Rosaria Catanoso. La distanza al tempo della pandemia

Rosaria Catanoso. La distanza al tempo della pandemia

In un libro intitolato Distanza. Rapporti in lontananza e cura della prossimità, (Asterios, Trieste 2020, pp. 62, €. 5,90) Aldo Meccariello si propone di vigilare sull’oggi, con uno sguardo attento sul futuro.  Proposito ambizioso. Eppure, sembra riuscirci, sia da un punto di vista divulgativo, sia più in generale accademico. Questa duplice prospettiva accomuna, criticamente, tutti i volumetti della collana “Lessico Pandemico”. Non ci si può più esimere dal confronto con l’evento che ha caratterizzato gli ultimi due anni e che più di altri sta influendo sulle nostre vite. Ridestare l’attenzione sulle parole, sui termini, sui significati; troppo spesso sviliti, assopiti, vilipesi e, purtroppo, poco compresi. Fino a diventare vuoti lemmi che, nell’uso, sfuggono, al pari di quanto sta accadendo alle nostre vite e alla storia del mondo. Quindi, Distanza[1] e Utopia Distopia[2] muovono dalla medesima volontà di cogliere il modo in cui la pandemia ha costretto l’umanità a rapportarsi al reale. Ampio è il progetto editoriale proposto, consapevole che innanzi a qualcosa di inusitato servano, non tanto parole nuove, ma riqualificare un lessico che rischia d’essere desueto e ancora di più insignificante.

     Mai come in questi tempi – a tratti angoscianti – si avverte l’esigenza di riannodare quel difficile rapporto che lega pensiero e linguaggio. Mai come ora avvertiamo cogente riflettere non sulla lingua, ma sulla curvatura assunta dalle parole allo scopo d’esprimere emozioni, vissuti, sentimenti che rischiano d’essere ineffabili. Ecco, allora, la ricerca del senso delle parole; e del resto, la nostra vita è espressa per loro tramite. Quindi, ricomprendere è riappropriarci di ciò che ci accade, senza che il vissuto ci scivoli addosso.

     Angoscia, Morte, Apocalisse, Cura, Prevenzione, Melanconia, Distopia, Trauma, Sofferenza, Paura, Vaccini, Rabbia, Libertà, Distanza, Solitudine, Choc, Influenza, Ferita, Sacrificio, Assenza, Respiro, Eclisse, Virus, Ecologia, Fede, Attesa, Ferita, Lavoro, Dis-obbedienza, Sistema immunitario, Sentimenti in quarantena, Sostenibilità, Dad, sono alcune delle voci (e dei singoli volumi) che compongono sia il “Lessico Pandemico” sia quello post-pandemico, intitolato “Utopia/Distopia. La nostra Pòlis di domani”.

     “Distanza”, fra tutte queste locuzioni, forse, è il termine che ha dominato più di altri. Dal distanziamento sociale, all’allontanamento dai luoghi sentiti e vissuti in forma conviviale e comunitaria. Dalla distanza, all’isolamento. Dalla distanza, alla solitudine. Dalla distanza, alla didattica digitale integrata. Dalla distanza, alle mascherine che, nel preservarci dal contagio, ci allontanano. Prima ancora dei vaccini, quando non c’erano altri mezzi per “difendersi”, mantenere la distanza significava cautela. E così, il disordine italiano è stato surclassato, dalle file ben distanziate fuori dei supermercati. Unici luoghi ove la distanza era ben evidente, perché soli a essere frequentati. E ora che le scuole sono tornate a esser in presenza, frequentate da tutti gli studenti, i segni disposti per segnare i banchi sono ben distanziati. I collegi, in presenza, prevedono un distanziamento tra i docenti. Non è un caso che venga rievocata l’immagine espressa dall’opera Golconda di Magritte. Siamo, anche noi, ormai, equidistanti, sospesi, tante monadi, dove il surreale del dipinto ci appartiene. L’ininterrotta raccomandazione degli scienziati durante il lockdown ha avuto i suoi effetti a lungo termine[3]. Mantenere le distanze nei rapporti sociali e interpersonali è una forma di tutela.

