Luigi Agostini commenta i Diari 1988-1994 di BrunoTrentin, un documento teorico e un itinerario strategico

Luigi Agostini commenta i Diari 1988-1994 di BrunoTrentin, un documento teorico e un itinerario strategico

La pubblicazione dei Diari 1988-1994 di Bruno Trentin riveste una straordinaria importanza, per ieri e per oggi. Gettano un fascio di luce su un periodo cruciale, su orientamenti e scelte che hanno inciso e continuano ad incidere in profondità sulla realtà italiana, a partire dal ruolo e dal peso che nella storia del Paese hanno svolto e svolgono grandi organizzazioni di massa, tra cui, indubitabilmente, la CGIL. I diari rappresentano un documento teorico e un itinerario strategico, in un frangente altamente drammatico: il collasso dell’Urss, lo scioglimento del Partito comunista italiano (PCI), la crisi italiana, la crisi di direzione della CGIL. Rappresentano anche un romanzo di vita e, insieme, un ritratto della personalità intima dell’autore: un uomo tormentato e in ricerca, ma profondamente solo, quasi esterno/estraneo alla propria organizzazione. Nei Diari, sorprendentemente per me, non emerge mai, in termini psicanalitici, un pieno riconoscimento dell’Altro e delle sue ragioni, e prevale uno stile polemico in cui il contraddittore, interno o esterno alla CGIL, viene normalmente declassato e moralmente squalificato con un argomentare quasi da tribunale dell’Inquisizione; che si tratti di Del Turco o di Garavini, di Carniti o di Carli o di Amato, per non dire del continuamente vituperato Bertinotti.

 Uno straordinario appuntamento dell’Uomo con la Storia

Un romanzo di vita di un dirigente straordinario, simbolo dell’autunno caldo, della FLM, del sindacato dei consigli; un dirigente di primo piano della più grande macchina politica dell’Occidente, il PCI togliattiano: non per caso riposa per sempre al Verano accanto ai massimi dirigenti del PCI. Un maestro per tanti, a cominciare dal libro degli anni Settanta Da Sfruttati a Produttori, per tanti giovani una specie di breviario nella propria educazione sentimentale. Il fascino di Bruno Trentin, in particolare per me, stava in primo luogo nel fatto che impersonava meglio di qualsiasi altro, insieme a Sergio Garavini, quello di essere homme de plume et homme d’èpèe, uomo di riflessione e uomo di azione allo stesso tempo. Purtroppo i Diari saltano la vicenda di premessa al Trentin segretario generale: la destituzione – destituzione è la parola tecnicamente esatta – verso la fine del 1988 di Antonio Pizzinato, fatto mai avvenuto in quelle forme nella storia della CGIL. Senza etica.  Modo che a ripensarci ancor mi offende. L’asprezza della lotta politica, ma anche il suo carattere di scontro confuso e sanguinoso che ne seguì, in cui volta a volta si mescolavano e si confondevano ragioni diverse ed opposte – dall’atteggiamento verso lo scioglimento del Pci al confronto sui caratteri della confederalità del sindacato – e che si sarebbero spesso giustapposte senza nessun ordine politico lineare, trovava nella vicenda che aveva portato poco prima, al congresso del 1986, alla elezione all’unanimità di Pizzinato alla segreteria generale e poi alla sua destituzione, la sua vera ragione di fondo.

 Destituzione di AntonioPizzinato nel 1988, prima dell’esplodere dello scioglimento del PCI

Il ruolo che tanti dirigenti massimi avevano svolto nella vicenda, inclusoTrentin, il ruolo che svolse la segreteria di Occhetto, succeduto a Natta, avrebbe inquinato irrimediabilmente tutto il seguito della vicenda, compresa la stessa  ascesa di Trentin a segretario generale, scatenando rancori e confusione, e impedendo di fatto alle due ipotesi strategiche riguardanti il futuro della Cgil – la Rifondazione della CGIL proposta da Pizzinato o il ‘Sindacato dei diritti’ che Trentin formulerà a Chianciano nella primavera del 1989 – di misurarsi in termini lineari e politicamente razionali e produttivi. La destituzione di AntonioPizzinato è stata probabilmente il punto più basso toccato dalla CGIL nella sua lunga storia – io ero a quel tempo segretario responsabile dell’Organizzazione -, un’età dei torbidi in cui emerse in molti il peggio che ognuno porta dentro di sé, una macchia indelebile: una congiura di palazzo, come qualcuno la definì. Gli avvenimenti successivi erano destinati a portare solo legna secca al già disastrato palazzo di Corso d’Italia. I Diari sono un documento teorico di straordinaria importanza. A pagina 86 Trentin introduce con nettezza una coppia concettuale – sfruttamento ed oppressione – sul cui irriducibile conflitto e alternatività si concentra tutta la sua elaborazione; la novità sta nel rapporto antagonistico tra sfruttamento ed oppressione. Sfruttamento ed Alienazione del lavoro sono categorie centrali nella costruzione teorica di Marx; per Marx rappresentano le ragioni di fondo che reggono il discorso sulla necessità storica del superamento del capitalismo; Trentin introduce una nuova categoria, l’oppressione del lavoro. Tale categoria – come emerge dai Diari con chiarezza inusitata – rappresenta il cardine di tutta la sua riflessione teorica e il principio guida della sua azione politica.

