Ciao compagno Reichlin. Straordinario comunista, nostro mentore e maestro

Ciao compagno Reichlin. Straordinario comunista, nostro mentore e maestro

Un adagio molto diffuso nell’articolato mondo dei filosofi afferma che “l’autore che hai amato o che ami non si cita mai”, perché è così radicato nei tuoi pensieri, nelle tue elaborazioni, nella tua weltanschauung, nella visione del mondo, da rendere piuttosto facile il compito di risalire a lui, piuttosto che a un altro. Questo adagio mi bucava il cervello quando ho reso omaggio ad Alfredo Reichlin nella camera ardente allestita a Montecitorio giovedì 23 marzo, nella sala Aldo Moro. Perché? Perché per tanti della mia generazione, nati a ridosso degli anni Sessanta, e giovani comunisti alla fine dei Settanta, e ventenni negli Ottanta, nel periodo decisivo della propria formazione politica, Alfredo Reichlin era “l’autore che si amava” a tal punto che non v’era bisogno di citarlo. E non v’era bisogno neppure di definirsi “reichliniani”, come accade sovente di questi tempi di carenza di “maestri e mentori”, perché Alfredo rappresentava un segmento importante e decisivo della elaborazione, complessa e critica, dell’intero Partito comunista. Perché quell’intellettuale collettivo che era il Pci, per dirla alla Gramsci, funzionava così quando si costruivano con attenzione e saggezza i nuovi gruppi dirigenti. E con generosità venivano “allevati” dai membri “storici” del gruppo dirigente nazionale. Qualcuno obietterà che anche nel Pci vi erano linee tendenzialmente divergenti, che nel corso del tempo assunsero “nomi” di riferimento. Per la verità, più per favorire la sintesi giornalistica, che per rappresentare “formazioni interne” o “correnti”, secondo il modello costitutivo, allora, della Democrazia cristiana o del Partito socialista. Il Partito comunista era un’altra cosa: plurale nell’articolazione delle posizioni culturali e nell’analisi del mondo, ma unito nelle battaglie per la democrazia, l’uguaglianza, il Mezzogiorno, il lavoro.

Così accadeva che nella scuola quadri di Frattocchie, nei dintorni di Roma, verso i Castelli, dove almeno un paio di volte l’anno venivamo convocati per una o due settimane, per immergerci nell’alta formazione, il gruppo dirigente nazionale si metteva a disposizione e in qualche modo “saliva in cattedra”. Fu in quelle occasioni che noi, giovani comunisti della periferia meridionale del Pci, riuscimmo a conoscere cosa fosse davvero il Partito comunista come intellettuale collettivo, e di quale tempra morale e politica fossero i suoi dirigenti. Imparai a conoscere a Frattocchie la generosità umana e intellettuale di Alfredo Reichlin. Eravamo negli anni successivi alla morte di Berlinguer, del craxismo dominante, del modello culturale della “Milano da bere”, che si bevve l’Italia grazie all’ingigantimento del debito pubblico, che oggi grava tutto sulle spalle dei nipoti e pronipoti. Eravamo negli anni del debito pubblico che si trasformava in corruzione per generare consenso. Eravamo negli anni del modello culturale del “successo” e del “riflusso”, generato dall’avanzata dell’esercito culturale delle televisioni berlusconiane. In questa temperie politica e culturale, anche il Partito comunista subiva una sorta di crisi. Per dirla con Carlo Marx, quello della XI Tesi su Feuerbach, era come i filosofi che “sanno interpretare il mondo ma non sanno ancora come trasformarlo”. Ma erano anche gli anni della contestazione studentesca che prese il nome di Pantera, erano gli anni del parziale risveglio delle università, nonostante la diffusione dell’ideologia del “merito” (ai cultori di questa parola andrebbe rammentato che essa ha una storia almeno trentennale), ed erano gli anni dei contraccolpi sul lavoro operaio delle decisioni liberiste del governo Craxi. Insomma, erano anni difficili per il Pci, quelli della nostra formazione politica, quando, appunto, intercettammo, o fummo intercettati, dalla generosità intellettuale di Reichlin.

Fin da allora, tra la metà e la fine degli anni Ottanta, a ridosso delle elezioni politiche del 1987, e poi nel 1989 col crollo del Muro del Berlino, fino alle elezioni legislative del 1992, il tarlo che Reichlin ci trasmetteva era come “dare una interpretazione rigorosa e coerente di quanto e di come si sta trasformando il mondo”, come muta il capitalismo, e come la geopolitica in trasformazione fosse la chiave per capire anche il sistema italiano. Era cioè convinto che un grande partito assumesse “funzione nazionale” (per qualche estemporaneo epigono dei giorni nostri, era questo il senso di “Partito nazionale”, in questo seguendo coerentemente la lezione gramsciana), anche nelle istituzioni democratiche e repubblicane se avesse saputo leggere il mondo nelle sue evoluzioni e avesse saputo trasformare questa lettura in azione politica e di governo. Per non essere subalterni al capitale, diceva Alfredo. Ma qual era la sua geniale caratteristica di fondo? Ho avuto l’onore e la fortuna di seguire Alfredo nell’arco delle sue ultime due campagne elettorali, 1987 e 1992, molto da vicino, nelle città e nelle campagne più remote della sua amata Puglia. Cos’era la generosità intellettuale del compagno Reichlin? Avere la stessa scaletta, nella quale condensava la sua lettura, modernissima, del mondo, quando dinanzi a sé aveva i braccianti di Gravina o di Spinazzola, oppure quando incontrava gli esponenti dell’alta borghesia, non solo pugliese. Se doveva raccontare la fase, profetica, di trasformazione del capitalismo dall’economia della produzione all’economia “di carta”, come la chiamava fin dagli inizi degli anni Novanta – prima ancora che Internet rendesse gli scambi in Borsa più veloci della luce – usava riflessioni e parole pressoché identiche, per il bracciante, l’operaio e per il docente universitario, come anche per l’industriale dei salotti. E soprattutto erano analisi del mondo che egli condivideva con noi trentenni. E quando capitava anche a noi di fare qualche riflessione importante, o di una certa profondità, Alfredo ti guardava serio, e poi si apriva in un sorriso complice. E poi si proseguiva ovunque, in auto, a cena, dopo un comizio. Anche quando la parola “comunista” sparì dal vocabolario politico – anche a sinistra – per una sorta di damnatio memoriae, alla quale molti hanno lavorato bene nel corso degli ultimi vent’anni, non si può non pensare ad Alfredo Reichlin come un grande interprete del pensiero comunista e dell’azione politica comunista in Italia, che prosegue anche se quel nome è stato cancellato, e qualcuno della mia stessa generazione pensa di vergognarsene sostituendolo con una parola ben più misteriosa e subdola, e priva di fascino storico, “sinistra”.

Ecco, ai funerali istituzionali di Reichlin, a Montecitorio, io c’ero e pensavo a quanta gratitudine io debba, a nome di tanti come me, al compagno comunista Alfredo, tre sostantivi importanti, che esprimono una storia collettiva, un’esperienza individuale, una formazione culturale, condivisa, mai sopita. Per questo Alfredo è come i “mentori e maesti” dei filosofi che non citano mai coloro che amano.

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