Libia. Timori per i 4 cittadini italiani tenuti in ostaggio. Forse due di loro uccisi

Libia. Timori per i 4 cittadini italiani tenuti in ostaggio. Forse due di loro uccisi

I media libici hanno dato la notizia di un attacco contro lo Stato islamico (Is) condotto dalle milizie libiche della zona di Sabrata che fanno capo alla cabina di regia dei gruppi armati della zona, riferendosi a quanto accaduto ieri ad al Ajilat, senza citare mai però la presenza di due italiani tra le vittime. Il resoconto dell’agenzia di stampa libica “al Tadhamoun”, che pubblica le stesse foto apparse sul profilo Facebook della milizia “Febbraio al Ajilat-2”, afferma che “fonti militari di Sabrata hanno annunciato l’uccisione di un nuovo gruppo di miliziani dello Stato islamico che si trovavano a sud della città. La fonte chiarisce che le forze di Sabrata hanno condotto una serie di rastrellamenti e hanno dato vita ad un conflitto a fuoco con questo gruppi, uccidendo alcuni di loro e catturandone altri”. Secondo la ricostruzione dell’agenzia libica, inoltre, “tra il gruppo di persone attaccate c’erano alcune donne con i loro bambini; alcuni di loro hanno tentato la fuga verso la zona di Bir Ayad, a sud di Sarman, ma sono stati accerchiati e uccisi. Il bilancio tra le fila dello Stato islamico è di dieci morti tra cui due donne e diversi feriti, tra cui un bambino di tre anni rimasto ferito nel conflitto a fuoco e ora ricoverato nell’ospedale di Sabrata”.

La pagina Facebook del gruppo islamista libico “Febbraio al Ajilat-2” ha pubblicato dodici immagini che mostrano diversi cadaveri riversi a terra, tra cui un uomo con la barba lunga i capelli bianchi e un altro, più giovane, anch’egli con barba e capelli lunghi. Entrambi erano di aspetto occidentale e indossavano tute sportive della stessa marca e modello: sarebbero loro due dei quattro italiani, dipendenti della società di costruzioni “Bonatti”, rapiti nel luglio 2015. Questa mattina la Farnesina ha riferito che “Fausto Piano e Salvatore Failla” sarebbero rimasti uccisi nei giorni scorsi nella regione di Sabrata, in Libia, in scontri tra le forze della coalizione Alba della Libia e i miliziani dello Stato islamico. Il post del gruppo islamista mostra le foto di altri cadaveri di jihadisti di Daesh (acronimo arabo di Stato islamico dell’Iraq e del Levante), spiegando che “sono stati uccisi dai giovani salafiti nei pressi della stazione radio Lithim”, vicino Sabrata. Il messaggio afferma che tra le vittime vi sarebbero anche “due italiani”, mentre una donna tunisina sarebbe stata catturata. In un post successivo, il gruppo “Febbraio al Ajilat-2” precisa che negli scontri sono stati uccisi in totale sette uomini e due donne. I messaggi sono stati pubblicati quasi 24 ore fa.

In una nota diffusa questa mattina, il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere che dalle immagini delle vittime degli scontri avvenuti nella zona, “apparentemente riconducibili ad occidentali”, potrebbe trattarsi di due dei quattro italiani rapiti. La Farnesina ha precisato di aver “già informato i familiari”, aggiungendo che sono in corso verifiche rese difficili dalla non disponibilità dei corpi. Un ex ufficiale dell’esercito libico, Ramzy al Rumeeh, ha spiegato che gli italiani sarebbero morti in scontri che hanno coinvolto una milizia nota come Battar, gruppo armato considerato vicino allo Stato islamico, dedito al traffico di esseri umani e attivo a Sabrata. I quattro cittadini italiani sono stati rapiti il 19 luglio scorso nei pressi del compound dell’Eni, nella zona di Mellitah, a circa 70 chilometri da Tripoli. Mellitah è il punto di partenza del gasdotto Greenstream, il più lungo d’Europa, più volte chiuso per le minacce dei combattimenti e per l’avanzata dei miliziani dello Stato islamico (Is). Greenstream – gestito per tre quarti da Eni e per un quarto dalla Compagnia nazionale libica (Noc) – è una conduttura sottomarina di 520 chilometri che collega la costa libica a Gela, in Sicilia. La Libia è divisa in due autorità separate. Da una parte vi è un parlamento riconosciuto a livello internazionale con sede a Tobruk e che opera nell’area orientale del paese; dall’altra un’amministrazione sostenuta da gruppi islamisti che governa la capitale Tripoli e che controlla gran parte delle regioni occidentali. Nel mezzo vi sono le milizie di Misurata e di Zintan, che sostengono rispettivamente Tripoli e Tobruk. A complicare la situazione ci sono i militanti armati fedeli ad al Qaeda e allo Stato islamico che controllano importanti centri del paese tra cui Sirte, città natale di Gheddafi sulla costa centrale del paese, e parte di Bengasi e di Derna.

“Al momento l’azienda non ha nessuna dichiarazione da rilasciare, se ci fossero aggiornamenti nel corso della giornata, vi informeremo tempestivamente”. Così il responsabile Communications and Branding della multinazionale BONATTI con sede a Parma, Matteo Patera, risponde all’Adnkronos in merito alla vicenda dei due tecnici italiani, Fausto Piano e Salvatore Failla, dipendenti dell’azienda, rapiti con altri 2 colleghi in Libia lo scorso luglio, e che sarebbero rimasti uccisi in un conflitto a fuoco, durante un trasferimento nei pressi di Sabrata.  Dall’azienda, dunque, si continuano ad attendere, nel massimo riserbo, conferme ufficiali sulla sorte dei lavoratori finiti in mano all’Is. Un’eventuale dichiarazione potrebbe arrivare in giornata, in seguito ad aggiornamenti e notizie certe provenienti dalle autorità competenti.

C’è un clima irreale in contrada Balate di Zacco, alla periferia di Carlentini, davanti alla palazzina gialla delle case popolari dove si trova l’abitazione della famiglia di Salvatore Failla, 47 anni, l’operaio specializzato dell’azienda Bonatti di Parma rapito il 20 luglio scorso in Libia insieme ad altri tre colleghi che secondo la Farnesina sarebbe stato ucciso nella regione di Sabrata. La famiglia si aggrappa ancora alla speranza che la notizia dell’uccisione del congiunto e del collega Fausto Piano non venga confermata. Nessuno dei parenti vuole rilasciare dichiarazioni. I carabinieri si avvicinano alla palazzina e chiedono gentilmente ai cronisti di non importunare la famiglia. La moglie del tecnico, Rosalba Castro, in questi mesi di angoscia si è trincerata dietro il suo dolore, cercando di tutelare le sue due figlie di 22 e 14 anni. La donna questa mattina è salita su una Mercedes , intorno alle 12, e poco prima delle 13.30 è rientrata a casa da sola. “Dal giorno del rapimento – spiega una vicina di casa – la signora si è chiusa nel suo dolore. Varie volte ho tentato di scambiare qualche parola con lei, anche per farle in qualche modo sentire la mia vicinanza, ma è stata sempre molto schiva”. Salvatore Failla, saldatore specializzato, da tre anni si trovava in Libia per lavoro. Da tecnico si recava spesso all’estero ed era consapevole dei rischi che si potevano correre in zone di guerra. “E’ una persona riservata – afferma un altro vicino di casa -. Penso che Rosalba abbia saputo ieri sera della notizia della probabile uccisione del marito, perché c’è stato un via vai di gente. Noi ci auguriamo che non sia così. Salvatore è una brava persona e un gran lavoratore”.

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