Nicola Bassoni. Coronavirus e Coronabond. Uno scontro tra Italia e Germania per il destino dell’Europa?

Nicola Bassoni. Coronavirus e Coronabond. Uno scontro tra Italia e Germania per il destino dell’Europa?

Dal nostro corrispondente da Berlino, Nicola Bassoni

La crisi pandemica non sta mettendo a dura prova soltanto la tenuta dei sistemi sanitari, le capacità operative dei governi e i nervi di una popolazione stanca e spaventata, ma investe anche la solidità – e la solidarietà – all’interno dell’Unione Europea, dove sembra consumarsi lo scontro tra due visioni sul futuro del processo di integrazione e un aspro confronto tra Italia e Germania. Davanti a un “nemico” subdolo e invisibile, che non fa distinzioni e non conosce confini, è veramente necessario crearsi anche “avversari” tangibili e rispolverare antichi rancori?

La lotta contro il coronavirus viene spesso descritta come una guerra, pescando a piene mani dall’intero repertorio delle metafore belliche e del vocabolario militare – dai medici “in trincea” alle “battaglie” da vincere, dalla conta dei “caduti” al “fronte” della pandemia. Sempre più spesso si è portati a considerare l’attuale situazione come la più grave che l’Europa abbia attraversato dalla Seconda guerra mondiale e – come nel caso di un conflitto generalizzato – siamo pronti a mettere in discussione tutti i fondamenti del “mondo di ieri”: non solo le libertà democratiche, il ruolo dello Stato nella vita civile, il rapporto tra scienza e politica, le nostre abitudini quotidiane e la dinamica delle relazioni sociali, ma anche l’esistenza di un mercato globale, la solidità del cosiddetto mondo occidentale e l’opportunità del processo di integrazione europea. Questi ultimi tre aspetti, che rappresentano i pilastri dell’ordine internazionale precedente alla crisi, sono attualmente oggetto di attacchi veementi, i quali rischiano di volgere l’attuale lotta dell’uomo contro la natura (ovvero il virus) in uno scontro, o quantomeno in un’accesa competizione, tra gli uomini stessi – quindi a rendere meno metaforico l’uso del termine “guerra”. Tuttavia, l’assenza di qualsiasi alternativa credibile rende i primi due pilastri difficilmente negoziabili. Il punto critico – o, se preferiamo, l’anello debole della catena – è invece rappresentato dall’Unione Europea, non soltanto in quanto realtà a noi più vicina, sulla quale è effettivamente possibile intervenire e, in casi estremi, con cui è possibile giungere a una rottura, ma anche perché l’ostilità a essa trova sponde significative nei big players dello scacchiere internazionale.

Il capro espiatorio europeo

L’onda anti-europeista pare ormai essersi sollevata in Italia, assumendo una dimensione generalizzata e trasversale allo spettro partitico, e minaccia di creare fratture insanabili all’interno dell’Unione, se non addirittura un suo disfacimento. Certo, l’anti-europeismo italiano non è nato con il coronavirus, ed è stato alimentato negli ultimi anni da un susseguirsi di campagne – spesso strumentali – volte a esternalizzare i problemi del paese in un non ben precisato “complotto” degli altri Stati europei: la crisi del sistema produttivo italiano, la conseguente disoccupazione, soprattutto giovanile, e la pessima salute dei conti pubblici, la gestione dei flussi migratori e l’instabilità delle regioni confinanti – sono tutte questioni che sono state, arbitrariamente o meno, imputate alle mancanze o alle macchinazioni della politica europea, tacendo o minimizzando le proprie responsabilità interne, mentre la riforma dell’Unione o, addirittura, l’uscita dell’Italia vengono sempre più spesso presentate come la panacea a tutti i mali del paese.

La crisi pandemica potrebbe invece rivelarsi il colpo di grazia, che accresce ed esaspera una lunga serie di recriminazioni e sospetti. Da un certo punto di vista era assolutamente prevedibile. Le grandi epidemie sono state sempre accompagnate da rigurgiti xenofobi, dalla caccia all’“untore” che, per semplicità, veniva immancabilmente individuato nello straniero, nel diverso e nell’estraneo alla comunità: già dal Trecento, quando arrivava la peste, iniziavano i pogrom. La reazione italiana alla crisi del coronavirus pare tuttavia particolarmente incentrata sulla colpevolizzazione dello straniero: dapprima gli strali contro le comunità cinesi, trasformatisi anche in incresciosi atti di intolleranza e violenza; successivamente le teorie secondo cui il virus sarebbe arrivato “coi barconi di immigrati”; infine – davanti alla smentita di ambedue queste retoriche – la caccia al “paziente zero” in Germania, in Francia o in Austria. Il nuovo e forse ultimo atto è invece rappresentato dallo scontro frontale con l’Unione Europea e, in particolare, coi paesi dell’Europa settentrionale che, capeggiati da Berlino, rifiuterebbero di offrire qualsiasi aiuto alla principale vittima dell’epidemia, l’Italia, in netto contrasto con la solidarietà mostrata da altri paesi come la Russia, la Cina, Cuba o l’Albania.

