Locarno 70 (9). Diciotto i film in concorso. Minipagella dei primi nove

Locarno 70 (9). Diciotto i film in concorso. Minipagella dei primi nove

Fra qualche giorno sapremo quale, tra i diciotto film in gara, verrà premiato con il “Pardo d’oro” 2017, il “settantesimo”. Si cercherà, oggi e domani, di esaminarli, accompagnandoli con qualche rapida valutazione.

“9 Doigts”, del frances F.J.Ossang. Il protagonista della storia, Magloire, fuma (cosa rara, un fumatore nei film di questi tempi) dentro una stazione abbandonata; d’improvviso irrompe la polizia per un controllo. E’ routine, ma Magloire pensa che sia meglio fuggire (è una metafora?). Mentre vaga senza meta si imbatte su un moribondo, che lo lascia erede di una grande fortuna. L’happy end è guastato da una banda di malviventi che dà la caccia a Magloire, e qui scatta una sorta di sindrome di Stoccolma: ostaggio e complice si confondono. Qualche sbadiglio, molto manierismo.

“As Boas Maneiras”, dei brasiliani Marco Dutra e Juliana Rojas. Si racconta di Clara, infermiera di San Paolo; è cresciuta nella periferia miserabile della metropoli, viene assunta dalla ricca e misteriosa Ana, per occuparsi del piccolo appena nato. Le due donne entrano in confidenza. Naturalmente non può mancare l’imprevisto, che mette tutto in discussione. Non entusiasma: l’architrave del film è il rapporto tra le due donne, ma si risolve in un confronto che manca di incisività.

“Charleston”, del romeno Andrei Cratuescu. Il protagonista, Alexandru in un incidente automobilistico perde la moglie Ioana. E’ lui, di fatto, il colpevole, perché era alla guida dell’auto, ubriaco. Un paio di settimane dopo si fa vivo uno sconosciuto, si chiama Sebastian, e si scopre che è stato l’amante di Ioana. Sebastian chiede aiuto proprio ad Alexandru per superare la disperazione per la morte della donna. Interpretazione pesante, regia con molte ingenuità. Storia difficile da digerire, per quanto paradossale.

“Did You Wonder Who Fired the Gun”, dell’inglese Travis Wilkerson. Si racconta una drammatica storia che si è consumata nel 1946 nello stato americano dell’Alabama: due razzisti uccidono un nero. Uno dei due assassini è il bisnonno del regista. Di quel delitto in famiglia si sussurra da sempre, ma in termini vaghi, una vergogna da occultare. Svelare il mistero è come sbattere in un muro fatto di omertà e impenetrabile silenzio: ogni prova è distrutta, nessuno vuole dire e ricordare come sono andate le cose. E si arriva alle minacce concrete. Quel verminaio non deve venir fuori. Film nella tradizione del “terzo cinema”, quello che coniuga “forma” a impegno. Regia salda, ben ritmato. Lascia l’amaro in bocca.

“En el septimo dia”, dello statunitense Jim McKay. Un gruppo di messicani clandestini vive a New York, Sunset Park. Lavorano come fattorini, lavapiatti, muratori. Turni interminabili sei giorni su sette. Il settimo, passano il tempo a giocare a pallone. Il capitano della squadra di calcio è José, fattorino; si arriva alla finale, l’imprevisto è costituito dal fatto che proprio il giorno della partita il principale di Josè non ne vuole proprio sapere di concedere la giornata di libertà, e neppure gli va bene che si trovi un sostituto. Il dilemma: o giocare la partita del cuore, o pregiudicare un presente (e un possibile futuro) frutto di fatica e sudore. Girato con mano ferma, buone le interpretazioni, storia il cui pregio è nel riuscire a “illuminare” i vari contesti.

“Freiheit”, del tedesco Jan Speckenbach. Nora, la protagonista, non ne può più del noioso tran-tran quotidiano. Pianta Philip, il compagno e figli, va a Vienna, visita un museo; incontra un tale, ci va a letto, la cosa le scivola via, arriva in autostop a Bratislava; si impiega come cameriera, fa amicizia con Etela professione spogliarellista e il marito di lei, cuoco. E Philip? Lui fa l’avvocato, ha un’amante, Monika, che gli tormenta la vita; assume la difesa di un giovane xenofobo e non sa neppure perché lo fa, visto che le sue opinioni sono l’opposto. Con chi può sfogarsi e confessare tormenti e contraddizioni? Con un paziente in coma… Poteva essere, nelle mani di un regista italiano degli anni ’70, una buona commedia, gradevole e insieme capace di rappresentare una realtà e far pensare. E’ invece un film cupo, di una pesantezza che non riesce a essere “leggera”.

“Gemini”, dello statunitense Aaron Katz. C’è un crimine inconfessabile alla base di un complesso rapporto tra un’assistente e la sua datrice di lavoro, un’attrice che cerca fortuna a Hollywood. E c’è un poliziotto che vuole venire a capo del “caso”. Amicizia, verità, ricerca di fama e successo: attraverso questa storia sono concetti che si vogliono affrontare e mettere in discussione. Non il massimo dell’originalità, e qualche buona scena, qualche dialogo azzeccato non sono sufficienti ad elevarne la qualità.

“Gli asteroidi”, dell’italiano Germano Maccioni. Ambientato nell’Emilia vicino Bologna, segnata da una crisi non solo economica da cui non si sa uscire, è la storia di tre ragazzi che si sarebbe tentati di definire “bamboccioni”. Una buona idea di partenza; resta comunque un qualcosa che non convince appieno. Acerbo. Peccato.

“Goliath”, dello svizzero Dominik Locher. Storia di David e Jessy, due cuori e una capanna. Jessy resta incinta e David va in panico, teme di non essere all’altezza, come compagno e come padre. A una fermata della metropolitana la coppia viene rapinata, David non riesce e non sa come reagire. E’ disperato per questo suo essere in crisi, cerca rifugio in palestra; si impegna nel sollevamento dei pesi, sempre maggiori, e per riuscire assume in dosi massicce anabolizzanti. L’iniziale senso di potenza e sicurezza, ben presto lascia il posto a tutti gli effetti negativi di steroidi vietati e dannosi. Alla fine David diventa una minaccia per tutti. Interessante. Regia sicura, buona recitazione. E il tema proposto, le umane (e maschili) debolezze e insicurezze, affrontate in chiave non banale.

Per oggi basta così. Gli altri nove, domani.

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