Stati Uniti. Primarie: il supermartedì sorride a Clinton e a Trump. Ma Sanders e Cruz non si lasciano intimorire

Stati Uniti. Primarie: il supermartedì sorride a Clinton e a Trump. Ma Sanders e Cruz non si lasciano intimorire

Le primarie degli Stati Uniti hanno vissuto un intenso supermartedì. Si è votato in dodici stati, Alabama, Alaska (Caucus solo repubblicani), Arkansas, Colorado (Caucus solo democratici), Georgia, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas, Vermont, Virginia. Gran parte di questi stati sono nel sud, a maggioranza repubblicana, dal punto di vista politico, e con un’alta percentuale di afroamericani e ispanici. La composizione socio-politica spiega i risultati, abbastanza previsti, del supermartedì, sia nel campo democratico che in quello repubblicano. Tra i democratici, Hillary Clinton ha vinto in sette stati: Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Texas e Virginia, mentre Bernie Sanders ha conquistato quattro stati: Colorado, Minnesota, Oklahoma e Vermont. Quel che più conta, dal punto di vista dei delegati, a Hillary Clinton sono stati attribuiti 458 delegati e a Sanders 294. Dopo il supermartedì, su quindici stati, Clinton conduce su Sanders 549 delegati a 373. La partita tra i due candidati democratici è dunque ancora del tutto aperta, perché il numero totale dei delegati alla Convention di luglio è di 2383, e la maggioranza è di circa 1200 delegati. Tra i repubblicani, Donald Trump si è affermato in sette stati, Ted Cruz in tre e Marco Rubio in uno. Dal punto di vista dei delegati repubblicani, Trump è in vantaggio con 285, contro i 161 di Cruz, gli 87 di Rubio, i 25 di Kasich e gli 8 di Carson (Jeb Bush si è ritirato dalla competizione). Ora si attende il prossimo turno delle Primarie (o Caucus, come vengono chiamate negli Usa): tra il 5 e il 12 marzo voteranno altri 13 stati, tra i quali il Kansas, il Kentucky ma soprattutto Washington e il District of Columbia. Ma per i democratici, dato l’elevato numero dei delegati in gioco, saranno i prossimi stati della Florida, dell’Illinois, dell’Ohio e del Michigan a rappresentare la vera svolta per l’uno o per l’altro candidato. Insomma, entro il 15 marzo sarà tutto più chiaro nella corsa ad ostacoli che oppone Clinton a Bernie Sanders. Analogamente, in casa repubblicana, dove a correre sono in tre, questi stessi stati saranno decisivi per capire se chi arriva in terza posizione potrebbe ufficialmente fare un endorsement per il secondo, contro Donald Trump.

Non è un caso che Hillary Clinton abbia atteso i risultati nel suo quartier generale in Florida, a Miami, dove ha ringraziato si suoi sostenitori per il successo del supermartedì. Ora, attende il responso di New Orleans e Detroit: “questa campagna elettorale prosegue nella Crescent City, nella Motor City e oltre”. E rivolta a Trump, in un probabile testa a testa per le presidenziali, Clinton ha detto: “continuerò a ripeterlo: credo che ciò di cui abbiamo bisogno oggi in America è amore e gentilezza”.

Bernie Sanders ha vinto in modo convincente nel suo stato, il Vermont, con 10 delegati a zero, ma è stato consapevole che il risultato complessivo del supermartedì è stato abbastanza deludente. Sanders si attendeva di più, ma ha ammesso che il suo movimento e il suo messaggio non riescono a sfondare dove la maggioranza degli elettori democratici è di colore e di origine ispanica, cioè tra le minoranze, soprattutto negli stati del Sud. Sanders ha tuttavia confermato che intende combattere fino alla fine delle primarie e fino alla Convenzione di luglio. Sa bene, e lo dice spesso ai suoi fan, che dal punto di vista delle risorse finanziarie, la campagna elettorale di Clinton è molto più ricca della sua. Tuttavia, Sanders batte su un unico tasto la sua musica, i quattro grandi temi della sua campagna, che gli hanno procurato la simpatia di due generazioni di giovani americani e, per ora, della classe media bianca: le grandi disuguaglianze sociali, il potere delle multinazioniali, la sanità universale e la gratuità dell’istruzione superiore.

Tra i repubblicani, la costante affermazione di Donald Trump, con i suoi discorsi razzisti e xenofobi, provoca più di un problema. Il portavoce repubblicano della Camera, Paul Ryan, si è detto indignato per le gravi espressioni di Trump sul Ku Klux Klan e sull’appoggio del suo capo David Duke alla campagna del magnate americano. Ryan è stato netto: “se qualcuno vuole essere nominato dal partito repubblicano, deve rifiutare qualunque gruppo o causa che sia costruito sull’intolleranza”. L’altro candidato alle Primarie repubblicane, Ted Cruz, da definito Trump come “un disastro per i repubblicani, per i conservatori e per l’intera nazione. La nostra, è l’unica campagna che è riuscito a batterlo, che può ancora batterlo e che lo batterà”.

Insomma, se sul piano meramente aritmetico e numerico, Trump e Clinton hanno molte chance di vittoria, i risultati del supermartedì fanno pensare che gli elettori delle elezioni generali dell’8 novembre avranno di fronte una delle competizioni più intense e complesse dal dopoguerra: dovranno decidere, forse, se votare per la prima donna presidente oppure per un miliardario rozzo il unico successo si deve al rifiuto di ogni regola della politica moderna.

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