Nessuna solidarietà da Europa e Germania?

Se vogliamo analizzare attentamente l’attuale polemica anti-europea e anti-tedesca, la prima domanda da porsi riguarda l’effettiva assenza di solidarietà. Già nei primi giorni di marzo la stampa italiana diffondeva l’idea secondo cui, dopo l’emersione del focolaio in Lombardia, il resto del mondo stesse additando gli italiani come untori. Quali prove si portavano un discutibile sketch della televisione francese, una carta della diffusione del virus – completamente decontestualizzata –trasmessa dalla televisione statunitense  e, soprattutto, una serie di testimonianze di italiani all’estero derisi ed emarginati dalle comunità ospitanti. Ora, senza voler necessariamente dubitare della veridicità di queste ultime e senza tirare in ballo il ruolo dei social media nell’amplificare visioni personali spesso esagerate per procacciarsi visibilità, si deve ammettere come le esperienze suddette non possano aver rappresentato la totalità di quelle vissute dagli italiani all’estero e che anzi per molti, incluso chi scrive, il medesimo periodo sia stato caratterizzato piuttosto da grandi e piccoli gesti di solidarietà, sia pubblica che privata. Gli articoli sull’eroismo dei medici italiani si sono susseguiti, e si susseguono ancora, nella stampa popolare, mentre la creatività della popolazione nel reagire alle misure di contenimento – come nel caso delle canzoni dai balconi – ha ricevuto un plauso continuo che rivelava quasi una forma di invidia verso lo spirito di comunità di veniva data prova. Nella cerchia dei contatti personali il dramma italiano era vissuto con partecipazione, mostrando preoccupazione per famiglie e conoscenti nelle zone coinvolte, inviando messaggi di augurio e incoraggiamento, oppure semplicemente portando una maglietta con sopra scritto in italiano «forza ragazzi».

Il vero problema, tuttavia, non riguarda tanto il piano individuale quanto quello istituzionale. Alla fine di febbraio il governo italiano lanciò un appello per ricevere materiale sanitario, di estrema urgenza, che cadde nel vuoto. Complice fu l’attivazione dei piani pandemici in tutta Europa, che prevedevano il blocco delle esportazioni di merci sensibili, come le mascherine – un blocco sbagliato, condannato da Bruxelles e rapidamente abbandonato da Berlino. A partire dalla seconda settimana di marzo la Germania ha iniziato a inviare strumenti medici in Italia – tra cui un centinaio di respiratori – impegnandosi inoltre ad accogliere nei propri ospedali decine di malati gravi dalle zone d’Italia più colpite – una scelta che non ha avuto eguali in altri Stati solidali e che, in un paese al quinto posto nella tragica classifica dei contagi, potrebbe far storcere il naso davanti a “stranieri che rubano” i preziosissimi posti in terapia intensiva. Ciò nonostante, i media italiani hanno passato quasi sotto silenzio questi gesti, dando invece ampissima risonanza agli aiuti provenienti da Russia e Cina. Solo negli ultimi tempi alcuni giornali e la comunicazione ufficiale del governo hanno cominciato a riportare anche gli aiuti provenienti da Berlino, tuttavia con scarsa efficacia – come possiamo dedurre dalla lettura di diverse testate nazionali e dalle esternazioni, sempre più frequenti, di personaggi di varia autorevolezza che continuano ad affermare come l’Italia sia stata lasciata completamente sola dai propri partner europei.

L’atteggiamento italiano non è passato inosservato oltralpe. I grandi organi di stampa – come la Frankfurter Allgemeine Zeitung, con un articolo del 23 marzo intitolato “Lässt Europa Italien im Stich?” (tr: “L’Europa sta piantando in asso l’Italia?”) – hanno tentato di contestualizzare la “disattenzione” italiana, riconoscendo la drammaticità del momento e gli errori commessi tra febbraio e marzo. Tuttavia l’opinione pubblica, anche qui come ovunque sottoposta al sensazionalismo e alla faciloneria dell’informazione al tempo dei social media, fatica maggiormente a comprendere il malcelato disprezzo che serpeggia nella penisola, soprattutto quando ai silenzi sugli aiuti si accompagnano vergognose tirate anti-tedesche fatte di stereotipi e generalizzazioni.

