Renzi tira a campà, annuncia riforme fasulle, pensa a elezioni, il nemico è Landini

Renzi tira a campà, annuncia riforme fasulle, pensa a elezioni, il nemico è Landini

Renzi Matteo ogni qualvolta si trova in difficoltà s’inventa un nemico. Questa volta si è inventato Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, reo di aver affermato che battersi contro la vergogna del Jobs Act è un fatto politico che riguarda la sinistra, nel senso dei partiti, le forze sociali, i sindacati in primo luogo. In particolare il Pd, le minoranze, che non possono limitarsi a prendere posizione in qualche convegno, dibattito, se vogliono svolgere un ruolo reale, ma devono trovare il modo di “contaminarsi” con  le lotte che si stanno sviluppando, la mobilitazione annunciata dalla Cgil per dar seguito alla grande manifestazione di Roma, allo sciopero generale, di dare rappresentanza politica a milioni di donne e uomini che si battono per il lavoro, per i diritti, per recuperare lo Statuto dei lavoratori.

Il premier zompetta da una tv all’altra e governa con decreti

Lui, il premier, zompetta da una televisione ad un’altra, con i giornalisti che si guardano bene dal rivolgergli domande vere e si trasformano in tappetini stesi ai piedi del capo. Annuncia a ripetizione riforme in via di approvazione. Scuola, Rai, pubblica amministrazione, tanto per citarne alcune. Naturalmente il Parlamento viene esautorato, si parla di decreti, fiducia. Tira a campà, in attesa magari di chiudere la partita con elezioni anticipate, metà del 2016. A dar vita al coro ci  pensano ministri e comparse ai quali viene affidato il lavoro sporco. Il premier si occupa di tutto e di più ma non si è degnato di incontrare i sindacati prima che il consiglio dei ministri mettesse il timbro ai decreti che eliminano insieme lo Statuto dei  lavoratori ed aprono un ritorno al lavoro senza diritti, senza dignità, una merce per sopravvivere, al più pranzo e cena quando va bene. Con milioni di disoccupati quel lavoro, per i giovani in particolare, deve essere accettato senza batter ciglio, con il pericolo di perderlo quando decide il padrone, l’imprenditore.

Spettacolo pirotecnico con fuochi che si accendono e si spengono

Trovato il nemico che serve per l’occasione, lo schernisce, l’offende, cerca di ridurlo ai minimi termini. Insieme dà il via a uno spettacolo pirotecnico con grande uso di fuochi  artificiali. Che si accendono e si spengono nell’arco di qualche minuto. Ma a lui basta per distogliere l’attenzione dal fatto di cui si parla. Vediamo alcuni fatti sui quali è vissuta l’informazione domenicale. Il primo, il Jobs Act messo sotto accusa dai sindacati, dalle minoranze del Pd, da Sel, dal M5S che per la prima volta in termini così netti criticano l’eliminazione dell’articolo 18, architrave di una legge conquistata con tante lotte, una pagina di storia del movimento operaio che mantiene piena validità. Renzi ha affidato i “preliminari” al ministro Giuliano Poletti dandogli l’incarico di incontrare i sindacati due giorni prima del consiglio dei ministri che avrebbe approvato i decreti. Poletti si è presentato a mani vuote, nessun testo scritto, vaghi accenni. Silenzio su un problema molto importante, quello dei licenziamenti collettivi non previsto dalla delega votata dal Parlamento ma inserito nei decreti. Le Commissioni Lavoro di Camera e Senato avevano  approvato un emendamento con il quale si chiedeva al governo di eliminare dal testo i licenziamenti collettivi. Certo, trattandosi di una legge delega il parere delle Commissioni non era vincolante ma il Parlamento, rilevava la Presidente della Camera, aveva avanzato una specifica richiesta avrebbe dovuto tenerne conto. Poletti non poteva rispondere perché se avesse detto sì sarebbe saltato il consiglio dei ministri con gli esponenti di Ncd e Scelta civica,  quello che resta, già in tenuta di guerra. Se avesse detto no i sindacati avrebbero fatto sentire la loro voce, subito, così i parlamentari del Pd che nelle Commissioni avevano votato compatti l’emendamento. Meglio lasciar tutto nell’incertezza per poi votare il testo senza alcun emendamento degno di nota e, a cose fatte, ci avrebbe pensato Renzi a dare spiegazione.

Arroganza e mancanza di rispetto nei confronti della Presidente della Camera

E ci ha pensato a modo suo, una risposta arrogante e irrispettosa alla terza carica dello Stato. “Sono affari suoi” ha detto e immediatamente è arrivata la copertura dei capiclasse, quelli che, ai nostri tempi, erano i cocchi degli insegnanti, servitorelli da strapazzo, odiati dalla intera classe. Bravo, viva. La vicesegretaria del Pd, tale Serracchiani nota per le comparsate televisive e il sottosegretario Delrio hanno dato lezione a Laura Boldrini ricordandole che si trattava di pareri non vincolanti, cosa che la massima autorità della Camera sapeva perfettamente.

