Di Maio continua a fare gaffe con le parti sociali. Confindustria non gli crede, e la Cgil replica duramente alla proposta sul salario minimo

Di Maio continua a fare gaffe con le parti sociali. Confindustria non gli crede, e la Cgil replica duramente alla proposta sul salario minimo

Ormai le gaffe dei gialloverdi si sprecano. In particolare, un esemplare delle bufale a ripetizione è il vicepremier Luigi Di Maio, detto Giggetto, o Giggino, per chi preferisce. Interviene alla assemblea degli industriali della Lombardia. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia lo ascolta e poi ai giornalisti rilascia una dichiarazione in cui afferma che Di Maio “sembrava uno dei nostri”. D’accordo con Boccia il presidente dell’Assolombarda. Il Di Maio gongola. Le agenzie di stampa annunciano che  Boccia ha attenuato la posizione critica assunta dagli industriali nei confronti del governo  tanto da aver sottoscritto un documento insieme a Cgil, Cisl, Uil non proprio benevolo nei confronti del governo gialloverde e in particolare del vicepremier che è anche ministro per lo sviluppo economico e del lavoro. Secondo episodio, seconda gaffe del Di Maio. Riguarda il contratto di lavoro, il salario minimo. Il vicepremier, altra uscita infelice, si rivolge al segretario generale della Cgil, a Maurizio Landini, e lancia il guanto di sfida alla più grande organizzazione sindacale italiana, protagonista con Cisl e Uil, di iniziative di mobilitazione in tutto il Paese con scioperi, manifestazioni. Il vicepremier, al quale Landini non sta molto simpatico, la butta lì. Intervistato dall’Huffington Post domanda, si fa per dire, se sta “con i lavoratori o con il Pd”. Sciocchezze maggiori non potevano uscire da quella bocca.

Andiamo per ordine.

Da Confindustria arrivava una “precisazione” che era peggio di una botta in testa. Il presidente della associazione degli industriali lombardi precisava, intervistato dal Giornale, che quel “sembrava uno di noi” significava che le “cose non basta dirle, ma bisogna anche farle e saperle fare in sede di governo e di Parlamento”. E proseguiva indicando che ciò che non si dovrebbe fare guarda caso è proprio quello che sta alla base del contratto di governo,  reddito di cittadinanza, decreto dignità, quota cento, che definiva tutti decreti assistenziali. Ancora: “Gli industriali – affermava – sono persone concrete. Sanno valutare le cose e dare loro il giusto peso”. Poi una stoccata: “Non si fanno incantare da un pifferaio  magico”. Il riferimento era chiaro. Figuratevi se si faceva incantare la Cgil, con il suo segretario generale. Scrive Huffington Post: “Se questi sono i presupposti (la domanda provocatoria di Di Maio, ndr) iniziamo davvero male”. La Cgil legge con stupore le parole di Luigi Di Maio, non è con questi toni che ci si può sedere attorno a un tavolo, anche perché la “commissione ministeriale” di cui parla il ministro del Lavoro viene totalmente bocciata. “Se il salario minimo – fa presente la Cgil – viene stabilito da una commissione ministeriale significa che ciò è una roba politica e non a favore dei lavoratori. La contrattazione si fa tra lavoratori e imprese tramite i sindacati, i salari sono stabiliti dai contratti non dai politici”. Prosegue la nota pubblicata da Huffington, “Premettendo che la proposta del salario minimo presentata dagli M5S è più ragionevole rispetto a quella del Pd, la Cgil smonta comunque l’intero impianto. Il salario minimo, che i grillini propongono che sia di nove euro lordi, deve essere proporzionato al lavoro che si fa. Per il sindacato non si può stabilire una paga base, che invece deve essere l’insieme dei giorni festivi, delle domeniche e degli straordinari. Per questo il salario minimo è diverso da quello che si intende per paga oraria. È qui la contraddizione della proposta M5s”, spiega ancora la Cgil, “altrimenti si torna a quella Pd”.