I coronabond e la “trappola” sovranista

Tutt’altra questione riguarda invece la possibilità di una manovra congiunta dell’Unione Europea per alleviare o superare la crisi attuale, ovvero l’emissione di eurobond o coronabond con un tasso di interesse unico per tutti i paesi dell’eurozona. È noto come tale opzione sia stata avanzata dall’Italia, ricevendo un vasto supporto da parte di altri paesi membri, ma incontrando anche il netto rifiuto di Germania, Olanda, Austria e Finlandia. Il timore di questi ultimi è che, ottenendo tassi di interesse meno vantaggiosi rispetto ai singoli bond nazionali a causa del forte debito pubblico di altri Stati europei, i loro contribuenti si troverebbero così a “pagare” indirettamente le negligenze e i problemi strutturali dei propri vicini, senza alcun tornaconto immediato. A questo si aggiunge il pericolo che, nel caso un paese non fosse in grado – o, peggio ancora, non fosse intenzionato – a pagare i propri debiti, questi cadrebbero sulle spalle dei restanti membri dell’Unione. Dall’altra parte, i fautori dei coronabond insistono invece invece sulla necessità di dare una risposta europea a un problema che non coinvolge soltanto un paese in difficoltà, ma l’intera comunità: in questo modo l’Europa potrebbe finalmente dimostrare di essere qualcosa di più di una moneta e un mercato comune, diventando quella “comunità di destino” già auspicata dai suoi precursori e dai padri fondatori.

Il problema, tuttavia, non è né soltanto economico né soltanto ideale, ma ha anche un carattere squisitamente politico. Se la presunta immobilità dell’Europa porta infatti acqua al mulino delle forze “sovraniste” nei paesi maggiormente in difficoltà, la creazione di un debito comune alimenterebbe le stesse forze nel fronte opposto, che avrebbero parimenti gioco facile nel denunciare l’inutilità e il danno dell’Unione Europea per la propria nazione. La situazione è complicata ulteriormente dall’atteggiamento delle opposizioni italiane le quali, oltre a promuovere iniziative simboliche di dubbio gusto – come quella di togliere le bandiere europee durante la commemorazione dei decessi, quasi se la pandemia affliggesse solo la penisola –, soffiano sul fuoco dell’anti-europeismo, arrivando addirittura a evocare l’uscita del paese dall’Unione Europea. Considerando la concreta possibilità che la destra italiana possa realisticamente tornare al governo – almeno stando ai sondaggi, e ritenendo quasi scontato un contraccolpo negativo della pandemia sull’attuale maggioranza –, tali esternazioni assumono una gravità inaudita, perché equivalgono a sostenere che l’Italia, anche se dovesse ottenere l’emissione di eurobond, non intende minimamente onorare i propri debiti. Al contrario, un paese che chiede un favore – perché di questo si tratta – ai propri partner, soprattutto se non vuole sottostare a un sistema di vincoli e garanzie come quello previsto nel MES, dovrebbe quantomeno evitare la minaccia di ribaltare il tavolo.

Opportunità ed errori di comunicazione

Invero, lo spazio di manovra per l’adozione di una misura comune europea è più ampio di quanto comunemente si creda. All’interno del panorama partitico tedesco, l’idea di coronabond è nettamente rifiutata dai liberali dell’FDP e, ovviamente, dai “sovranisti” dell’AfD. Anche la CDU di Angela Merkel è fondamentalmente contraria, ma al suo interno non mancano le voci – per quanto minoritarie – che sarebbero pronte ad accettare una manovra simile nella sostanza se non nel nome. La spaccatura è ancora più netta all’interno dell’SPD, mentre sia i Grüne che la Linke si sono dichiarati espressamente a favore. Significativo è inoltre che il Leibniz-Institut für Wirtschaftsforschung (IFO, uno dei più importanti istituti di analisi economica in Germania), esprimendo la propria opinione sulle conseguenze della pandemia, non abbia raggiunto alcun accordo al proprio interno riguardo all’emissione di coronabond, rivelando quindi come anche tra gli analisti economici tedeschi non vi sia affatto un unanime favore riguardo al rifiuto ufficiale espresso dal governo. Al di là delle opinioni politiche, esistono infatti aspetti eminentemente pratici che suggeriscono l’opportunità di un salvataggio in grande stile dell’intera economia europea dai contraccolpi del coronavirus. Un esempio interessante ci viene infatti fornito dall’industria automobilistica tedesca, costretta a ridurre la produzione e ad avviare vasti piani di cassa integrazione perché privata delle necessarie forniture di componentistica provenienti da altre regioni – in primo luogo in nord-est italiano. Se, sulla base di simili considerazioni, Berlino dovesse rivedere la propria posizione, è altamente probabile che Vienna, Amsterdam e Helsinki sarebbero costrette a fare altrettanto.

