Pd. Primarie romane, finalmente i dati ufficiali, 43607 voti validi, un flop. Infiammano le polemiche tra renziani e sinistra

Pd. Primarie romane, finalmente i dati ufficiali, 43607 voti validi, un flop. Infiammano le polemiche tra renziani e sinistra

A circa 24 ore dalla chiusura dei seggi, o gazebo, delle primarie romane, finalmente il comitato organizzatore ha deciso di rendere noti i numeri ufficiali. Partiamo dal dato relativo all’affluenza: sono 47.317 i votanti, ma i voti validi sono stati 43.607, mentre 2.866 le schede bianche e 843 le nulle. La percezione della flessione, o del vero e proprio flop, avvertita fin da subito, è dunque confermata dai dati ufficiali, meno della metà di coloro che votarono alle primarie per il sindaco nel 2013. A ciò si aggiunga il significato politico che assumono i voti non validi che hanno raggiunto quasi il 10%, ed è facile capire cosa sia accaduto nel Partito democratico romano e quale fortissimo segnale sia stato lanciato dagli elettori, dagli iscritti e dai militanti. Non è stata resa nota l’età media dei votanti, ma sospettiamo che sia molto alta.

Dal punto di vista dell’ufficializzazione dei risultati dei candidati, Roberto Giachetti sarà il candidato sindaco del Pd con 27.968 voti, pari al 64,1%, mentre Roberto Morassut, secondo, ha totalizzato 12.281 voti, pari al 28,2%, Domenico Rossi, il sottosegretario alla Difesa, 1.320 voti, pari al 3%, Chiara Ferraro, la giovane autistica, 915 voti, pari al 2,1%, Stefano Pedica, deputato, 594 voti, pari al 1,4% e Gianfranco Mascia, leader del movimento Viola e portavoce dei Verdi, 529 voti, pari al 1,2%. Fin qui i numeri ufficiali. Non si placano, tuttavia, le polemiche politiche all’interno del Partito democratico, tra renziani della prima e dell’ultima ora, ed esponenti della sinistra.

Ha aperto nuovamente il fuoco delle polemiche Roberto Speranza, che durante la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa di Perugia fissata nel prossimo week end, in cui si discuterà di come elaborare un’alternativa a Renzi al prossimo congresso, ha detto ai cronisti: “Oggi ho letto un’intervista del presidente del partito, Matteo Orfini, che ha detto che a Roma si è passati da centomila a cinquantamila elettori alle primarie perché non sono andati a votare i capibastone e i rom. Penso che questa sia una frase offensiva verso migliaia di cittadini romani che appartengono al campo della sinistra e che chiedono un Pd diverso”. Apriti cielo. La replica di Orfini non si è fatta attendere, insieme a decine di interventi dei suoi sodali. E come al solito, nella replica non sono mancate le offese e gli insulti a Speranza, il quale, in fondo, ha detto una verità abbastanza banale: “Abbiamo bonificato e disboscato il Pd dopo i fatti di Mafia Capitale. Credo che i cittadini romani e i militanti dem siano stati offesi da Mafia Capitale e non dalle mie affermazioni sulla mancata partecipazione dei capibastone a queste primarie”. Orfini aggiunge: “Speranza sembra rimpiangere quel tipo di partito e mi stupisco di questo. Spero corregga il tiro delle sue dichiarazioni. Quando parlo di capibastone non lo dico io, lo dicono i fatti, la verità emersa dalle cronache giudiziarie”. Come si vede, la toppa appare nuovamente peggiore del buco, perché allora, delle due l’una, o le primarie del 2013 erano da annullare per un vistoso inquinamento (con buona pace di Gentiloni e degli altri candidati, che non hanno mosso alcuna obiezione), oppure erano e restano valide, e non serve gettare fango, oggi.

È Gianni Cuperlo, però, che con la consueta onestà intellettuale scrive parole importanti su quanto accaduto nel corso delle primarie romane. In un post su Facebook, Cuperlo scrive a proposito dei votanti: “Li ho osservati i cittadini che hanno fatto qualche minuto di fila assieme a me. L’età media non era bassissima e non erano lì perché si aspettavano qualcosa in cambio. Erano lì perché tutto sommato pensavano fosse giusto crederci ancora. Sono stati la metà numerica della volta scorsa? Certo che sì e fingere che non sia così vuol dire solo nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma allora bisognerebbe evitare di liquidare il calo di presenze come il risultato brillante di un’opera di pulizia. Perché è assai probabile, direi certo, che tanti di quelli che ieri sono rimasti a casa sono persone più che oneste e che semplicemente non hanno trovato alcuna ragione, alcuna motivazione per allungarsi fino al loro gazebo”. Cuperlo aggiunge: “Il modo migliore per rispettarli e recuperare la loro fiducia sarebbe dire loro che abbiamo capito. Non che abbiamo fatto tutto bene e tutto giusto. Ma che ci impegniamo a correggere molto di quello che abbiamo o non abbiamo fatto negli anni che ci siamo lasciati alle spalle”. Infine, scrive ancora Cuperlo “c’è un aspetto di questa stagione della rottamazione e di una nuova generazione che assume ruoli di grande responsabilità che continua a colpirmi. Ed è la tendenza ad accentuare il più possibile l’aggressività del linguaggio. Come se alzare oltremisura il tono della voce e la soglia di ciò che si ritiene lecito dire possa coincidere con l’acquisto di autorevolezza. Continuo a pensare che le cose non stiano così. E almeno su questo mi piacerebbe pensare che ho ragione io”. Caro Gianni, è proprio così: quando l’argomentazione politica non è sorretta da ragioni solide, si deraglia verso l’insulto. Ma questo accade ormai nel Partito democratico da due anni, da quando qualcuno ha dato a Renzi, al renzismo e ai renziani, vecchi e nuovi, la possibilità di farlo. Strano che te ne sia accorto con tale ritardo. Se solo avessi compreso cosa c’era nello sguardo di Enrico Letta quando consegnava la campanella di Palazzo Chigi, quanta amarezza e quale triste presagio, forse questo post l’avresti scritto allora. Ma caro Gianni, e caro Speranza, siete davvero sicuri che la soluzione sia ancora nel Partito democratico?

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