La lunga battaglia contro la precarizzazione senza fine. Per davvero

La lunga battaglia contro la precarizzazione senza fine. Per davvero

Mi viene alla mente una vicenda (di grande rilevanza in ambito sindacale) avvenuta oltre un decennio fa. Esattamente fra il 2002 e il 2003. Nel 2002 si costituì il Comitato promotore di un Referendum popolare per l’estensione dell’allora integralmente vigente art. 18 anche alle minori imprese e ai relativi lavoratori. Non ha qui alcuna importanza rammentare in esplicito chi – quali personalità o quali raggruppamenti politici – facessero parte del Comitato referendario; è invece significativo ricordare che il Direttivo Confederale della CGIL, al termine di una apposita discussione, decise di non parteciparvi per alcune ragioni molto chiare.

La prima: il Referendum popolare non è strumento appropriato al fine di perseguire un obiettivo sindacale, fosse pure il più giusto e condivisibile (e su questo torneremo). Un forte sindacato non affida le proprie chances alla partecipazione al voto delle casalinghe o al consenso dei bottegai (la provocazione lessicale è voluta). In secondo luogo, convenendo sulla necessità di rafforzare e “mettere in sicurezza” – anche innovandolo in alcune parti – il sistema delle tutele del lavoro, la CGIL decise, in alternativa al Referendum, di elaborare quattro progetti di legge di iniziativa popolare su cui impostare una capillare campagna di raccolta di firme. Ricordo – innanzitutto a me stesso – che ciò avvenne nei mesi immediatamente precedenti la storica giornata del 23 marzo 2002; cioè quella campagna della CGIL si intrecciò con la preparazione della grande manifestazione dei tanto spesso evocati 3 milioni al Circo Massimo. In quella “campagna” si raccolsero oltre 5 milioni di firme (certificate e verificabili) sui quattro progetti di legge.

Poi ci fu il Circo Massimo e, qualche mese dopo, si svolse il Referendum popolare sul quale il Comitato promotore – di cui la CGIL, come detto, non faceva parte – aveva raccolto le firme costituzionalmente previste, e che la Corte aveva verificato ammissibile. Inopinatamente venne convocato l’organismo dirigente della CGIL che ridiscusse la materia e assunse – con qualche raro dissenso – l’indicazione di voto favorevole, considerandola non contraddittoria con la campagna di iniziativa politica avviata con i progetti di legge e i 5 milioni di firme a loro sostegno. Mutò così la decisione dell’anno precedente.

Andò come andò, e come era facilmente prevedibile andasse.

Solo un altro dato di fatto è utile rievocare: nonostante il Circo Massimo, nonostante tutto, fallito il Referendum, di quei disegni di legge e di quei 5 milioni di firme nessuno parlò più; né nei corridoi delle Commissioni Parlamentari, né, che io sappia, nelle iniziative sindacali seguenti. Conclusione: di certo lo sfacelo degli anni successivi (sul lavoro e i suoi diritti) ha tante e diverse cause (economiche, politiche, culturali…) e nessuno può fare oggi paralleli impropri; parliamo di allora. Ma siamo proprio certi che la nostra strumentale “doppiezza” sul Referendum non contribuì al fallimento dell’operazione “progetti di Legge e 5 milioni di firme a sostegno”, anziché aiutarla?

Ma questo avveniva tredici anni fa; ora sosteniamo tutti la “Carta dei diritti”  promossa dalla CGIL.

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