Poi una stoccata al Di Maio che dovrebbe piuttosto impegnarsi affinché venga ampliata la copertura contrattuale. “Oggi in Italia abbiamo l’85% di copertura contrattuale. Il vero obiettivo non è dare una nuova legge ma dare copertura a quel 15% che non ce l’ha”. L’invito che la Cgil infine rivolge al ministro del Lavoro è di ripartire dalle leggi di iniziativa popolare che giacciono in Parlamento: “Partiamo da lì, dalla carte dei diritti. In fondo M5s è sempre stato a favore dei referendum”. Viene da dire che se l’è cercata. Di Maio forse dovrebbe, prima di parlare, informarsi sulle cose sulla quali si pronuncia. Forse è chiedere troppo al ministro duplex e vicepremier. In realtà nelle prossime settimane ne vedremo delle belle, anzi delle brutte. La Commissione Bilancio, mercoledì 17 aprile alle 15, ha in agenda l’avvio dell’esame del Documento di economia e finanza 2019. Riferiscono alla Commissione il senatore Marco Pellegrini e la senatrice Erica RivoltaNelle giornate di lunedì 15, martedì 16 e mercoledì 17 aprile, si svolgono in Senato alcune consultazioni, a partire dalle 14, incontrano i rappresentanti di CONFAPI, ALLEANZA COOPERATIVE ITALIANE, CONFAGRICOLTURA, CIA, COLDIRETTI, COPAGRI, SVIMEZ, CGIL, CISL, UIL, UGL, CONFINDUSTRIA, R.ETE. IMPRESE ITALIA, ANCI, UPI, CONFERENZA REGIONI E PROVINCE AUTONOME e SBILANCIAMOCI! Martedì 16 aprile, dalle 8,30, è la volta dei rappresentanti del CNEL, di ISTAT, della Banca d’Italia, dell’Ufficio parlamentare di Bilancio e, alle 20,30 dei rappresentanti della Corte dei conti. Mercoledì 17 aprile, alle 8,30, interviene il ministro dell’economia e delle finanze, Giovanni Tria. Riferirà fra l’altro degli incontri con il  direttore del Fondo monetario internazionale, incontro avvenuto a Washington. Il titolare del dicastero di via XX settembre ha inoltre illustrato il pacchetto crescita per quest’anno e il triennio. Il quadro non è dei più rosei anche se il solito Di Maio sparge ottimismo a piene mani. Intanto il Fondo monetario internazionale ha bocciato la flat tax. Per quanto riguarda l’Iva siamo in  alto mare, L’Italia non può permettersi il taglio di 15 miliardi di tasse sul bilancio a  meno che non vengano cercati sulla evasione. Sulla questione di fondo, ripresa o non ripresa, il ministro conferma che a differenza dei Salvini, DiMaio, lo stesso premier, inguaribili ottimisti, che “lo  O,I% del Fondo monetario “non è distante dallo O,2 previsto dal  Def”.

Numerose le reazioni di forze politiche e associazioni relative al Def. 

Dice Speranza, segretario nazionale di Articolo Uno, la  Flat tax “oltre a essere sbagliata resta solo uno spot quotidiano, e infatti si comincia a parlare di alzare l’Iva. Una misura che colpendo i consumi andrebbe a pesare maggiormente sulle famiglie, sul ceto medio già provato e sui lavoratori”. Per Confesercenti “Uno scambio tra Flat Tax e IVA, così come prospettato, non sarebbe alla pari. L’aumento delle aliquote Iva previsto dalle clausole di salvaguardia – e non corretto dal Def – porterebbe nel bilancio pubblico 27,5 miliardi aggiuntivi; di questi la riduzione Irpef ne restituirebbe al massimo 15 miliardi, con una perdita di circa 8 miliardi di euro per le famiglie. Se infatti, da un lato, le famiglie potrebbero benficiare a regime, in media di circa 366 euro dal taglio Irpef derivante dalla Flat Tax, a parità di consumi, dovranno sborsarne 687 in più. Sul proprio reddito, apparentemente aumentato per la minore Irpef, ogni anno, in media, una famiglia dovrebbe così spendere 62 euro in più per acquisto di alimentari, 112 euro in più per l’abitazione, 36 euro in più per i trasporti, 15 euro in più per i servizi sanitari, 93 euro in più per il resto degli altri beni e servizi. Considerando l’importanza dei consumi per la nostra economia, restituire capacità di spesa alle famiglie e, allo stesso tempo, preservare il loro potere d’acquisto, appare necessario se si vogliono rafforzare le prospettive di crescita”. Per “Confcommercio occorre reperire le risorse necessarie a disinnescare le clausole Iva previste per  l’anno prossimo. Se ne gioverebbe da subito il clima di fiducia di famiglie e imprese, purtroppo in rapido declino negli ultimi mesi. In questo quadro appare, dunque, incomprensibile l’ipotesi di uno scambio tra IVA e flat tax perché si sosterrebbe la tesi paradossale che per ridurre le tasse si devono alzare le tasse”.

Share