Ashoka Mody: meglio la Dexit che la Grexit. Nel mondo accademico, spunta la tesi dell’uscita della Germania dall’euro

Ashoka Mody: meglio la Dexit che la Grexit. Nel mondo accademico, spunta la tesi dell’uscita della Germania dall’euro

Ashoka Mody è visiting professor in Politica economica internazionale alla Princeton University. In passato, è stato vice direttore dei dipartimenti di ricerca presso il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea. Dopo le vicende della crisi greca e gli ultimi sviluppi con la firma dell’accordo di lunedì notte, ha scritto per Bloombergview.com questo piccante articolo in cui solleva la questione della Dexit, dell’uscita della Germania dall’eurozona. La Dexit si contrappone alla Grexit, all’uscita della Grecia, auspicata e progettata dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaueble. La tesi di Mody può non essere condivisa, come può non essere condiviso il progetto di Schaueble. Tuttavia, non manca di sostegno teorico e analitico, e aggiunge una compiuta riflessione al dibattito pubblico in corso sulla grande questione della moneta unica europea e della sua crisi.

“L’ultimo giro di confronti tra la Grecia e i suoi creditori europei ha dimostrato una volta ancora che paesi con tali differenti economie non debbano mai entrare nell’unione monetaria. Sarebbe meglio per tutti se la Germania, piuttosto che la Grecia fosse la prima ad uscire. Dopo mesi di estenuanti negoziati, recriminazioni e controversie, è difficile trovare un vincitore. L’accordo che la Grecia ha raggiunto con i suoi creditori – se dura – persegue la medesima strategia economica per risanare il Paese che ripetutamente è stata fallimentare. I greci dovranno tirare la cinghia assai più rispetto all’accordo che hanno bocciato. I creditori, forse, vedranno perfino meno dei loro soldi, rispetto a quanto avrebbero ottenuto con un pacchetto di aiuti che avesse ridotto l’austerità e con la riduzione immediata del debito.

Ciò detto, il creditore capo, la Germania, ha reso un servizio all’Europa: proponendo l’uscita della Grecia dall’euro, ha rotto un tabù politico. Per decenni hanno spacciato la moneta unica come simbolo dell’unità europea, nonostante un’economia piena di così tanti difetti, che occorre risalire alla diagnosi del 1971 di Nicholas Kaldor, professore a Cambridge. Tutto ciò è cambiato l’11 luglio scorso, quando i ministri delle Finanze europei hanno concordato che fosse possibile e anche pratico che uno dei membri potesse uscire. ‘In caso di mancato accordo’, hanno scritto, ‘alla Grecia dovrebbe essere offerto un negoziato veloce per un’uscita temporanea’. Ora, che l’idea dell’uscita fosse nell’aria, si sapeva già, al di là della realtà politica e al di là di ogni considerazione su chi dovesse uscire. La Grecia doveva uscire, forse seguita dal Portogallo e dall’Italia negli anni seguenti. Così, le nuove monete di questi paesi avrebbero perso immediatamente valore. Ciò avrebbe reso questi paesi incapaci di ripagare i debiti in euro, innescando fallimenti a catena. Sebbene il deprezzamento li avrebbe resi più competitivi, il panico economico si sarebbe dilatato nel tempo e si sarebbe esteso oltre i confini, inevitabilmente.

Tuttavia, se la Germania lasciasse l’area dell’euro – come da tempo ipotizzano persone come Kenneth Griffin, fondatore di Citadel, o di Anil Kashyap, economista dell’Università di Chicago e il finanziere George Soros – in realtà, non vi sarebbero perdenti. Il ritorno della Germanai al marco determinerebbe una svalutazione immediata dell’euro, dando ai paesi della periferia dell’Europa il rilancio, tanto necessario, della competitività. Italia e Portogallo hanno circa lo stesso PIL di quando venne introdotto l’euro, e l’economia greca, dopo essersi risollevata per poco, è oggi a rischio di fallimento, e molto al di sotto del suo punto di partenza. Un euro più debole darebbe loro l’occasione di una crescita lampo. Se, come sarebbe verosimile, l’Olanda, il Belgio, l’Austria e la Finlandia seguissero il capo tedesco, per formare ad esempio un nuovo blocco monetario, l’euro si deprezzerebbe ancora di più.

Il caos dell’uscita della Germania sarebbe di minore impatto. Poiché il marco tedesco comprerebbe più beni e servizi in Europa (e nel resto del mondo) rispetto all’odierno euro, i tedeschi diverrebbero più ricchi in un colpo solo. Gli asset della Germania all’estero varrebbero meno in termini di cambio col marchio, ma i debiti tedeschi sarebbero più facili da ripagare. Alcuni tedeschi si preoccupano del fatto che un marco sempre più forte renderebbe le esportazioni meno competitive. Ma questo è un esito molto desiderabile per il mondo – e forse per la stessa Germania. Per anni, la Germania ha prodotto un enorme surplus della spesa corrente, a testimonianza del fatto che vende molto più di quanto compra. Il gap è cresciuto fin dall’inizio della crisi, raggiungendo un nuovo record di 215,3 miliardi di euro nel 2014. Questa insufficiente domanda della Germania indebolisce la crescita mondiale. Per questa ragione il Tesoro americano e il Fondo Monetario Internazionale hanno lungamente esercitato pressioni sulla Germania per comprare di più.  Perfino la Commissione europea ha concluso che l’attuale squilibrio dei conti tedeschi è eccessivo.

I tedeschi sanno come vivere con un tasso di cambio forte. Prima dell’introduzione dell’euro, il valore del marco veniva apprezzato continuamente. Le aziende tedesche si adattavano producendo prodotti di altissima qualità. Se si reintroducesse ora il marco, darebbe loro un nuovo incentivo a migliorare la produttività nei servizi che producono per se stessi. Forse, il profitto maggiore sarebbe politico. La Germania pregusta il ruolo di egemone in Europa, ma ha dimostrato di non volerne sostenere i costi. Se gioca il ruolo del bullo con cinismo, rende all’area euro un pessimo servizio. Piuttosto che costruire ‘una unione sempre più stretta’ in Europa, i tedeschi ne stanno mettendo a rischio la stessa costruzione. Per stare più vicine, le nazioni europee hanno bisogno di allentare i legami che li vincolano in modo così rigido”.

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