L’Unità: la vicenda resta torbida e oscura, dopo l’uscita dell’editore Veneziani

L’Unità: la vicenda resta torbida e oscura, dopo l’uscita dell’editore Veneziani

Sulla pelle dell’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, dei suoi giornalisti, lavoratori e lettori, si sta giocando una doppia partita pericolosa e torbida proprio in queste ore, nell’imminente scadenza del 30 giugno, data in cui il Tribunale di Roma ne dichiarerà il fallimento definitivo. È un gigantesco pasticcio che ha per protagonisti una serie di compratori farlocchi, imprenditori imputati di enormi reati finanziari, e noti finanzieri della Milano chiacchierata. In mezzo, il partito Democratico, col suo tesoriere Bonifazi e il suo segretario Renzi, che prima s’inventano una Fondazione, la Eyu, che contiene i tre strumenti della comunicazione Dem, Europa, Youdem e Unità, e nel contempo vanno a caccia di acquirenti. Dall’altra parte della medaglia, a Palazzo Chigi, il cui titolare è lo stesso segretario Renzi, sono arrivate le ingiunzioni di pagamento per una novantina di milioni di euro vantati dalle banche per prestiti concessi all’Unità. E qui Renzi si trova a fare le due parti nella stessa commedia.

Andiamo con ordine. È di sabato 23 maggio un documento del Consiglio di amministrazione dell’Unità col quale si comunica che Vladimiro Frulletti è il nuovo vicedirettore vicario e che l’imprenditore Guido Veneziani, il prescelto per l’acquisto della testata, e nuovo, ma già ex, presidente del Cda, è stato fatto fuori perché implicato in una losca vicenda di bancarotta fraudolenta. Si tenga conto che l’editore Guido Veneziani pubblica fior di testate, come Stop o Vero, che con l’Unità davvero nulla hanno in comune, se non l’eventuale analogo destino riservato ai lavoratori: giornalisti e dipendenti delle testate di Veneziani hanno più volte scioperato per mancato pagamento degli stipendi. Gli ultimi scioperi nel mese di marzo.  Nonostante il perdurare di tante situazioni di crisi, l’editore Guido Veneziani rileva due mesi fa la Roto Alba, una storica tipografia del cuneese, sembra, a quanto scrive Ilfattoquotidiano del 24 aprile 2015, per compiacere un tal Vittorio Farina, sodale di Luigi Bisignani, noto esponente della massoneria deviata. La compra, ma non paga gli stipendi né i fornitori, e così interviene il tribunale con l’accusa di bancarotta fraudolenta. La prossima udienza è fissata per il prossimo 27 maggio. I capi del Pd che lo hanno contattato per acquisire l’Unità ne conoscevano le accuse? Ne conoscevano le attività d’imprenditore poco o nulla affidabile? Non basta la dichiarazione del tesoriere del partito, Francesco Bonifazi, che nel pomeriggio di sabato 23 maggio, a cacciata avvenuta, comunica: “abbiamo fortemente apprezzato il gesto di Guido Veneziani di diluire la propria partecipazione nell’Unità s.r.l., lasciando anche la carica di presidente del CDA. È una scelta che mira a sgombrare il campo da ogni speculazione e a garantire la ripresa dell’attività editoriale della testata all’insegna della trasparenza e della massima tutela e affidabilità del nuovo progetto editoriale che ripartirà entro e nel rispetto dei tempi previsti”. Ora, al di là del fatto che “diluire la partecipazione” non vuol dire nulla, se non si contabilizza in denaro vero, a proposito di trasparenza, sorgono nuovi interrogativi. Intanto, Veneziani è andato via, ma chi entra? Massimo Pessina, costruttore milanese, rampollo di una nota famiglia di industriali delle acque, proprietari del marchio Norda, e della costellazioni degli altri marchi ad esso legati. Secondo una recente indagine dell’Espresso, firmata da Malagutti e Sisti, Massimo Pessina, nuovo acquirente dell’Unità, non solo è stato beccato nella famosa lista Falciani, l’operatore informatico della banca svizzera Hcbc che ha rivelato i nomi di migliaia di evasori fiscali, ma pare coinvolto nel cosiddetto sistema Dollfuss, il campione del riciclaggio internazionale. L’inchiesta dell’Espresso è stata pubblicata lo scorso 13 maggio 2015. Possibile che nessuno a Largo del Nazareno l’abbia letta? Perché delle due l’una: dal momento che non vi è stata alcuna smentita, il costruttore Pessina deve spiegare alle autorità fiscali italiane come mai è finito nella lista Falciani e deve anche eventualmente dare qualche motivazione della sua presenza nelle carte dell’inchiesta Dollfuss. Oppure, è al di sopra di ogni sospetto, e allora, come giustamente scrive il tesoriere dem Bonifazi, si faccia chiarezza e trasparenza e si dica, prima ancora di cedere la testata, che l’imprenditore non è un evasore e non ha mai fatto parte del giro di Filippo Dollfus, “barone del riciclaggio”. Altrimenti, sull’Unità ricadrebbe una pesante nuvola di fango: da dove vengono i soldi per l’acquisizione? Sono il frutto di una illecita evasione? E quanta libertà verrebbe concessa ai suoi giornalisti? Un quotidiano come l’Unità non è un’acqua minerale, e neppure un’unità immobiliare che si acquista e si vende. La libertà e la dignità dei giornalisti viene prima di tutto. E bene farebbero la Federazione della stampa, il Comitato di redazione e l’ordine dei giornalisti a pretenderla sul serio, la trasparenza evocata dal tesoriere Bonifazi.

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