Sfruttamento e oppressione del lavoro si alimentano a vicenda

L’oppressione del lavoro nella versione che ne dà Trentin non è riducibile sic et simpliciter all’alienazione marxiana, come si è facilmente portati a pensare; mentre sfruttamento e alienazione nella visione di Marx si alimentano vicendevolmente, sfruttamento e oppressione del lavoro sono destinati – sostiene invece Trentin – ad un conflitto incomponibile, a generare un duello mortale tra l’anima libertaria, autogestionaria e l’anima statalista del movimento socialista. Già da oggi, qui ed ora nel capitalismo, ma anche nelle concrete esperienze storiche socialiste dove il taylorismo era stato adottato anche dagli epigoni di Lenin. Da questo assunto teorico Trentin fa derivare una distinzione molto netta sulla via da seguire: tra la via statalista, che ha a suo fondamento il concetto di lotta allo sfruttamento e a suo esito la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, ma in una sostanziale indifferenza alla questione della libertà del lavoro, e una via autogestionaria e libertaria, che ha a suo fondamento la lotta all’oppressione del lavoro, i diritti del lavoratore come armi della sua autorealizzazione: in questa via la  questione della natura della proprietà resta confinata in un sfondo sostanzialmente irrilevante. C’è molto più socialismo in una lotta contro l’oppressione del lavoro, arriva a dire a proposito della vicenda dei Camalli del porto di Genova – quando concretamente si pone il problema di come superare la forma medievale della Compagnia – che nei tanti processi di pubblicizzazione della proprietà. La lotta contro l’oppressione del lavoro può prescindere dal mettere in discussione i rapporti di proprietà. Anzi, all’azione concreta contro l’oppressione del lavoro può essere chiamata – in una logica di codeterminazione – la stessa borghesia. Esempio emblematico, il rapporto con la Fiat di Annibaldi e Callieri. La fondazione dell’Istituto Superiore di Formazione avrebbe dovuto incarnare tale visione teorico-politica. Viene quindi da chiedere a proposito del revisionismo di Trentin: perché la lotta allo sfruttamento del lavoro e quella all’oppressione del lavoro devono essere viste in questa contraddizione incomponibile? Marx, al contrario, vedeva l’alienazione come parte del discorso dello sfruttamento. Meglioancora, perchè dovrebbe sorgere tra proprietà pubblica e libertà del lavoro una incomunicabilità cosi insormontabile? Dovrebbe, se mai, essere l’inverso, come dimostrano anche tanta parte della storia della contrattazione in Italia e le sperimentazioni nelle aziende a Partecipazione Statale; a partire dall’esperienza dei Consigli di gestione dell’immediato dopoguerra. A partire soprattutto, per uno straordinario lettore, come era Bruno Trentin, dall’uscita negli anni Settanta dei Taccuini (Grundrisse) – fino ad allora assolutamente inediti – e soprattutto dal Frammento sulle Macchine, che il genio assoluto di Marx scrisse in una fredda nottata del 1858: “la potenza produttiva… dipende sempre più dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia e dall’applicazione di questa scienza alla produzione. In una economia nella quale le macchine fanno la maggior parte del lavoro, la natura del sapere racchiuso nelle macchine, dice Marx, deve essere sociale”. Da qui la grande domanda che deve guidare sempre il cammino: chi controlla la potenza del sapere? Le tecnologie informatiche diventano le tecnologie centrali della quinta onda lunga di Kondratiev, per dirla con Schumpeter e i suoi epigoni. In un grande libro – La società post capitalista – Peter Drucker avverte che i vecchi fattori della produzione – terra, lavoro, capitale – stanno diventando sempre più secondari rispetto al nuovo fattore: l’informazione. Il grande balzo tecnologico degli inizi del Ventunesimo secolo non consiste tanto in nuovi oggetti, ma nel rendere intelligenti quelli vecchi. La conoscenza contenuta nei prodotti sta diventando più preziosa degli elementi fisici usati per produrli. Ma l’informazione ha una caratteristica unica, estranea agli altri fattori: è abbondante, non scarsa, ed è a costi decrescenti, fino ad essere riprodotta a costo zero. La tecnologia a basso costo e le forme di produzione lineari spingono verso un’organizzazione del lavoro collaborativa e cooperativa. La socializzazione del diritto di proprietà, del “dirittoterribile” direbbe Stefano Rodotà, incomincia con la Costituzione giacobina del 1793, come ricorda, fra l’altro, lo stessoTrentin. Paul Mason, in una recente opera profonda e suggestiva, Postcapitalismo, sostiene che uno degli effetti fondamentali della rivoluzione informatica sta proprio nella messa in discussione radicale del diritto di proprietà (Rete, Wikipedia, Spotifyecc), proprio a partire dal passaggio dalla scarsità alla abbondanza della principale materia prima dell’attuale società, cioè l’informazione. Sostiene Mason, collaboratore del leader laburista Corbyn, che le tecnologie informatiche, invece di creare una forma di capitalismo nuova e stabile, stanno dissolvendo il capitalismo: corrodono i meccanismi di mercato, erodono il principio di proprietà, distruggono la vecchia relazione tra salario-lavoro-profitto.

