli 48, 49, 50, che devono essere cancellati.

Insieme ai bugiardi, quelli che fanno finta. Poletti aprirà un tavolo. Per fare che?

Insieme ai bugiardi ci sono quelli che fanno finta, o meglio i bugiardi che fanno finta. Uomini e donne del Pd fanno a gara, una, Titti Di Salvo, una volta di sinistra a cantar bandiera rossa con i pugni tesi, la quale rispondendo a un tal  Zanetti, già sottosegretario, uno di Ala, Verdini, giustifica l’abrogazione dei voucher, più precisamente la legge che ancora non c’è. Dice che serve per evitare il referendum e poi ripristinare  una normativa. Quale? Non si dice. Anche Poletti si è limitato a dire che aprirà un tavolo con le parti sociali, organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori. Lasciamo perdere Cisl e Uil che non vedono l’ora di sedersi al tavolo, la Cisl in particolare contraria al referendum. Scoprono ora il “fenomeno” dei voucher. Perdoniamoli perché non sanno quello che fanno. Chi non è possibile perdonare sono gli uomini di governo, di sottogoverno in particolare del Pd, gli alfaniani, si sono già condannati  da soli, esistono perché occupano qualche posto di governo. Fanno finta che scongiurato il referendum si riparta da zero. Non è così, e dovrebbero saperlo. Passi per gli scriba, sempre più incolti o complici degli incolti. La battaglia della Cgil, i tre quesiti referendari, quello sull’Articolo 18 non ammesso dalla Consulta, fanno parte di un progetto di ampio respiro, teso a disegnare un nuovo Statuto dei lavoratori, si chiama la “Carta universale dei diritti”. Dice Susanna Camusso che  la  vocazione della Cgil non è mai stata quella di “abrogare qualcosa, tanto per fare ma perché vogliamo costruire la Carta dei diritti, la riorganizzazione complessiva del mondo del lavoro”. Certamente, con l’esplosione dei voucher, fonte primaria di precariato, la Carta poteva essere riposta in un cassetto.

Nella “Carta” agli articoli 80 e 81 le proposte della Cgil per i lavori occasionali

Proprio la Carta proposta dalla Cgil contiene le proposte riguardanti i “lavori occasionali” che da Renzi a Gentiloni, a Poletti in compagnia delle organizzazioni dei padroni e padroncini, della Cisl e della Uil vanno cercando. Ma costoro ignorano e fanno finta che si parta da zero. Un tavolo ora, era Gentiloni, non si nega a nessuno, poi a decidere sono sempre i soliti. Magari non più il responsabile dell’Economia del Pd, Taddei, il quale sembra se ne sia andato, defenestrato, pensate un po’, dall’inventore dell’Ape, l’aretino Nannicini, la flessibilità per l’età pensionabile pagata dai “pensionandi”. Torniamo ai nostri bugiardi o incapaci, nel caso, di leggere. La “Carta dei diritti” inizia il suo percorso in assemblee che riuniscono  migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori, votano, a partire da gennaio del 2015. Nell’indifferenza dei media, si tratta di una mobilitazione di massa, la democrazia della partecipazione. Insieme, parte il percorso referendario con la raccolta delle firme. Ne servono più di un milione per dare veste di proposta di riforma di iniziativa popolare alla “Carta dei diritti”. Insieme si raccolgono le firme per i tre referendum.  La raccolta delle firme ha pieno successo. Più di un milione per la Carta, tre milioni per i tre quesiti. La proposta di iniziativa popolare presentata ai gruppi parlamentari. Ma ancora non c’è traccia nel calendario  dei lavori. La Carta viene  presentata al Parlamento nel mese di settembre. La Cgil incontra tutti i gruppi. Si impegnano, solenne promessa del Pd, oltre all’appoggio di Sinistra italiana e della sinistra dei Dem, a incardinare la “Carta” nei lavori parlamentari. Possibile che Renzi, Gentiloni, il ministro Poletti, Rosati e Zanda, capigruppo Pd alla Camera e al Senato e tanti altri della maggioranza non abbiano aperto neppure una pagina? Non abbiano ritenuto loro dovere prima di sproloquiare su come sostituire i voucher e rassicurare padroni e padroncini, una canea, ci scusino i cani, nostri amici più fedeli, se per caso ci aveva pensato la Cgil? Se lo avessero fatto avrebbero scoperto che agli articoli 80 e 81 avrebbe avuto la risposta su come affrontare i “lavori occasionali”, dando loro la dignità di contratti che, come dice Camusso, non si comprano nelle tabaccherie. Forse anche la sola lettura, per costoro, è una gran fatica. Oppure peggio, leggono ma fanno finta di non capire. Un’aggravante: non capiscono proprio. Anche gli scriba, se ancora sanno leggere oltre i tweet potrebbero leggere la Carta. Si farebbero una cultura, anche per far valere i loro diritti e non solo quelli degli editori. Forse è chiedere troppo.

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