Mediaset-Vivendi. Le mosse di Bolloré e le contromosse di Berlusconi. Interviene l’Agcom

Mediaset-Vivendi. Le mosse di Bolloré e le contromosse di Berlusconi. Interviene l’Agcom

La moda, lo sport, il turismo, i servizi, la grande distribuzione, persino i trasporti locali (vedi la Rapt francese che ha messo le mani sulla gestione del servizio bus per tutta la Toscana). E ora anche la comunicazione. Non c’è settore chiave dell’economia italiana che sfugga alla crescente colonizzazione. L’attenzione per questa caduta di italianità si è riaccesa fino a diventare un caso politico con la vicenda Mediaset-Vivendi, o, se si preferisce personalizzare, Berlusconi-Bollorè. Porte aperte agli investitori esteri, si invoca da anni, deplorando che lacciuoli legislativi, corruzione e naturalmente costo del lavoro e presenza sindacale complichino la vita a chi intende portare i suoi capitali nei nostri comparti produttivi.

Be’, in realtà gli investitori varcano la frontiera. E comprano. Mentre i nostri capitani o caporali d’impresa delocalizzano, qua da noi arrivano, con vocazione molto poco sussidiaria, gli arabi, i cinesi, gli indiani, gli statunitensi. E continuano ad arrivare, più massicciamente di tutti, i francesi. Molti imprenditori italiani si lamentano per i costi e i vincoli del nostro mercato del lavoro. E per questo preferiscono cercare guadagni meno sudati all’estero. Ma gli stessi impedimenti e costi valgono anche per gli investitori stranieri che vengono in Italia. A dimostrazione che se ci sono spirito imprenditoriale e capacità progettuale, si può vivere e prosperare anche nel sistema Italia.

La Vivendi del bretone Bollorè è un colosso capace di mettere in ginocchio anche Fininvest, che controlla poco meno del 40 % di Mediaset. La Fininvest è, quanto a fatturato, il settimo gruppo industriale-finanziario d’Italia. Sarebbe il primo tra i gruppi che operano nel campo della comunicazione, se, al secondo posto assoluto, non ci fosse TIM, già Telecom Italia, che, guarda caso, è da pochi mesi al 24,9 % (in posizione di comando) controllata proprio da Vivendi. Bollorè, mentre realizzava – e non gli ci è voluto molto – la scalata alla Telecom Italia, trattava con Berlusconi una sorta di partnership per il controllo del mercato televisivo. La trattativa sembrava conclusa, in aprile. Berlusconi si sbarazzava della pay-tv Premium (valutata 765 milioni, ma in deficit praticamente fin dalla nascita) e contestualmente Mediaset e Vivendi si scambiavano il 3,5% di presenza azionaria. In estate Bollorè ha improvvisamente denunciato l’accordo, sostenendo che i dati economici di Premium erano stati alterati artificiosamente. Si è tirato indietro da Premium, ma, forte di un 3,5% iniziale, ha rastrellato il mercato azionario e in poche settimane è salito fino al 20 %. Una quota che gli consente in qualunque momento di esigere la convocazione d’assemblea e l’assunzione di posizioni nel consiglio di amministrazione. Bollorè – bretone, 64 anni – ha sorpreso persino una volpe come Berlusconi, che non pensava evidentemente possibile trovare un mercante ancora più spregiudicato di lui. Ma più che la spregiudicatezza, quello che colpisce in Bollorè è la rapidità. Quando decide una mossa, è in grado di realizzarla con celerità napoleonica, prima ancora che l’avversario, o l’interlocutore, prenda in esame le contromosse.