Questo sembrano averlo capito tanto ampi settori dell’opinione pubblica italiana quanto lo stesso governo. In questi giorni si stanno moltiplicando gli appelli di figure politiche e intellettuali in favore di una “mossa” europeista della Germania, fino ad arrivare all’intervista rilasciata dal presidente del consiglio Giuseppe Conte alla televisione pubblica tedesca (ARD) e trasmessa in prima serata. La consapevolezza delle opportunità, tuttavia, non pare accompagnarsi anche a una chiara visione delle più efficaci modalità comunicative. Se, nella lettera inviata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung da Calenda e alcuni sindaci italiani, si rievocava la questione dei debiti di guerra riaprendo vieti e spinosi contenziosi anziché risolvere quelli attuali, il discorso di Conte alla cittadinanza tedesca è stato viziato tanto da un’eccessiva auto-celebrazione del “modello Italia”, quanto dall’abuso di toni melodrammatici – due elementi che forse possono funzionare nel dibattito interno, particolarmente emotivo e “patriottico” nel momento attuale, ma risultano inadatti a interloquire sul piano internazionale e, in particolare, a fare breccia nel pubblico tedesco. Questi errori di comunicazione hanno finito per mettere in ombra l’unica argomentazione effettivamente convincente e concreta in favore degli eurobond, ovvero la necessità di mantenere alta la competitività dell’eurozona all’indomani della crisi, e aleggia il sospetto che dietro di essi si celino sia gli stereotipi sulla mentalità d’oltralpe – secondo cui i tedeschi vorrebbero degli “scolari” diligenti, anziché dei partner seri e affidabili, e quindi sia necessario ricordare loro come il paese abbia seguito pedissequamente le direttive dell’OMS, ricevendone le lodi – sia le ombre del dibattito interno italiano, ovvero la necessità di “tenere alta la testa” davanti allo straniero per non essere tacciati di “tradimento” da parte delle opposizioni.

Lo spettro anti-democratico

Nonostante gli errori di registro e l’assommarsi delle incomprensioni reciproche, è comunque probabile che a breve i paesi dell’Unione raggiungano una qualche forma di accordo, che integrerebbe le attuali misure messe in campo dalla BCE e potrebbe assumere diverse forme: da un’emissione di bond comunitari con specifici vincoli di tutela, a una versione più elastica del MES, fino a un esteso piano d’aiuti da parte delle economie più solide verso quelle maggiormente in difficoltà – una soluzione che converrebbe alla Germania più della creazione di un debito comune. In ogni caso, si tratterebbe sempre di un compromesso che in quanto tale, anche se dovesse risultare estremamente efficace, non risolverebbe il problema politico in cui è attanagliata l’Europa al tempo del coronavirus. Per puro tornaconto elettorale, le forze “sovraniste” – non solo italiane – hanno gioco facile nello sfruttare la crisi pandemica per screditare le istituzioni nazionali e sovranazionali, appoggiandosi tanto al bisogno d’appartenenza – maggiore proprio quando si impone una rottura dei rapporti sociali – e alla necessità di individuare un nemico tangibile – implicita in qualsiasi logica di conflitto – quanto alla sopravvivenza di una serie di miti nazionali, di stereotipi e rancori mai sopiti, che non sono tanto il prodotto dalla storia di questo nostro continente, quanto piuttosto del modo in cui questa storia è stata raccontata. Sempre per tornaconto elettorale, quelle stesse forze scherzano col fuoco dei sentimenti anti-democratici, alimentati ogni volta che si condanna la politica europea come arte del compromesso e si tessono le lodi – spesso solo per denigrare l’avversario interno o estero – di regimi autoritari, dei loro metodi, dei loro risultati e dei loro aiuti.

Dato che abbiamo tirato in ballo la storia, vale però la pena ricordare come la tentazione dell’autoritarismo quale rapida ed efficace soluzione alle difficoltà del presente abbia già una volta sedotto l’Europa intera, conducendola verso una catastrofe ben più grande di quella che avrebbe dovuto evitare. A novant’anni di distanza sembriamo commettere il medesimo errore. Eppure, un’altra storia che rammentiamo di rado ci insegna che lo stesso processo di integrazione europea nacque in quell’epoca travagliata e che, nelle sue aspirazioni più alte, avrebbe dovuto servire proprio a volgere la lotta tra i popoli in quella dell’umanità contro i limiti della conoscenza e le sfide della natura. Mai come oggi sarebbe necessario – in Italia, in Germania e negli altri paesi europei – fare nostre le parole pronunciate da Gustav Stresemann il 9 settembre del 1929 quando, poco prima della catastrofe, invocò il superamento degli egoismi nazionali e degli inutili patriottismi, perché «il vastissimo campo della lotta dell’uomo contro la natura offre sufficienti possibilità all’eroismo ed anche al sacrificio della vita per un’idea».

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