Europa a diverse velocità, dice Angela Merkel, seguita da Hollande. Il protocollo sarà firmato a Roma. E l’Italia?

Europa a diverse velocità, dice Angela Merkel, seguita da Hollande. Il protocollo sarà firmato a Roma. E l’Italia?

Quale sarà il destino dell’Europa alla luce delle provocatorie parole pronunciate da Angela Merkel nel corso del vertice informale dei capi di stato e di governo dei 28 paesi della Ue a Malta venerdì scorso? È ormai la domanda ricorrente che si pongono in tutte le capitali europee, e non solo. E si tratta di un interrogativo fondamentale che riguarda tutti i 500 milioni e oltre di cittadini della Ue a 28, non solo quelli della eurozona, perché le decisioni che verranno prese nei prossimi mesi riguarderanno anche la loro vita quotidiana e concreta. Cosa aveva detto di tanto tremendo la cancelliera Angela Merkel a Malta? Era intanto partita da una constatazione economica, condivisa da altri leader europei: alcuni paesi crescono più velocemente di altri, e con forme più intense di integrazione. Si discuteva, nel summit maltese, delle conseguenze future della probabile Brexit, dell’uscita britannica dalla UE, della necessità di una formale dichiarazione unanime in vista dell’appuntamento di marzo per la celebrazione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma.

Le motivazioni dell’uscita allo scoperto di Merkel

Così, Angela Merkel, insieme con altri leader europei, ha inevitabilmente dovuto appoggiare l’ipotesi della cosiddetta “multispeed Europe”, l’Europa a molteplici velocità. Merkel ha poi confermato ai giornalisti la sua tesi: “gli anni scorsi hanno mostrato che vi sarà un’Europa a diverse velocità, e che non tutti parteciperanno allo stesso livello di integrazione”. Sostanzialmente, per Merkel, il re è nudo, ormai, e la verità che un’Europa che si muove per blocchi possa zavorrare gli alti di crescita tedeschi è diventata l’elemento centrale del dibattito pubblico. In realtà, regge l’accordo politico-economico tra Berlino e Parigi, anche se sui dettagli vi sono ancora molte differenze. È da quelle cancellerie, con l’appoggio delle capitali del nord Europa, che viene la sollecitazione, innanzitutto verso i 19 paesi dell’eurozona, a prendere atto di una locomotiva europea che così non può più funzionare, soprattutto alla luce dei due cambiamenti epocali intervenuti con la Brexit, appunto, e con l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Dunque, dopo gli anni della crisi, per Germania, Olanda, Belgio, Spagna e Francia si rivedono gli anni della crescita possibile, ma con una moneta unica valida per altri paesi (Italia e Grecia su tutte) che soffrono ancora di economie deflazionistiche, la loro crescita potrebbe essere messa in discussione, anche per effetto di norme europee restrittive. Ad esempio, il surplus commerciale della Germania è pari al 9%, una cifra enorme, pari a 300 miliardi di euro, mentre le regole europee consentono un margine non superiore al 6%. In tempi di elezioni politiche, è difficile dire ai tedeschi che bisogna lasciare ad altri stati europei più di cento miliardi di transazioni commerciali.

Perdura l’asse Berlino-Parigi, con l’appoggio del Benelux

Ecco perché anche l’attuale presidente francese Hollande ha sostenuto che il progetto della Merkel di un’Europa a “diverse velocità” debba rientrare nei colloqui del 25 marzo a Roma, anche se poi ha sottolineato, non si capisce ancora con quale coerenza, che “l’unità europea è essenziale”. Non solo. Hollande ha poi aggiunto ai giornalisti, riferendosi in particolare ai paesi dell’Est: “l’Europa non è un bancomat, e nemmeno un self-service, un’Europa in cui chi arriva prende quello che vuole, dove si afferrano i fondi strutturali, o si viene favoriti dall’accesso al mercato interno, ma poi non si mostra alcuna solidarietà. L’Europa è stata costruita”, ha detto Hollande, “per essere più forte, ed è in base a quella regola, e a quel principio che ci vedremo a marzo”. Infine, a Malta, Belgio, Olanda e Lussemburgo hanno consegnato un documento comune col quale si chiede che la dichiarazione di Roma contenga le seguenti affermazioni: “diversi percorsi di integrazione e una cooperazione elevata potrebbero provvedere le necessarie risposte alle sfide che colpiscono gli stati membri in modi diversi”. Per ricapitolare: Angela Merkel si è fatta portavoce di una strategia collettiva, condivisa almeno da altri quattro paesi dell’eurozona, che in vista della Brexit e delle novità portate da Trump, cerca di immaginare e prevedere un nuovo assetto dell’Europa.

L’Italia politica avverte con indifferenza e subalternità queste decisioni

In quale dei blocchi sarà infilata l’Italia? Con l’economia che stenta a decollare, e con tassi di crescita dello zero virgola qualcosa, con la presenza di forme deflazionistiche che bloccano il mercato interno e con un quadro politico drammaticamente fragile, è molto probabile che non rientri nel novero dei paesi “fortunati” della prima fascia.  Ed è perfino paradossale che quello che Merkel ha presentato come “il piano per l’assetto dell’Europa per i prossimi dieci anni”, nel quale si affronteranno temi come la crisi dell’eurozona, la Brexit, la migrazione, l conflitto ucraino e le sfide poste da Trump, venga firmato a Roma, nella sostanziale indifferenza delle forze politiche e nella totale subalternità all’asse franco-tedesco del governo Gentiloni, il quale, va detto, non ha proferito commenti dinanzi a questa situazione, di cui ormai si parla in tutto il mondo.

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