Alfano:  “Un nostro trionfo, finalmente eliminato lo Statuto dei lavoratori”

Ma hanno dimenticato di dire perché il no del governo. Basta leggere la dichiarazione del ministro Alfano, “il jobs act è il nostro trionfo, finalmente abbiamo eliminato lo statuto dei lavoratori”, per capire il “no” alla eliminazione dal testo dei licenziamenti collettivi, ora diventato l’architrave di una legge che trasforma i precari  da temporanei, anche per molti anni ma con la speranza di ottenere il sospirato posto fisso, a definitivi, per tutto il periodo lavorativo della loro vita a rischio licenziamento perpetuo, come la luce nei cimiteri. 200 mila precari, dice Renzi, diventeranno a tempo indeterminato.

E qui entra in gioco Maurizio Landini. Quanto contenuto nell’intervista a Il Fatto non rappresenta una novità. Pochi giorni prima intervenendo  a una assemblea di metalmeccanici, a Padova, aveva sottolineato la necessità di un ampio fronte di lotta, della costruzione di un movimento di massa, non un nuovo partito perché una forza politica non si costruisce a tavolino, che indicasse e portasse avanti l’iniziativa per una nuova politica economica e sociale, al centro i diritti dei lavoratori, la dignità del lavoro.

Il segretario generale della Fiom: “Ho già un incarico che non intendo lasciare”

Aveva annunciato la mobilitazione della Fiom, per riconquistare i diritti perduti. E tante volte aveva risposto ai giornalisti che non aveva alcuna intenzione di diventare il capo di un nuovo partito. Anche a noi più volte aveva risposto “ho già un incarico, quello di segretario della Fiom per cui sono stato eletto”. In particolare aveva ribadito la sua posizione, nel corso di una manifestazione promossa da Pippo Civati, a Livorno, presenti Cuperlo, Fassina, Nichi Vendola se ben ricordiamo,  poi in tante iniziative. E lo sanno bene anche in  Cgil che proprio qualche giorno prima aveva tenuto un Direttivo, che annunciava la mobilitazione generale non escludendo, diceva Camusso “alcuna forma di lotta”,  si parlava di una legge di iniziativa popolare, di un referendum abrogativo, così  come aveva annunciato Landini. Il direttivo della Confederazione di Corso d’Italia approvava con soli due voti contrari.

Renzi tutto questo non sapeva? No, sapeva molto bene perché i suoi capiclasse una cosa sanno fare, lo informano. Ma il suo obiettivo era screditare Landini, una tecnica molto sperimentata in altri paesi dove la democrazia è un optional. Sarebbe stato il sindacato a cacciare Landini, ha detto Renzi, e non lui che se ne andava.  Il riferimento era a scioperi andati male a Pomigliano, ex Fiat. Ma sa Renzi quanti sono i riassunti Fiom, quanti sono i delegati, se ci sono, nelle fabbriche Fiat, sa se possono partecipare alle elezioni delle Rsa, può la Fiom esercitare l’attività in fabbrica?

L’assemblea nazionale delle tute blu Cgil a Cervia

Venerdì e sabato l’assemblea generale della Fiom, di cui hanno discusso Landini, che terrà la relazione, e Camusso che interverrà nel dibattito. Saranno presenti 543 esponenti Fiom, la maggior parte provenienti dai luoghi di lavoro. Per questo, l’incontro con Camusso era stato deciso diversi giorni prima dell’intervista al Fatto  quotidiano. Mandi, il premier, un suo osservatore e verifichi il grado di consensi nei confronti di Landini. Una delle capiclasse, Marianna Madia, per di più ministra, se non dice sciocchezze soffre. Afferma: “Landini pericolo a sinistra? Non ci fa paura. Andiamo avanti con il nostro programma di riforme, non ci facciamo fermare dalle critiche”. Magari se ascoltassero le critiche non commetterebbero errori come l’approvazione del mercato libero di elettricità e gas. Già da qualche tempo l’Autorità per l’energia aveva fatto presente che un provvedimento del genere avrebbe significato un aumento delle tariffe per gli utenti. Ma Renzi, Madia, Lupi, Alfano figuratevi se ascoltano le critiche. Ora devono rinviare di tre anni l’entrata in vigore della legge. Ben gli sta. Dovrebbero nascondere come gli struzzi la testa sotto la sabbia. Ma neppure la sabbia li vuole.

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