L’informatica cambia il campo del confronto-conflitto

Un esempio concreto: Spotify.  Per tutto il Novecento, il supporto fisico del disco e del nastro magnetico è stato il veicolo del sonoro, di cui si poteva/doveva avere la proprietà. Spotify ha reso inutile o non conveniente possedere musica su un supporto fisico. Basta collegarsi a Internet, pagare un affitto mensile ed avere accesso sconfinato a tutta la produzione musicale. Il bene di consumo musica non è più un bene di consumo di cui si deve entrare obbligatoriamente in proprietà. Ma che ne è della proprietà capitalistica del sistema di produzione di musica? Di case discografiche di produzione come Sony ecc? Quella proprietà  dei mezzi di produzione si dissolve e al suo posto si distilla  una proprietà che è puro controllo dell’informazione musica e dei processi della sua creativa produzione. I matematici che elaborano gli algoritmi di Spotify non hanno bisogno di possedere i server che controlleranno, decidono comunque nella realtà i puri rapporti sociali e culturali. I loro algoritmi sono in grado di indagare le tue preferenze e la musica che ti piacerà in futuro. Sulla base di ciò indirizzano il consumatore e selezionano i produttori di musica, gli artisti. Nella sostanza la proprietà dei mezzi di produzione si distilla in puro potere di organizzare rapporti sociali, senza neanche più la mediazione della proprietà del capitale costante. Google, Facebook non sono già oggi giganteschi sistemi di costruzione sociale, controllati da gruppi ristrettissimi, in possesso del solo capitale variabile (il lavoro, sia pure di altissimo livello), che producono algoritmi la cui conseguenza si sintetizza in produzione di forme sociali di esistenza? Il controllo non può essere affidato al protagonismo del diritto individuale per la dimensione del problema e per l’asimmetria dei rapporti di forza. Non esiste contrattazione aziendale dell’algoritmo. La questione riguarda il potere politico e sociale complessivi, cioè la natura pubblica o privata della proprietà. L’esempio di Spotify si può declinare per tante realtà, a partire dall’auto, bene universale per eccellenza. Sembra che, senza tagliare le teste, si stia realizzando attraverso la forza delle cose, direbbe Saint Just, quello che auspicavano i sanculotti delle sezioni parigine. La differenza tra i vecchi utopisti (Fourier, Owen ecc) e noi sta nel fatto che noi possediamo le tecnologie all’altezza del compito.

