Caso Regeni. Sinistra italiana presenta un ddl per istituire una Commissione d’inchiesta. Gli sviluppi dell’inchiesta

Caso Regeni. Sinistra italiana presenta un ddl per istituire una Commissione d’inchiesta. Gli sviluppi dell’inchiesta

Il caso Regeni rischia di diventare sempre di più un caso italiano. Dall’Europa i segnali di attenzione si diradano. E persino in Inghilterra, paese nel quale il giovane ricercatore si stava formando e dal quale era partito in settembre, sembra spegnersi l’interesse che una cospicua raccolta di firme negli ambienti accademici di Cambridge aveva alimentato. Due fatti peraltro tengono accesi i fari sul caso: l’iniziativa politica di Sinistra Italiana di creare una commissione parlamentare di inchiesta e la prossima partecipazione dei genitori di Giulio a una seduta del Parlamento europeo, come vedremo più sotto.

La Procura di Roma prosegue il suo paziente lavoro di indagine, coadiuvata dai ROS (carabinieri) e dallo SCO (polizia), ma è sintomatico dello stato di isolamento delle nostre autorità inquirenti la cortese, ma inesorabile freddezza con la quale l’università di Cambridge – come dire l’università che aveva mandato Giulio al Cairo – ha accolto la richiesta di documentazione avanzata dal sostituto procuratore Colaiocco. Un sostanziale no, motivato da ragioni di riserbo che si stenta a comprendere. Le piste che la Procura romana sta seguendo sono diverse. E, ad arricchire il ventaglio dei filoni di indagine ha provveduto il robusto documento anonimo pervenuto nei giorni scorsi a Repubblica tramite l’ambasciata italiana a Berna.

In assoluto, la lettera non apre nuovi scenari, ma li amplia e arricchisce: delinea quella che, fin dall’inizio, è apparsa la via maestra per arrivare alla verità. Giulio Regeni, in altre parole, sarebbe stato vittima degli apparati repressivi egiziani, “colpevole” di essere stato individuato e schedato come un nemico del regime, o comunque persona in stretti rapporti con gli oppositori di Al Sisi. Fin qui, malgrado la sofferenza del Cairo, che ha ripetutamente accusato l’Italia di coltivare pregiudizialmente una lettura politica, nulla di nuovo. Ma la lunga lettera pervenuta a Repubblica è così ricca di dettagli e di notazioni specialistiche da lasciare pochi dubbi sull’autenticità del racconto, almeno a grandi linee. Chi l’ha redatta è persona informatissima, forse o probabilmente operante all’interno del sistema repressivo egiziano. I particolari della narrazione – dall’arrivo di Regeni al Cairo in settembre, ai contatti con esponenti sindacali sui quali doveva svolgere la ricerca, alla frequentazione di bar e ristoranti, alle annotazioni sul diario, ai pedinamenti di cui era stato subito oggetto, ai rapporti con una figura dal profilo non chiaro, Whalid, che risulta contemporaneamente un esponente del movimento dei “ragazzi della rivoluzione del gennaio 2011” (anti-Mubarak) e parente di un gerarca della Sicurezza Nazionale, al suo arresto alla fermata della metro di Naguib – sono circostanziati e credibili.

Dopo l’arresto, Giulio diventa vittima di una violenta contrapposizione fra la Sicurezza Nazionale e i Servizi segreti militari. Arrestato dalla prima, consegnato ai militari, torturato e ucciso da questi ultimi, viene riconsegnato cadavere alla Sicurezza che, anziché far sparire il corpo e ogni traccia, come era stato chiesto, ne architetta il ritrovamento in zona frequentatissima, con accanto una coperta in dotazione ai militari, perché appaia chiarissimo chi è responsabile dell’assassinio. Questo conflitto fra la polizia e i militari prosegue e Al Sisi non appare in grado di governarlo. Anzi, la sua impotenza sarebbe testimoniata dal tentativo, clamorosamente abortito, di dimissionare il ministro degli Interni Abdel Ghaffar, rimasto solidamente al suo posto dopo aver respinto, con esplicite minacce di ricatto, il perentorio invito di Abbas Kamil, capo di gabinetto del presidente.

