Le banche licenziano, aziende in crisi. Ma per le statistiche, a gloria di Renzi, sono centinaia di migliaia i nuovi posti. C’è il trucco e si vede. Camusso: il boom dei voucher + 69%

Le banche licenziano, aziende in crisi. Ma per le statistiche, a gloria di Renzi, sono centinaia di migliaia i nuovi posti. C’è il trucco e si vede. Camusso: il boom dei voucher + 69%

Leggiamo: Unicredit taglierà in Italia 6900 posti di lavoro, altre banche l’hanno già fatto, Montepaschi  vuole ridurre il costo del lavoro, in Puglia 50.000 braccianti lavorano in nero, ogni giorno ci sono lavoratori che in qualche parte d’Italia manifestano per salvare il posto, in sede ministeriale sono aperte un gran numero di vertenze. Poi arrivano Istat, Inps che annunciano l’aumento dei posti di lavoro. Camusso cerca di riportare la situazione alla realtà ma non c’è verso. Il dato che dice la verità sul mercato del lavoro riguarda i voucher, i tristemente noti buoni lavoro, senza assicurazione, senza diritti, niente di niente: nei primi nove mesi del 2015 risultano venduti 81.383.474 voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento medio nazionale, rispetto al corrispondente periodo del 2014 (48.067.353), pari al 69,3%, con punte del 99,4% in Sicilia e dell’87,7% in Puglia. Sono i “lavoretti” una volta dei giovani, ora sempre più l’unico lavoro disponibile, forse, quando va bene per oltre tre milioni di disoccupati. Ma di questi numeri i media non parlano. Ma in un titolo, qualche riga in fondo ad articoli che osannano il Matteo. Lui e Padoan cinguettano, appaiono di continuo in tv inneggiando alla ripresa.

Padoan le spara grosse, siamo i più bravi in Europa,  alla Merkel gliele cantiamo

Ora, dicono c’è la certezza, il ministro dell’Economia le spara grosse, siamo i più bravi in Europa, gliele cantiamo noi alla Merkel, cresciamo più degli altri Paesi. Poi arriva l’Ocse che le spara, l’Italia cresce, bene bravi. Un tale che si chiama Gurria, dell’Ocse segretario generale non arrossisce nel dichiarare che “cambiando il Senato e la legge elettorale tornate un paese credibile. Il rinnovamento del sistema politico rafforza anche l’economia” . Andando a leggere bene, a parte le sparate di Padoan, i numeri dell’economia europea dicono che noi siamo ancora allo zero virgola qualcosa, gli altri quasi tutti sopra l’uno. Anche il segretario generale dell’Ocse ignora che il governo prevedeva prima un più 0,7 come aumento del Pil. Poi preso da euforia è passato a un più 0,9. L’Ocse prevede un più 0,8 e calma i bollori del ministro. Renzi Matteo in qualsiasi località del mondo in cui si trovi, magari arriva in ritardo quando tutti i capi di governo sono presenti, decanta le “sue” virtù e le “sue” leggi  che, dice, si aspettavano da più di venti anni. Verrebbe da fare una battuta: ma non poteva attendere qualche altro anno rinviando i danni che le “riforme” preannuciano? Lui è bravissimo nel rinvio, dei debiti in particolare. Quel poco che c’è nella legge di Stabilità è tutto a debito. Rinvia agli anni futuri. Pagheranno i suoi nipoti. Nel frattempo se ne va il professor Roberto Perotti , ormai ex commissario alla spending review. È il terzo che in tre anni se ne va. Niente da fare, toccando la spesa si toccano troppi interessi. Meglio di no.

Un zero virgola non significa ripresa certa, forse neppure un timido avvio

Renzi e Padoan si attaccano a tutto, grazie ai media. Uno zero virgola non significa ripresa certa, forse neppure un timido avvio. Ma i giornali dei poteri forti, leggere la composizione di alcuni consigli di amministrazione, foraggiati dai centri di statistica, danno man forte a Renzi con il seguito di Padoan. Ma il trucco c’è e si vede. Tanto, proprio sui media, per chi ha voglia di consultarne, c’è una tale confusione di numeri degna di miglior causa, che difficile diventa addentrarsi nella statistica. Ha ragione il segretario generale della Cgil quando afferma che “con tutto il rispetto dell’informazione, basta guardare i giornali di oggi per domandarci cosa stia succedendo. Perché, non ci sono due giornali che abbiano gli stessi numeri”.  Leggiamo, per esempio, che l’aumento degli occupati in nove mesi sarebbe per alcuni media pari a 469 mila, per altri di 349 mila, poi si parla di 300 mila. I numeri resi noti da Istat sono diversi da quelli di Inps. Centinai di numeri non omogenei, posti di lavoro che non significano nuovi occupati, ma contratti cambiati, passaggi di lavoratori anche in nero, da contratti precari a lavoro a tutele crescenti come recita la legge chiamata Jobs act. Altra cosa dal tempo indeterminato con articolo 18. I lavoratori entrati con  il contributo degli otto milioni da parte dello stato possono essere cacciati quando il padrone vuole.

Perché non aumentano le ore lavorate e neppure gli straordinari?

Facendo tutti i conti, circolando nel ginepraio che Istat e Inps mettono in campo, si arriva al possibile aumento dell’occupazione dello 0,9. Alcuni attenti osservatori del mercato del lavoro fanno notare che se davvero i nuovi occupati fossero qualche centinaio di migliaia si dovrebbe avere un aumento delle ore lavorate, magari anche degli straordinari. Ma non risulta. Torniamo così da dove eravamo partiti, da Susanna Camusso. “Credo – ha detto la Camusso intervenendo a Bari ad un convegno della Cgil sul lavoro nero in Puglia – che dobbiamo smetterla di commentare ogni giorno gli stessi numeri e invece misurarsi col fatto di quanti milioni di voucher (+ 69% ripetiamo) sono stati emessi, di quanto lavoro sommerso questo ha determinato e come è cresciuto,  degli  straordinari problemi di disoccupazione giovanile che abbiamo. E di come – ha proseguito – il problema non sia la rincorsa quotidiana a positivi e leggerissimi aumenti dell’occupazione. Ma dobbiamo parlare di quali strategie, di quali politiche si devono fare perché non si debba più parlare di disoccupazione. Credo sia questo l’ordine del giorno”.

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