Lotta allo sfruttamento e lotta all’oppressione del lavoro sono quindi destinate a marciare allo stesso passo; proprio in virtù della rivoluzione informatica e della crescita esponenziale della potenza di calcolo prodotta dal combinato scienza/tecnologia, sono destinate ad incrociare il problema della proprietà e del controllo dei mezzi di produzione. Il futuro parla di questo e ciò diventa strategico, specie per un sindacato confederale che vuole stare al livello delle implicazioni che già attualmente propone la rivoluzione informatica. Resta purtroppo sul campo degli anni Novanta un dato molto concreto: in quegli anni, nel nostro Paese – unico in Europa – registriamo il più grande processo di privatizzazione della nostra storia. Appena al di sotto, anche in termini di ruberie e saccheggi, di quello che è avvenuto a Mosca dove bande di avventurieri senza scrupoli si sono intestati lo Stato sovietico. Negli anni Novanta la borghesia italiana realizza a pieno il suo primo grande sogno proibito, perseguito da sempre: la cancellazione dell’economia mista. Senza, in fondo, colpo ferire. Nella sostanziale indifferenza della CGIL; di più, con il sostegno della FIOM di Claudio Sabattini al comitato promotore del referendum per l’abolizione delle Partecipazioni Statali. Non solo: il capitalismo italiano riesce ad azzerare anche gli elementi di alterità insiti nell’esperienza del mondo della cooperazione: le imprese cooperative sono sempre più omologhe alle imprese private; simili al punto che, ministro G. Poletti, ex presidente di Legacoop, la legge quadro di riforma del Terzo Settore – questa è la vera verità della legge – apre paradossalmente all’impresa capitalistica privata il territorio del sociale, in sostituzione della stessa impresa di cooperazione sociale.

Il secondo sogno proibito si chiama scala mobile

A pagina 414 Trentin parla del 31 luglio 1992, giorno dell’accordo sulla fine della scala mobile, ricorrendo all’analogia con la pace che a Brest-Litovsk, Trockij firmò con l’impero tedesco, salvando così la prospettiva della rivoluzione bolscevica. Cedere spazio per acquistare tempo, diceva Lenin. Qui valeva invece il principio strategico inverso: conservare spazio, con le unghie e con i denti, il tuo spazio, che vuol dire spazio strutturato per poter affrontare, da una posizione consolidata, il tempo a venire della rivoluzione informatica e delle sue ripercussioni facilmente prevedibili sulla coesione interna del mondo del lavoro. Secondo il principio che, più il lavoro si differenzia, al variare delle forme di impresa, più sono necessari forme ed istituti generali in grado di contenere tale diversificazione/precarizzazione. La scala mobile andava difesa con intransigenza giacobina proprio in funzione del futuro, e non vissuta come un residuato delle conquiste del passato. L’esempio quindi è totalmente fuorviante e consolatorio: l’abolizione della scala mobile pregiudica proprio il tempo futuro della confederalità del sindacato. Affidare allo strumento contrattuale una funzione di controffensiva, mentre è chiara la tendenza, innescata dalla globalizzazione dei mercati, non solo alla riduzione strutturale dello spazio contrattuale ma anche alla crescente corporativizzazione dei suoi contenuti – contrattazione sempre più dettata da una logica di sopravvivenza – significa un errore di analisi prospettica stupefacente. Stupefacente soprattutto per un sindacato come la Cgil che si professava politico, cioè di un sindacato che aveva sempre contrastato la concezione infantile che ‘se non si contratta non si esiste’. La vicenda della scala mobile, al di là delle modalità con cui è stata gestita, assume il carattere di uno spartiacque nella concezione e nella vita di un sindacato come la CGIL. L’abolizione della scala mobile proprio per questo chiama in causa un discorso di carattere più propriamente strategico, di come cioè una scelta genera implicazioni nel tempo e nei rapporti di forza fra le classi. La scala mobile era in primo luogo un dispositivo che nel tempo era diventato strategico, affinato in tutto lo scontro sociale e politico del dopoguerra. L’avvento della nuova era – nell’agosto del 1971 – della moneta fiduciaria, cioè di una moneta sganciata da ogni ancoraggio e garantita da riserve auree, ma solo dalla reputazione di chi la emette – da quel momento il sistema bancario globale comincia di fatto a creare moneta dal nulla – innalza il valore della scala mobile ancora di più, come scudo di difesa e contenimento versus le politiche inflattive. Lo sviluppo della rivoluzione informatica rendeva possibile l’affermazione di nuovi modelli di impresa (Benetton ecc.) e indeboliva il fronte del lavoro e quindi il suo potere di contrattazione: la scala mobile si configurava come uno scudo versus la caduta dei salari. Nel momento in cui cresce esponenzialmente la precarizzazione del lavoro, l’istituto della scala mobile funzionava ad un tempo da rete di protezione dell’area del lavoro più debole e da rete di contenimento della sua proliferazione. Nel collegamento inoltre con la dinamica delle pensioni, la scala mobile funzionava come una ‘aurea catena’, come la chiamava Sergio Garavini, che teneva insieme un blocco sociale formidabile, che nessun assetto contrattuale avrebbe potuto sostituire, specie in prospettiva. Per di più la scala mobile non era un dispositivo strategico rigido, una specie di linea Maginot. Grado di copertura e composizione del paniere potevano permettere molte combinazioni. In particolare il discorso sulla composizione del paniere avrebbe aperto alla costruzione di una politica consumerista in grado di impiantare nel nostro paese il discorso sempre più strategico dei modelli di consumo. La scala mobile, da semplice strumento di recupero contro l’aumento dei prezzi, nel tempo era diventato un vero e proprio dispositivo strategico.

