Valter Vecellio. Eurogruppo. La scommessa: formulare un programma comune. Mai come ora calma e lucidità. E niente protagonismi alla Calenda

Valter Vecellio. Eurogruppo. La scommessa: formulare un programma comune. Mai come ora calma e lucidità. E niente protagonismi alla Calenda

Ci siamo, dunque: eccoci all’hic Rhodus, hic salta!. Ancora qualche ora, e l’Eurogruppo si riunisce per raccogliere le proposte, e formulare “un programma organico da sottoporre a un nuovo vertice europeo”. Il 26 marzo scorso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte punta i piedi, salvinianamente proclama che l’Italia non ci sta, pronta a “farcela da sola”. Stentorea affermazione, accolta da tanti con applausi e consensi. Salvo poi non rispondere all’elementare domanda: andare dove? Andare come? Perché è vero: i paesi dell’Euro-Nord, segnatamente Germania, Austria, Finlandia, Olanda, si comportano con un egoismo becero e miope; altrettanto vero che l’Italia rischia davvero grosso, a dar seguito al roboante annuncio di un paio di settimane fa. L’ex ministro dell’economia Pier Carlo Padoan fotografa con realismo la situazione: “Andare da soli non può voler dire andare contro l’Europa; l’Europa non può permettersi di lasciarci da soli”. Per questo nutre fiducia che si raggiungerà, alla fine, una soluzione accettabile. Se così sarà, lo si dovrà al paziente, oscuro, silenzioso lavorio di persone che non compaiono nelle cronache di gazzette e notiziari radio-televisivi, restano sullo sfondo, mai presenti alle conferenze stampa.

Cosa suggeriscono questi “operai” della mediazione? Di abbandonare la parola “euro-bond”, diventata – a torto o a ragione – lo spettro da esorcizzare. Di presentare progetti concreti, finanziati singolarmente con emissioni circoscritte, finalizzate: il rafforzamento delle strutture sanitarie; l’adeguamento degli organici. Progetti assicurativi per far fronte alla prevedibile ondata di licenziamenti e crescita della disoccupazione; lo sviluppo di quel “Green deal” di cui nessuno più parla. Un concreto impegno riformatore contro lo strapotere e l’arroganza della burocrazia, la mala-giustizia civile, l’evasione fiscale.

È precisa, lucida, la radiografia dell’ex vice-ministro all’Economia Mario Baldassarri: “Si è discusso per mesi di un misero 1 per cento del PIL dell’Unione Europea; qui ne serve almeno un 2-3 per cento”. In “contanti” significa 400-450 miliardi. “Altrimenti non c’è che da ricorrere al MES, il fondo salvastati; ma l’atteggiamento isterico e contraddittorio del governo italiano, che a torto identifica il MES con la Troika o chissà quale controllo straniero, ha fatto accantonare quest’argomento senza che se ne discuta più: proprio quando si stava pensando di allentare le condizioni per gli interventi. In tal senso si era espresso lo stesso direttore del MES Klaus Regling”.

C’è poi da augurarsi di non assistere a protagonismi poco o nulla meditati come quelli del loquacissimo e molto dicente ex ministro Carlo Calenda. L’inserzione sulla “Frankfuter Allgemeine Zeitung” dove ricorda ai tedeschi, riottosi riguardo agli Eurobond, il “perdono” dei debiti di guerra del 1953, è stata mossa maldestra, un boomerang. Per due ragioni: gli italiani non sono i più titolati a parlarne, visto che siamo debitori (e di fatto “condonati”) nei confronti della Grecia, dell’Albania, dell’Etiopia e della Libia. Inoltre, e qui siamo nel concreto: proprio nelle stesse ore il direttore del German Economic Institute, Michael Huther, il presidente del Kiel Institute Gabriel Felbermayr e altri eminenti economisti tedeschi, rivolgevano un pubblico appello perché l’Eurozona emetta un “community bond” di mille miliardi. Calenda, con la sua inserzione, si è  comportato come l’elefante che “visita” il negozio di cristallerie. Qualcuno avverta lui, Matteo Renzi, Matteo Salvini e compagnia politicante, che i loro personali destini sono poca e misera cosa, rispetto a quelli del Paese.

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