Enrico Matteo Ponti. 20 e 21 settembre il Referendum confermativo. Votiamo No e facciamo vincere la Costituzione, la democrazia e la partecipazione

Enrico Matteo Ponti. 20 e 21 settembre il Referendum confermativo. Votiamo No e facciamo vincere la Costituzione, la democrazia e la partecipazione

Quando i Padri Costituenti, dopo ampio ed approfondito dibattito, definirono la composizione quantitativa di Camera e Senato, convennero sul fissare il numero dei parlamentari in maniera leggermente ridondante. La motivazione principale era da ricercarsi nella condivisa esigenza di garantire, in maniera adeguata, voce e rappresentanza ai territori e alle relative popolazioni le quali, durante il “ventennio” e, prima ancora, regnante la monarchia di casa Savoia, ne erano rimaste assolutamente prive Per non parlare, poi, del tardivo ma dovuto riconoscimento del ruolo da riservare alle donne, da sempre escluse da ogni e qualsiasi spazio di partecipazione e presenza Oggi, però, a pochi giorni dalla celebrazione del Referendum convocato per sancire, o meno, il taglio del numero dei parlamentari, con un populismo miscelato a massicce dosi di strumentalità e ignoranza, stricto sensu ovvero non conoscenza, ben due italiani su tre dichiarano di non sapere esattamente su cosa sono complessivamente chiamati ad esprimersi limitando la loro percezione degli effetti del voto al solo taglio del numero dei parlamentari Ciò in quanto si tende ad omettere di informare puntualmente in ordine a tutti gli aspetti e a tutte le ricadute di tale modifica costituzionale circoscrivendo gli effetti solo alle economie  in termini di cassa e di tagli alla casta

Sgombriamo, subito, il campo da questo meschino “specchietto per le allodole”

Premesso che, come affermato dagli esperti, il risparmio reale per le casse dello Stato sarebbe quantificabile in meno di un euro l’anno per cittadino, volendo, comunque, rispettare la volontà sparagnina degli assertori di tale scelta, siamo convinti che si sarebbe potuto raggiungere lo stesso obiettivo con una semplice sforbiciata alle indennità dei parlamentari senza bisogno di far partorire il famoso topolino dall’ancora più famosa montagna Dimostrato, così, che l’aspetto economico era e rimane solo la “libbra di carne” che ci riporta al Mercante di Venezia di shakespeariana memoria, cerchiamo di capire cosa si nasconde, veramente e per davvero, sotto la punta di questo machiavellico iceberg Prima di tutto, però, crediamo si imponga un tuffo nella memoria di coloro che, purtroppo, dimenticano facilmente, troppo facilmente, la genesi del momento presente. Quanti, infatti, non hanno rimosso dalla propria sfera mnemonica gli ultimi mesi della nostra vita repubblicana non possono non ricordare che il provvedimento sul quale siamo chiamati ad esprimerci il 20 e 21 settembre trova la sua origine all’interno del famoso “contratto” sottoscritto fra Lega e Movimento 5 Stelle che fu alla base della nascita del governo Conte 1. Due forze, quelle appena richiamate, molto diverse fra loro ma assolutamente ben amalgamate da un comune DNA: lo smantellamento dello Stato così come nato e sviluppatosi in 70 anni di democrazia. Non a caso, infatti, gli slogan erano “Secessione”, “Padania libera”, “Roma ladrona”, “Senti che puzza scappano anche i cani, stanno passando i napoletani”, “Apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno”, “Vaffa day”, accomunati da un chiaro ed incondizionato attacco al sistema democratico e alle istituzioni che da esso derivano