La cancellazione della scala mobile ha un significato, quindi, che va ben oltre la semplice difesa del potere di acquisto: ha spalancato la via del progressivo isolamento sociale della parte del lavoro più organizzata e sindacalizzata; la metamorfosi verso un lavoro sempre più debole, frastagliato ed isolato poteva ora procedere senza incontrare sulla sua via un ostacolo di contenimento, che poteva invece essere messo in campo attraverso il combinato disposto scala mobile/contrattazione.

Non è possibile purtroppo nessuna comparazione con Brest-Litvosk

La sola azione contrattuale, inoltre, è destinata ad essere presa nell’ingranaggio della competizione sempre più aspra innescata dalla mondializzazione dei mercati, e quindi indebolita dai mutati rapporti di forza e, dal punto di vista dell’egemonia sociale, dal ricorso a logiche di autodifesa corporativa. Basta guardare al riemergere nella contrattazione del cosiddetto ‘Welfare aziendale’, tematiche intrise di elementi aziendalistici e corporativi, o delle mutue di categoria come nell’ultimo contratto dei metalmeccanici. Il bilancio politico degli anni Novanta è purtroppo impietoso: certamente tutto non può essere messo sulle spalle di Bruno Trentin, ma la cancellazione dell’economia mista e la soppressione della scala mobile in termini strategici configurano per il capitalismo italiano una vittoria campale, con conseguenze di lungo periodo: la prima sul piano delle politiche industriali e di sviluppo, la seconda sul piano delle politiche distributive. Entrambe le conseguenze hanno un unico effetto: la sottrazione di armi formidabili alla strategia della unificazione delle forze del lavoro, ragion d’essere della confederalità del sindacato. Azione contrattuale, azione sociale, azione politica sono i tre tipi di azione in cui è possibile suddividere e distinguere l’attività quotidiana di una grande organizzazione sindacale. Il Sindacato di Programma rappresenta il tema che quasi ossessivamente segna le giornate dei Diari, il filo rosso che lega le grandi giornate (conferenze, direttivi, incontri ecc) e l’attività quotidiana e routinaria di governo dell’organizzazione. Il Programma, secondo Trentin, doveva assolvere al problema di fondo della Cgil come organizzazione: la sua identità.

La Conferenza di Chianciano rappresenta l’atto fondativo di tale progetto

Il panorama sindacale poteva essere rappresentato così: laCGIL come sindacato dei diritti; la CISL come sindacato della solidarietà; la UIL come sindacato dei cittadini. Ma l’identità attraverso il Programma assomiglia ogni giorno di più alle classiche fatiche di Sisifo: il Programma non svolge nessuna funzione identificatoria, aggregante, di orientamento né, insieme, di criterio di valutazione delle azioni concrete, di fronte al divenire mutevole della situazione sociale e politica. Nel migliore dei casi il Programma si dissolve in una affabulazione esortativa: la Ragion Pura del Programma non alimenta nessuna Ragione Pratica dell’azione quotidiana. Da qui il cruccio continuo di Trentin e la sua distanza psicologica crescente con l’organizzazione che è pur chiamato a dirigere: il cavaliere non riesce ad entrare nella psicologia del cavallo.