Contro la paura, contro le minacce estranee, già Canetti[4] aveva osservato come si tenda a chiudersi in casa, nella quale nessuno può entrare. Ogni distanza, come denota l’autore di Massa e potere, porta con sé una relazione di potere e di dominio[5].  Invisibile e pervasiva, la distanza, come il potere, è sfuggente; quindi, difficilmente calcolabile. Ecco perché, sulla scorta della prossemica, gli scienziati e gli studiosi hanno cercato di calcolare quello spazio vitale che ci avrebbe tutelato dal contagio, fino ad obbligarci all’abbandono di ogni contatto fisico. Come nota Meccariello, infatti: «la struttura del nostro spazio ridefinisce i confini tra noi e le cose perché non è costruito sulla base di regole stabili e predefinite, organizzato secondo una prospettiva univoca, ma è uno spazio indissociabile dal corpo e dalla visione e dal reciproco scambio che corpo e mondo mettono in atto. Lo spazio è corpo e mondo, intersezione di campi percettivi, visivi, intenzionali e progettuali, coesione e dispiegamento di identiche diversità»[6].

Quel che è andato perso è proprio questo rapporto con il mondo; per proteggere il corpo abbiamo dovuto metterci al sicuro fino a rintanarci dentro le mura domestiche[7]. Tuttavia, anche in casa, la relazione tra noi e le cose è cambiata. In famiglia gli spazi vissuti quotidianamente hanno assunto nuove sembianze, nuovi riti. Si pensi solo al momento del pasto, prima vissuto sempre di corsa e in forma frugale, ora – costretti tutti sempre in casa – molto più tempo era dedicato alla cura del cibo, alla cucina, alla preparazione. Si rifletta, anche su come sia cambiato il modo di gestire le camere e gli ambienti casalinghi. In un tempo in cui il lavoro è stato svolto dentro gli ambienti, prima dedicati in forma principale alle vita intima, personale e familiare, ci si è ritrovati contemporaneamente a non smettere mai d’essere operativi. E così, si seguivano riunioni, mentre i figli erano a lezioni. Tutti distanti dai luoghi propri. Eppure tutti caoticamente insieme.

La casa diventa scuola, ufficio, palestra, chiesa. Case piccole sono parse minuscole. Abitazioni grandi, con balconi e giardini, hanno reso sopportabili i giorni di chiusura dal mondo esterno. Si è giunti a contare il numero dei commensali. Si è arrivati a definire quanti posti dovessero essere assegnati a tavola, nel momento in cui, con le prime festività natalizie post-lockdown, non potevano ancora stare insieme[8]. Questo termine, purtroppo, ancora, ci sembra difficile da esprimere e da vivere. Mai come adesso, a quasi due anni non siamo ancora in grado di ridisegnare un nuovo modo d’intessere le relazioni di prossimità e di vicinanza. Ci rimuoviamo nello spazio comune, eppure sembriamo incerti, insicuri, titubanti, timorosi. Quasi come se dovessimo imparare nuovamente a gestire il contatto.  Di certo, è cambiato il modo di concepire la spazialità. Del resto, lo spazio è ricco di significato proprio perché è «la possibilità dell’essere insieme»[9]. Di certo, a esser messa in gioco è la vita, nella sua forma eminentemente politica, e aristotelicamente sociale.

     Siamo passati, così, dalla sovranità del contatto virtuale, alla distanza reale. Con quale conseguenza? Mutano le nostre relazioni. Vicini, ma distanti. Antinomie? Slogan? O, invece, servono a preconizzare nuove forme relazionali? Come ci si incontra a distanza? Come si condivide? Come si sta insieme? Come si ama a distanza?

