Direzione PD: show ideologico di Renzi. Fendenti a destra e a sinistra, ma lui sta con Marchionne e la BCE

Direzione PD: show ideologico di Renzi. Fendenti a destra e a sinistra, ma lui sta con Marchionne e la BCE

La Direzione del Pd di lunedì notte, che avrebbe dovuto riflettere sui risultati delle elezioni regionali e comunali di domenica 31 maggio, si è risolta in un lungo show del segretario-premier Matteo Renzi, durato un’ora e quaranta minuti. L’ennesimo, lungo comizio, nel quale Renzi ha sostenuto le sue tesi politiche e la sua ideologia di fondo. Le une e l’altra del tutto inaccettabili. Come in ogni comizio che si rispetti, anche Renzi non ha fatto mancare i toni caricaturali, con definizioni offensive e del tutto fuori luogo per il segretario di un grande partito. E dal punto di vista ideologico, ha rinnovato la prevalenza della “meritocrazia” nelle scelte del Pd, senza però definirla, come se fosse un’acquisizione pacifica, e ha rilanciato le alleanze sociali del partito, vecchie e nuove. Col comizio di lunedì in Direzione, semmai ve ne fosse stato ancora bisogno, Renzi ha riepilogato la forma politica del “suo” Pd e ha rilanciato sul piano della “sua” personale visione del mondo e dell’Italia.

Andiamo con ordine. Sul piano della valutazione politica, e a cominciare dall’analisi del voto, il ragionamento di Renzi è stato lineare: il Pd non ha perso, anzi, il numero delle Regioni conquistate da quando è segretario del Pd è passato da 6 a 12, e poi esso governa tutto il Mezzogiorno, anche grazie alla vittoria di Vincenzo De Luca (qui è scattato l’applauso della maggioranza del Pd, a dimostrazione che in quel partito un sisma profondo si è verificato in questi mesi, un sisma devastante e pericoloso). Se il Pd ha perso in termini di voti assoluti, e se si è gonfiata l’area dell’astensionismo è per colpa die due fattori, secondo Renzi, uno che proviene dalla destra e stimola la rabbia, e l’altro che deriva direttamente dalle minoranze del Pd, colpevoli di aver trasformato la campagna elettorale in una sfida interna (sul caso De Luca, ad esempio). L’accusa è di quelle pesanti e riecheggia, in sostanza, le bugie dette dai dirigenti del Pd a proposito della sconfitta in Liguria: mancanza di lealtà verso il partito. Nulla ha detto, ovviamente, sulla sconfitta in Veneto, e sulle cause profonde di una vittoria del presidente leghista che ha superato il 50% dei voti. Ma si sa, quando si espone una tesi politica in un comizio, non si può andare tanto per il sottile, alcune cosucce occorre nasconderle. E nemmeno una parola, il leader ha speso per il trattamento malevolo e cattivo subito da Rosy Bindi da parte di molti esponenti della maggioranza del Pd, compresa la vicesegretaria Serracchiani, solo per aver adempiuto ai suoi doveri istituzionali di presidente della Commissione Antimafia. Dunque, ecco la prima caricatura renziana della realtà: il problema del Pd è la sua minoranza, sleale e perfino scansafatiche, mentre la maggioranza lavora sodo e organizza “splendide” campagne elettorali per i suoi “splendidi” candidati.

La seconda caricatura riguarda il fenomeno del movimento della Coalizione sociale, nata durante lo scorso week end a Roma, con la partecipazione di centinaia di associazioni, migliaia di cittadini, intellettuali e persone comuni. Ora, sappiamo bene che Renzi ha sempre temuto Landini, e lo ha definito come un avversario, ma fare la caricatura della Coalizione sociale chiamandola “asociale” semplicemente perché un articolo sbagliato di una editorialista del Corriere della Sera aveva parlato della presenza di Scalzone e Piperno, è una cialtroneria. E citare malamente e a sproposito Rodotà, che invece aveva giustamente fatto ricorso all’articolo 54 della Costituzione – gli incarichi pubblici vanno adempiuti “con disciplina e onore” -, ribaltando l’assunto evocando l’articolo 27 – nessuno può essere ritenuto colpevole fino all’ultimo grado di giudizio – a proposito dei sottosegretari inquisiti, e in particolare di Castiglione, rimasto impigliato nelle inchieste sugli appalti per i migranti, è indice di disonestà intellettuale.

E infine, Renzi ha voluto ribadire che sulla scuola tornano i criteri “meritocratici”. Cosa ciò voglia dire per i professori, gli studenti e le famiglie, e per la società nel suo insieme, non lo sappiamo. Ma fa figo citare “il merito”. Perché il “merito” premia i Marchionne e tutti gli imprenditori che “creano posti di lavoro”. Ora, il merito nella scuola è una fandonia pura e semplice. Il merito nell’industria, per un’azienda, la FCA, che ha lasciato la Confindustria per non applicare il contratto nazionale di lavoro è una precisa collocazione di campo. Renzi è contro la sinistra, contro la scuola e contro i lavoratori. Questa è la verità scaturita dalla Direzione.

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