Non è un caso, infatti, che lo  sfascio del sistema genera enormi profitti in particolare a chi non affondando le proprie radici culturali, politiche e sociali nella Resistenza, nella Liberazione e nell’Assemblea Costituente, opera per una nuova fase che veda la demolizione di quanto creato dalla seconda metà degli anni ’40 al solo scopo di distruggerne la memoria e consentire la creazione di un futuro svincolato dai valori di solidarietà, uguaglianza, antifascismo e unità sui quali poggia la nostra ancora giovane democrazia. Questo scenario, appena tratteggiato, pone a noi tutti una serie di domande. Vediamo, ora, sinteticamente, di mettere insieme i punti interrogativi partendo dal presupposto che quando qualcuno vuole a tutti i costi celare c’è sempre qualcun’altro che deve disvelare e rivelare. La prima domandina, semplice, semplice è la seguente: ricordato che l’intero quadro normativo-regolamentare del nostro Paese ovvero tutti gli atti che scaturiscono dalla Pubblica Amministrazione devono trovare la loro fonte in una legge, ci si interroga sul perché si sia intervenuti solo sul numero dei parlamentari e non anche, e contestualmente,  sull’intero sistema che regola la vita del Parlamento che tali leggi è chiamato a discutere e ad approvare? Ci riferiamo, in particolare, all’organizzazione dell’attività delle Commissioni e al modello elettorale. E’ di tutta evidenza che le due camere, una volta che dovessero vedere la riduzione di un terzo dei rispettivi componenti, fermi gli impegni di una ventina di parlamentari chiamati ad assolvere le funzioni dell’Ufficio di Presidenza, dell’Ufficio dei Questori etc. , dovranno comprimere radicalmente tempi e modalità del proprio operare. Già oggi le Commissioni cui vengono attribuite per competenza l’esame dei diversi provvedimenti  in discussione  (Affari Costituzionali,  Giustizia, Affari Esteri ed emigrazione, Difesa, Istruzione pubblica e beni culturali,  Lavoro pubblico e privato e previdenza sociale, Lavori Pubblici e comunicazioni, Ambiente, Bilancio,  Finanze e tesoro, etc. etc.) volendo, e dovendo, svolgere con puntualità il proprio lavoro spesso fanno fatica ad approfondire compiutamente i diversi testi e tutti i connessi emendamenti ovvero ad ascoltare tutti i soggetti interessati che, giustamente, chiedono di poter esprimere le proprie posizioni sui provvedimenti stessi  E’, quindi, di tutta ovvietà che una più ridotta partecipazione obbligherebbe ad un vaglio meno dettagliato. Con ciò lasciando ancora più spazio alla pedissequa accettazione degli “indirizzi” che provenissero dalle diverse segreterie di partito… E, sempre su questo tema, perché non si è voluto affrontare la spinosa questione della scelta dei candidati continuando, ancora, a sottrarre agli elettori ogni e qualsiasi diretto coinvolgimento riservando, ormai, in maniera assolutamente anacronistica ed assurda, solo alle segreterie dei partiti la scelta dei candidati e, a seconda dell’ordine della loro collocazione nella lista, di fatto, anche la loro elezione?

Ovviamente, come si sostiene da più parti, non modificare tale situazione conduce sempre, e sempre più, ad avere un parlamento di nominati e, in alcuni casi, di soli yes men.

Altro effetto di questo modello è la totale mancanza di rapporto fra il cittadino e il parlamentare eletto nel suo collegio facendo, così, venire meno quella relazione che tanto farebbe bene alla partecipazione e alla sensibilizzazione della popolazione alla gestione della cosa pubblica. Pubblica, ripetiamo, e non privata… Ma se fosse proprio questa la ragione di tale pervicace comportamento dei signori del potere…? E quanti nostri connazionali, in queste ore, partecipano, a qualsiasi livello, al dibattito accesissimo sul ridisegno dei collegi, sul proporzionale con soglie di sbarramento al 3, al 4, al 5%? E quanti sanno che i senatori eleggibili per ogni regione passerebbero da un minimo di sette a un minimo di tre comprimendo, così, ancora di più, l’attenzione alle diversità e alle specificità, a tutto ed esclusivo vantaggio delle regioni più popolose che, ovviamente, guiderebbero il Paese più verso i loro interessi che verso quelli più articolati e diffusi dell’intero territorio nazionale? Non siamo certo noi ad affermare che l’attuale quadro sia perfetto ma, come dice il professor Giovanni Maria Flick, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, perché cambiare la Costituzione quando basta cambiare i regolamenti parlamentari? E questo, detto da lui, apre la stura ad un mondo di perplessità e di riflessioni…

Una in particolar merita di essere sottolineata: ove passasse la riforma nei termini dati, porrebbe l’Italia all’ultimo posto fra tutti i paesi europei nel rapporto quantitativo elettori-parlamentari. E questo, ancora una volta, ci spaventa perché rafforza in noi, se mai ce ne fosse bisogno, la preoccupazione che ci troveremmo di fronte ad un vero esproprio della sovranità popolare a beneficio delle segreterie dei partiti e dei movimenti politici. E proprio riferendoci ai partiti, ci piace chiudere queste nostre brevi considerazioni con una esortazione. E’ giusto e sacrosanto che i partiti indichino le loro posizioni invitando gli elettori a seguirle con il loro voto ma, per cortesia, non fateci più sentire l’assurda frase “Lasciamo liberi i nostri elettori di votare come meglio riterranno opportuno!”. Questa libertà non è una gentile concessione che ci fate ma è un nostro diritto costituzionalmente tutelato e quando qualcuno presume di potercene conferire la facoltà di utilizzo riesce solo ad offenderci o peggio a farci inquietare … e molto.

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