Difficile a dirsi. Impossibile a farsi. Eppure per sopravvivere, siamo arrivati a cercare un punto di equilibrio dall’altro, che non ci mettesse in pericolo. Il distanziamento sociale ha depotenziato i sensi della vista, del tatto, dell’olfatto del gusto, dell’udito, anche nei corpi sani. Non colpiti fisicamente dal virus, abbiamo subito effetti devastanti. Fino a essere sempre più disconnessi dalla realtà e dal mondo. Meccariello su ciò è drastico. E non possiamo non concordare con questa cruda analisi: «si allarga la distanza tra la sensazione delle cose e la sensazione di sé. Il corpo, contenitore ed espressione delle nostre facoltà sensibili, è come sospeso e immunizzato. Le opzioni distanzianti innescate dal virus hanno neutralizzato la nostra immersione nel mondo e riconfigurato i nostri processi percettivi»[10]. Ecco il cuore della questione: «non si può vivere a distanza ma non si può vivere senza distanza: eccoli paradosso della condizione umana; essere vicini e lontani»[11].

     Certamente, le relazioni sociali sono scandite da momenti di vicinanza e di allontanamento. Persino il desiderio vive e si nutre nella distanza[12]. Si brama e si desidera ciò che manca. E ora, invece, abbiamo vissuto l’estremo, sospendendo qualsiasi anelito. Meccariello, su ciò, si esprime senza riserve: «il covid dissolve la nostalgia della distanza e abbatte la magia dell’attesa»[13]. Sostenuto e sorretto dalla tecnologia, il virus mostra però come soli non vogliamo stare. E non siamo fatti per starci. Chiuse le porte, si aprono gli schermi, i tablet, gli smartPhone, le chat, le mail. Altri luoghi, sempre alla ricerca dell’altro. Altri spazi. Altre vie. Dispositivi che nel contattare l’altro ci controllano fino a immunizzarci. Quindi, non è un caso che s’immaginino luoghi altri ove rifugiarsi, fino a essere in rete, sui social eppure con i nostri corpi ben lontani dagli altri. Utopie della distanza? Luoghi lieti nei quali ritrovarsi senza timore. Eppure, la pandemia ha svelato come l’ossessione della protezione riduca sempre più i contatti fisici e le relazioni sociali, mentre la rete ingloba insieme entrambe le esigenze umane: quella del vedere e quella dell’essere visti. Inoltre, la pandemia ha ridestato le nostre coscienze nei confronti delle sfide globali. I mondi dispotici non sono un frutto solo di fantasie letterarie e cinematografiche. I virus, i cataclismi, le crisi ambientali ci spingono a chiederci come agire per preservare il mondo? Ecco la grande questione. Quindi, in ultimo la più alta missione per il pensare, in epoca post-pandemia, è la salvezza. I mondi dispotici li abbiamo visti, conosciuti, sperimentati. Contro tutte le fantasticherie, oggi siamo chiamati coscientemente a essere responsabili nei confronti del mondo, ad averne cura.

[1] A. Meccariello, Distanza. Rapporti in lontananza e cura della prossimità, Asterios, Trieste 2020.

[2] A. Meccariello, Utopia Distopia. Mappe dellimmaginario e scenari dell’(im)possibile, Asterios, Trieste 2021.

[3] A. Meccariello, Distanza, cit., p. 11: «la volontà di distanziarci può generare sentimenti contrastanti e ambivalenti: dolore, lutto, perdita, amore, diffidenza, desiderio, inimicizia, paura. Inevitabilmente l’esperienza della distanza entra in collisione in un unico punto che congiunge insieme separazione e contatto».

[4] E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 2014, p. 17.

[5] Ivi, p. 247.

[6] A. Meccariello, Distanza, p. 31.

[7] E. Coccia, Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità, Einaudi, Torino 2021.

[8] G. Simmel, Sociologia, Edizioni di Comunità, Torino 1998, p. 37.

[9] Ivi, p. 525.

[10] A. Meccariello, Distanza, p. 50.

[11] Ivi, p. 6.

[12] Ivi, p. 17: «la distanza fisica si rovescia nell’acuirsi del desiderio».

[13] Ivi, p. 13.

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