Giustizia, l’Anm insorge contro la riforma “tagliando”

Giustizia, l’Anm insorge contro la riforma “tagliando”

Non si placano le polemiche e le critiche nei confronti della riforma sulla responsabilità civile dei magistrati approvata due giorni fa. Il paradosso sta nel fatto che con la riforma voluta dal governo Renzi, un magistrato può ritrovarsi a essere controparte del suo indagato o imputato, nella causa civile. Un cortocircuito che apre la porta a richieste di astensione dal procedimento penale. E che come spiega Rodolfo Sabelli, presidente dell’Anm, porterà all’ingolfamento del sistema giudiziario. “I cittadini potranno essere tutelati solo dalla buona giustizia – spiega Sabelli – che si fa con le buone riforme, che il governo non ha ancora fatto. Vogliamo sfidare la politica sul campo delle riforme per la buona giustizia, indicando dei punti semplici e chiari, come l’abrogazione della legge ex Cirielli e il blocco dei termini di prescrizione dopo il primo grado, e l’estensione alla corruzione delle norme antimafia”. Salbelli, in conferenza stampa, ha evidenziato le maggiori criticità che la riforma può comportare: “Il rischio di abuso” nel ricorso per la responsabilità civile dei magistrati “è particolarmente elevato. Il rischio è che si arrivi a un quarto, un quinto, un sesto grado di giudizio”. Per il presidente dell’Anm, la riforma “ha un valore di tipo politico. Si è voluto mandare un messaggio. Il problema è il valore simbolico della riforma, ma ci sono anche degli effetti processuali con il turbamento degli equilibri processuali. Si tenterà di intimidire il giudice, anche se i giudici non si lasceranno intimidire”. Per ben due volte, ha ricordato Sabelli, un ramo del Parlamento ha approvato “un disegno di legge che prevedeva la responsabilità diretta del magistrato, che è un vero e proprio obbrobrio istituzionale, che non esiste in nessun Paese”.

In effetti la legge è un po’ macchinosa. Il risarcimento è chiesto allo Stato e non al magistrato, e sin qui non cambia quasi nulla. Ma se poi lo Stato viene condannato, può rivalersi sul magistrato. Con la riforma, la rivalsa “non può superare una somma pari alla metà di una annualità dello stipendio” mentre con la vecchia legge era meno, un terzo dello stipendio. Ma il magistrato può intervenire nel giudizio civile, per difendersi al meglio e cercare di evitare di dover poi sborsare la somma. In questo modo, diventa parte in causa, dunque l’indagato o l’imputato possono quanto meno chiedere, e con qualche fondamento, che si astenga dal prendere ulteriori decisioni sul loro conto nel procedimento penale.

Il ministro della Giustizia Orlando, per sua parte, difende la riforma del governo. Spiegando che avrà una fase di tagliando, quasi come un rodaggio per un’automobile, se la legge creerà problemi la cambieranno. Insomma soddisfatti o rimborsati. Ma il ministro ci tiene a precisare che questa riforma “non è contro i magistrati: abbiamo escluso forme di responsabilità diretta o che derivino dall’interpretazione della legge”, ribadendo che “bisognava rispondere alla domanda dell’Europa e alla domanda inevasa dei cittadini che, colpiti da malagiustizia, non avevano risarcimenti”.

 

 

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