Luciana Castellina. Un 25 aprile per la pace

Luciana Castellina. Un 25 aprile per la pace

Se ricordo bene le variopinte bandiere della pace, da quando furono inventate da un movimento di parecchi anni più giovane della Resistenza, si sono sempre mischiate nelle manifestazioni a quelle rosse dei partiti cui gli iscritti all’ANPI hanno sempre fatto riferimento. E, portati dai sindaci di tante città, ai gagliardetti blu con le medaglie ricevute dai loro comuni per la partecipazione a quella per lotta. Quest’anno questo intreccio avrà un significato particolare: perché stiamo vivendo un’altra drammatica esperienza che ha visto rinsaldarsi il legame fra associazioni pacifiste e associazioni partigiane. Un impegno che nasce dalla comune convinzione che la guerra è sempre il sanguinoso sbocco di una pace fallita, un bagno di sangue che produce e sollecita altri orrori, il risultato dell’incapacità di trovare altre vie per comporre i conflitti.

Perché la guerra è sempre brutta, finisce per indurre anche i giusti a compiere i gesti più ingiusti: la nostra parte, giusta per l’appunto, non ha forse finito per gettare la bomba atomica su Hiroshima o ad ammazzare migliaia e migliaia di abitanti di Dresda con bombardamenti che non smossero più di tanto i nostri cuori. Perché eravamo in guerra.

Non è un caso che quando in Europa si combatté, negli anni ’50, la prima battaglia di massa per la pace – in favore dell’appello ai 4 grandi possessori della bomba atomica perché si impegnassero a non usarla – quel movimento prese il nome di “Partigiani della pace”. E Picasso disegnò il suo simbolo, una bellissima colomba, a testimoniare quanto orrore per la guerra provava chi l’aveva combattuta e chi invece l’aveva conosciuta solo attraverso i racconti della generazione più anziana.

È stato, questo “ripudio della guerra”, come dice con un aggettivo molto forte la nostra Costituzione, in contraddizione con il sacrosanto diritto dei popoli a difendersi dall’aggressore? O, peggio, una manifestazione di codardia, un tradimento morale di chi invece, come i partigiani nel ’43, le armi le ha impugnate? O non è piuttosto l’ammonimento a combattere contro tutte le aggressioni senza ricorrere alle armi, tanto più quando con ogni evidenza non riuscirebbero in alcun modo a porre fine allo scontro e rischierebbero anzi di innescare un tremendo conflitto mondiale? Le incredibili accuse di tradimento mosse in questi giorni all’Anpi, che oggi dice No all’invio di armi all’Ucraina, sarebbero un’offesa ai partigiani che hanno invece usufruito di quelle che furono loro fornite nel ’43? Come non fosse evidente che quella guerra mondiale era allora esplosa già da quattro anni, che chi li aiutava era in campo dietro alla stessa trincea e il comune nemico era ormai quasi sconfitto. La Resistenza impedì che i ragazzi italiani fossero arruolati di forza nelle milizie fasciste e li fece invece diventare combattenti per accelerare la fine ormai visibile della guerra. La differenza non è da poco: allora le armi aiutarono ad accelerare la fine della guerra, oggi sono lo strumento che finirebbe inevitabilmente per diventare lo strumento che può farla divampare ovunque.

La “silenziosa seduzione” – come l’ha recentemente definita un editoriale di Avvenire – per indurci tutti a pensare che con le armi nelle mani dei ragazzi ucraini si potrebbe sconfiggere la Russia, e ove questo risultasse impossibile che giusto sarebbe a quel punto il coinvolgimento attraverso la Nato di tutto l’Occidente – serve ad abituarci all’idea che la violenza è un arma indispensabile. A far sfuggire ogni realistica consapevolezza che, magari anche solo per via del gesto imprevedibile di qualcuno sul campo, sparasse energia nucleare da una delle armi cosiddette tattiche ormai in diffusa dotazione, così immergendo il mondo in una guerra mai vista. Ignorare questo scenario è il micidiale imbroglio perpetrato ai danni dell’Ucraina e dell’umanità.

Perché Zelenski non ci dice, lui e i suoi tanti potenti alleati, come pensano di porre fine al massacro del suo popolo?

“La priorità – ha detto qualche giorno fa il cancelliere tedesco Scholz – è impedire che la Nato vada a un confronto militare con la Russia”. Finalmente uno che ragiona (e forse non è un caso che la sua intervista allo Spiegel sia stata quasi ignorata). E ahimè ci tocca adesso vedere persino il suo vice “verde” che lo attacca per questo.

E allora cosa bisognerebbe fare? Noi “ingenui irrealisti pacifisti” suggeriamo ai nostri governanti “realisti” di smettere di credersi a cavallo con le bandier al vento in una battaglia risorgimentale per la patria, di capire che la guerra è oggi altra cosa, è molto più brutta. E più inutile.

Serve per difficile che sia ricercare un dialogo, a tutti i costi, e dunque non dichiararsi felici perché la Nato è oggi più compatta: perché non servono i patti fra amici ma quelli coi nemici, come recitava lo slogan del movimento pacifista negli anni ’80. E serve – se vogliono essere realisti – proporre un disegno del mondo che ponga fine all’arrogante pretesa dell’Occidente di poter fare tutto quanto proibiscono agli altri di fare (e si tratta di moltissime cose). Se il mondo fosse più giusto sarebbe più facile vincere una guerra contro l’orrenda aggressione russa all’Ucraina e trovare il sostegno del popolo russo nella campagna contro Putin che l’ha voluta. Serve meno per liberarsene minacciare di chiedere al tribunale dell’Aja di impiccarlo, anche se ne saremmo tutti felici.

Nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti, papa Francesco ci ha ricordato di quando, nel pieno della guerra chiamata Crociate, 800 anni fa, il santo di cui ha assunto il nome, Francesco, ha preso il suo bastone e ha traversato tutti i Balcani per andare ad incontrare il sultano. Il nemico. Oggi i viaggi sono più facili, e si potrebbe fare di più.

Intanto tutti, ANPI, pacifisti, tutti gli uomini e le donne di buona volontà, ognuno con la sua bandiera, alla marcia di Perugia e alle celebrazioni del 25 aprile. Stia tranquillo Provenzano, e mi dispiace assai perché lo stimo, che si è unito al coro accusando l’Anpi e tutti noi di essere “equidistanti” fra Russia e Ucraina. La sola cosa sulla quale non siamo equidistanti ma decisamente contro è la Nato, che non ci serve, solo a costruire muri. E l’Europa starebbe meglio se non ci fossero più basi militari dall’Atlantico agli Urali. Come avremmo potuto fare 30 anni fa quando un bel pezzo di sinistra europea, socialdemocratica ma anche Berlinguer in Italia, chiesero di rendere politica concreta quello slogan. E ci fu chi non lo permise.

Latest posts by Luciana Castellina (see all)
Share