Ma ciò, a ben vedere, è coerente con la teoria

Direbbe il sommo Elias Canetti in Massa e Potere – che ognuno che ha a che fare con le masse dovrebbe tenere sul comodino – il Programma attiene al fare, mentre l’identità appartiene all’Essere. Ma l’Essere, per definizione, è costituito non solo dal fare, da una fisica, ma anche da una meta-fisica: storia, memoria, mito. L’esempio più vicino è dato dalla CISL: la CISL ha la sua fisica nel contrattualismo, la sua metafisica nel popolarismo e solidarismo cattolico. L’identità attraverso il Programma si rivela quindi ogni giorno tanto ambizioso quanto illusorio. Una grande organizzazione di massa, sempre seguendo Canetti, è una combinazione di quattro elementi costitutivi: la dimensione finalistica, lo scopo; la dimensione culturale, cioè il modo di pensarsi e di pensare; la dimensione strategica e tattica, la sua prassi concreta; la dimensione propriamente organizzativa, la sua struttura. Ogni grande organizzazione, anche senza ricorrere a particolari filosofie della storia, ha sempre un suo pensiero mitico in cui si confondono l’identità e il fine. Il fine della Cgil per me sta nella eguaglianza, l’eguaglianza dei moderni, l’ègalitè. “Si è liberi in quanto eguali” dicevano Rousseau ed Hegel: realizzare quindi sul terreno sociale il principio dell’eguaglianza politica; all’inverso, l’arbitrio di alcuni si somma con la sudditanza dei molti.

La democrazia sociale come inveramento della democrazia politica

Eguaglianza, quindi, come valore e come metodo dell’azione sociale, che mette all’opera anche la differenza e le pari opportunità per una più compiuta realizzazione di sè: trattare in maniera eguale uomini che si trovano in condizioni diseguali, diceva Marx, realizza il massimo dell’iniquità. I diritti sono, quindi, una cultura ed un fine. Ma un conto è una nuova cultura dei diritti, che riconosce e sancisce i nuovi spazi dell’individuo e impiega il nuovo polimorfismo dell’individuo come moltiplicatore di potenza sul terreno della acquisizione più generale dei diritti sociali; un altro conto è una cultura che rinchiude e circoscrive i nuovi spazi dell’individuo in un ambito di puri diritti individuali. Tale accezione della cittadinanza atomizza, individualizza problemi e risposte che sono collettivi, cancella la questione degli attori sociali del conflitto, oscura il tema della Riforma Sociale, spezza il legame tra diritti e Poteri, diventa sostitutiva dell’azione collettiva. L’identità attraverso il Programma si è dimostrata una scorciatoia, una fatica molto effimera, e senza approdo; i diritti, senza uno schieramento politico in grado di tradurli in norme, si rivelano alla fine una retorica che facilmente scade in esercitazione letteraria. L’identità della CGIL era stata cercata su un terreno in cui non poteva essere trovata. La CGIL, organizzazione per sua natura pluralista, non può che derivare la sua identità dal patrimonio storico e politico della Sinistra, pena il suo ridursi ad un semplice mega-apparato burocratico di tutela; una specie di gigantesco Difensore Civico nazionale. Questa era ed è la mia convinzione. Ma “l’Essere a Sinistra” impone di fare i conti con il destino concreto della Sinistra, e quindi con il mutare continuo delle forme e della fisionomia della sinistra politica. E dei suoi conflitti. Rifuggire da tale compito, significa alla lunga, rendere irrilevante il peso della stessa lotta sociale nel piatto della bilancia dei rapporti di forza complessivi, peso che non può che essere la risultante dei rapporti di forza sociali e politici insieme. Il sociale senza il politico si esaurisce nella testimonianza, il politico senza il sociale nel puro gioco machiavellico del potere. L’autonomia del politico e l’autonomia del sociale configurano un gioco a somma zero. Sinistra politica e sindacato confederale sono costruzioni sempre in itinere e mai completate, come la Sagrada Familia di Gaudì; sono gemelli siamesi, accomunati in un unico destino.

I Diari di Trentin hanno quindi per me un grande valore. A quasi trent’anni dalla Conferenza di Chianciano, possono contribuire a rialimentare una riflessione su un lungo tratto di storia e fare il punto-nave, come facevano i vecchi marinai: da dove si è partiti e dove si è approdati, per impedirsi collettivamente di scambiare le Indie verso cui si era partiti con le Americhe in cui si è invece approdati. Nell’unico modo vero di rendere gli onori dovuti ad un grande dirigente, sine ira ac studio. Trentin, in uno degli ultimi incontri presso la redazione de  “Gli argomenti umani” a cui collaboravamo, mi confessava un suo antico cruccio: Parigi non aveva mai trovato il modo di dedicare una via all’Incorruttibile. Mi piace immaginare per Bruno Trentin, venerato maestro, la realizzazione dell’ultimo desiderio che Jean Jaures, grande capo dei socialisti francesi, confessava di avere: entrare in silenzio nel Club dei Giacobini e andare a sedere accanto a Massimiliano Robespierre.

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