Ora che ha raggiunto una posizione di forza in Mediaset, Vivendi – che ha una dimensione grosso modo tripla del gruppo italiano – può decidere di salire ancora, drenando il mercato azionario frazionato (37,5) e puntando a quota 30; oppure concentrarsi sulla controffensiva che Berlusconi sta realizzando. La prima contromossa del gruppo italiano è stata l’ampliamento della quota azionaria di Fininvest in Mediaset, salita al 38,3, al quale potrebbe aggiungersi un altro 5% che è nella disponibilità della famiglia. La seconda è stata la denuncia in tribunale del comportamento di Vivendi. E la Procura di Milano ha aperto una inchiesta per manipolazione del mercato e aggiotaggio. Un altro fronte giudiziario aperto da Fininvest riguarda il mancato rispetto dell’accordo su Premium. Ma questa partita potrebbe nel frattempo prendere un’altra piega se andassero in porto le trattive che sono state riprese con la Fox, per la cessione della pay tv del Biscione.

Se il fronte giudiziario è caldo, quello politico lo sta diventando. E non potrebbe essere diversamente. Anche chi non freme di orgoglio tricolore e considera sovrane le leggi del libero mercato, considera negativamente che i miglior pezzi della nostra economia finiscano uno dopo l’altro nelle mani straniere e che l’Italia divenga, come con convincente metafora ha detto qualcuno, solo un grande supermercato di distribuzione. “Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie” disse Samuel Johnson nel ’700. E lo ripetè Kirk Douglas (il colonnello Dax) nel memorabile film pacifista “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick. Sia Samuel Johnson sia Kirk Douglas non avevano affatto in odio l’idea di identità nazionale, ma solo l’uso distorto, strumentale, riduttivo che si fa di questa parola nella battaglia politica. Come il patriota padano Salvini, che in queste ore accusa governo e organi di vigilanza di “non aver fatto nulla per fermare la scalata di Vivendi”, con la stessa serietà e la stessa convinzione con i quali sino a pochi giorni fa difendeva l’integrità della Costituzione.

Comunque, demagogia a parte, il neonato governo qualcosa dovrà fare, pur considerando tutte le difficoltà che le normative europee impongono. Certamente far verificare se tutte le procedure di mercato siano state rispettate e utilizzare la probabile moratoria che l’inchiesta giudiziaria provocherà per studiare iniziative politiche che rendano anche in Italia possibile (in Francia lo è sempre) la difesa dei principali asset nazionali. Agcom (l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) prende per ora in esame l’eventualità che processi di integrazione fra Telecom (ovvero Vivendi) e Mediaset possano violare le norme anticoncentrazionistiche. Su questo terreno ci saranno nei prossimi giorni interessanti sviluppi.

Questa la nota dell’Agenzia: “Alla luce di una preliminare analisi su dati 2015, Telecom Italia – il cui azionista di maggioranza è il gruppo Vivendi con una quota del capitale sociale del 24,68% – risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche, detenendo il 44,7% della quota nel mercato prevalente delle telecomunicazioni. Mediaset, società operante nel settore dei media e dell’editoria, il cui azionista di maggioranza è il gruppo Fininvest con il 34,7% del capitale, raggiunge nel 2015 una quota del 13,3% del SIC. Questi dati evidenziano che operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate”. Naturalmente Telecom ha immediatamente smentito di essere interessata o coinvolta da queste operazioni.

Anni fa, Berlusconi, in una tormentata fase politica (si era alla vigilia di un cambio di maggioranza) fece naufragare l’accordo Alitalia-Air France, invocando la crociata dei cavalieri bianchi. I cavalieri bianchi arrivarono e in pochi anni moltiplicarono i danni. Quel genere di patriottismo non serve proprio. E soprattutto, come ha ricordato Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria, non bisogna ricordarsi dell’italianità solo in certe circostanze. Ce ne siamo scordati quando lo stesso Bollorè ha scalato Telecom (ed è proprio tramite Telecom che è iniziata la sua penetrazione in Fininvest) “o quando gli Agnelli hanno lasciato l’Italia per l’Olanda”. Si ritorna sempre lì: da decenni il sistema Italia manca di una politica industriale. Nessun governo se ne è occupato seriamente. Adesso potrebbe essere tardi. In questa dissennata indulgenza verso un mercatismo senza regole e la finanziarizzazione dell’economia, ci sono paesi europei che, anche senza elevare barriere doganali, hanno saputo tutelare gli interessi nazionali. In Italia questo non è avvenuto

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.