Se questo è il quadro, difficilmente al Cairo potranno continuare a fingere un rapporto collaborativo. Hanno i guai loro ed è sintomatico che, dopo l’uscita di queste rivelazioni, Al Sisi non abbia fatto neanche una piega. Né dalle autorità giudiziarie egiziane sono giunti, dopo il materiale acquisito in Italia il 9 maggio scorso, altri apporti. Resta formalmente in piedi per gli egiziani, la tesi della banda di sequestratori, che sarebbero stati i responsabili del rapimento e dell’uccisione di Giulio. Ma a Roma questa tesi è stata fatta a pezzi, per una montagna di incongruenze. Che sia il Cairo a mutare rotta non è affatto semplice. La posizione di Al Sisi è traballante dicono gli oppositori. Amr Darrag, un leader dei Fratelli Musulmani in esilio, in una intervista a Il Fatto dichiara: “Non immaginavo che Regeni fosse stato seguito dal giorno del suo arrivo al Cairo. Non è il segno di un regime forte, saldo, ma di un regime che pedina tutti, che ha paura di chiunque”. Peraltro, che un regime autoritario pedini chiunque è sicuramente sintomo di una ossessione paranoica, non necessariamente di debolezza. Comunque, Amr Darrag denuncia il silenzio e l’inerzia dell’Italia, rilevando come il partner economico numero uno dell’Egitto (cioè l’Italia) non esercita su questo terreno una energica iniziativa. “Potrebbe mettere Al Sisi in riga subito e invece tace”, sottolinea l’esponente dei Fratelli Musulmani. Vero è che chi potrebbe concorrere a mettere in crisi Al Sisi, come la Francia di Hollande, in realtà moltiplica i rapporti commerciali.

 La Gran Bretagna potrebbe dare un contributo sostanzioso alla ricerca della verità. Regeni, partito da Cambridge, godeva della necessaria tutela e copertura che si dà ai dottorandi in casi di questo genere? Il rifiuto alla collaborazione opposto dall’Università di Cambridge alla magistratura italiana potrebbe, secondo un docente italiano che opera ad Oxford, il criminologo Federico Varese, essere stato causato dalla volontà di “mettere l’università al riparo da possibili richieste di risarcimento danni per eventuali responsabilità nella mancata tutela della sicurezza del ragazzo” (intervista a Repubblica). Che Giulio sia stato mandato un po’ allo sbaraglio, è opinione che viene riecheggiata anche dal rettore dell’università di Trieste, professor Maurizio Fermeglia, secondo il quale “forse a qualcuno conveniva che Giulio sapesse poco dei pericoli della sua indagine. Hanno cercato di utilizzare la curiosità che ha sempre uno studente di quell’età sul campo. Hanno abusato dell’esuberanza giovanile” (intervista sul Sole 24 ore).

L’attenzione della magistratura italiana al fronte britannico è dovuta alla individuazione di alcuni sms partiti da cellulari inglesi diretti al Cairo proprio nella zona e nelle ore in cui fu rapito il giovane italiano. Se la reticenza inglese si somma all’aperto filibustering egiziano (che ha sin qui negato completamente i tabulati di una delle tre celle telefoniche e gli altri due li ha riassunti Dio solo sa come), si capisce la difficoltà in cui operano i nostri inquirenti e la necessità di una collaborazione da parte europea. I genitori di Giulio Regeni non si rassegnano. Continuano a lanciare appelli e a chiedere che ci si impegni per la verità. Ora porteranno la loro voce anche in Europa: andranno il 15 giugno, al Parlamento Europeo. Li ha invitati, per una audizione la Commissione dei Diritti Umani. Può essere l’occasione per ridestare, a Bruxelles, la dormiente Europa.

In Italia, intanto, si registra una iniziativa politica che obbligherà i partiti a uscire dal disimpegno sostanziale. Martedì 14 giugno in una conferenza stampa, i rappresentanti di Sinistra Italiana (Fratoianni, Scotto, Palazzotto e De Cristofaro) presenteranno una proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta parlamentare per far luce sulla fine di Giulio Regeni. È vero, le commissioni parlamentari non di rado in Italia sono il corridoio dei passi perduti, ma che l’iniziativa prenda consistenza dipenderà molto dall’atteggiamento degli altri gruppi parlamentari.

Tornando al piano diplomatico, la situazione è complessa. Al richiamo dell’ambasciatore Messori è seguita la nomina di un nuovo ambasciatore, nella persona di Cantini. Ma l’insediamento di Cantini non è mai avvenuto: la sede cairota resta vuota, salvo la presenza di un incaricato di affari. E questo ha un chiaro significato politico: le relazioni fra Roma e il Cairo non sono rotte, ma non sono neppure riprese. La riapertura o la chiusura definitiva di quella sede diplomatica dovrebbero dipendere dalla svolgimento delle indagini.

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