Ghiselli, segretario confederale Cgil. Pensioni. Ci sono le condizioni per una vera riforma. La legge Fornero? Solo una manovra finanziaria che va superata. Occorre decidere oggi quale modello di società, di lavoro, di welfare vogliamo

Ghiselli, segretario confederale Cgil. Pensioni. Ci sono le condizioni per una vera riforma. La legge Fornero? Solo una manovra finanziaria che va superata. Occorre decidere oggi quale modello di società, di lavoro, di welfare vogliamo

Affrontare il tema della previdenza in un periodo pre elettorale rischia di essere un esercizio complesso, ma è altrettanto vero che, fra il tracimare della demagogia e il rigore assoluto di chi non vuol vedere le macroscopiche storture dell’attuale sistema, sarebbe opportuno trovare una via d’uscita, dal momento che questo tema riguarda la vita di milioni di persone e attraversa tutte le generazioni.Vi sono alcune premesse oggettive da cui sarebbe opportuno partire. Innanzitutto: la Riforma Monti-Fornero, ormai è ampiamente riconosciuto, non è stata una riforma previdenziale ma una manovra finanziaria. In altre parole, quell’intervento adottato e improvvisato in poche settimane, non aveva l’obiettivo di mettere in equilibrio e rendere sostenibile il sistema previdenziale, ma quello di contenere la crescita del debito pubblico. Operazione alquanto discutibile in termini di equità, perché un problema generale che riguarda la collettività (il debito pubblico) non lo si può scaricare su uno strumento (la previdenza) finanziato prevalentemente da chi lavora.Per quanto riguarda la sostenibilità prospettica del sistema, al netto delle diverse e discordanti proiezioni elaborate da più istituti, in particolare relativamente alla variazione nel tempo dell’incidenza della spesa previdenziale sul Pil, è opportuno precisare alcune cose che hanno un rilievo nel confronto con gli altri Paesi europei. In primis, sulla spesa previdenziale italiana incidono in maniera impropria o eccessiva alcune voci che alterano il confronto. In particolare la componente fiscale, che ammonta a circa 50 miliardi su 220 miliardi annui di spesa pensionistica (al netto della Gestione degli interventi assistenziali), non è altro che una partita di giro per lo Stato, e non un costo previdenziale netto. Inoltre, l’Eurostat considera parte della spesa previdenziale italiana anche il TFR e il Tfs, che non sono prestazioni previdenziali ma salario differito.

La nostra spesa previdenziale è allineata alla media continentale

Considerando tutto ciò l’incidenza della nostra spesa previdenziale sul Pil è allineata alla media continentale.Se inoltre valutassimo le attuali dinamiche del Pil e dell’occupazione, che sono tali da mettere in discussione alcuni parametri su cui si basano le proiezioni statistiche sulla spesa previdenziale, è del tutto ingiustificato l’atteggiamento allarmistico e iper rigoroso che caratterizza una parte dell’attuale dibattito, che fa da contraltare alla spregiudicatezza di altre proposte in campo (“i mille euro di pensione minima” non è una proposta insostenibile, è una trovata incommentabile).Altra questione riguarda gli andamenti economici di esercizio delle gestioni pensionistiche dell’Inps, che sono in deciso miglioramento, ormai prossimi al pareggio. In particolare, il Fondo pensioni lavoratori dipendenti dal 2016 è in attivo, come la gestione dei lavori parasubordinati. Tutto ciò porta a dire che vi sono le condizioni, e vi è anche l’esigenza, di pensare ad una vera riforma delle pensioni, che superi strutturalmente l’impianto della Legge Fornero, che determini, sulla base del criterio della sostenibilità sociale ed economica, un nuovo assetto previdenziale, in grado di parlare a tutte le generazioni.

Sistema previdenziale per i giovani e per chi fa lavori poveri e discontinui

Il primo riguarda l’insostenibilità di una regolamentazione che tende ad innalzare senza limiti i requisiti anagrafici e contributivi per accedere alla pensione, all’interno di un sistema sostanzialmente rigido (malgrado alcuni limitati strumenti recentemente introdotti), che non tiene conto delle diverse situazioni professionali (lavori più o meno gravosi, pericolosi o gratificanti), fisiche, economiche e familiari delle persone. Introdurre la flessibilità in uscita, da 62 a 70 anni, rimuovendo l’attuale limite minimo del 2,8 dell’assegno sociale per accedere al pensionamento flessibile nel sistema contributivo, ed estendendo questa opzione anche a chi è nel sistema misto, determinerebbe un sistema previdenziale più attento alle diverse esigenze delle persone, senza particolari problemi in termini di costi complessivi, agendo principalmente sul montante individuale accantonato dal lavoratore. Il secondo aspetto riguarda le donne e il lavoro di cura. Per la prima volta nella storia del nostro sistema previdenziale dal primo gennaio di quest’anno i requisiti anagrafici per andare in pensione sono gli stessi per uomini e donne. Ma i percorsi lavorativi delle donne non sono uguali a quelli degli uomini, come non è uguale la partecipazione al lavoro di cura. È vero che non dobbiamo rassegnarci ad una società che discrimina e che non garantisce le effettive pari opportunità, ma sino ad ora è stato così, è ancora così e, malgrado i passi in avanti che si stanno facendo, purtroppo lo sarà ancora per un lungo periodo. E fare regole uguali in condizioni diverse non va bene. È quindi necessario riconoscere il lavoro di cura ai fini previdenziali, da chiunque venga prestato.Il terzo aspetto riguarda la sostenibilità sociale del sistema previdenziale per i giovani e per chi fa lavori poveri e discontinui, che purtroppo rappresentano una componente sempre più rilevante del mercato del lavoro. L’attuale normativa li sta escludendo da ogni tipo di prospettiva, e la cosa è effettivamente percepita da loro in questo modo. Quando chiediamo ad un giovane che ne pensa della sua futura pensione la risposta è “Ma quale pensione? Io la pensione non ce l’avrò mai”.

Necessario correggere socialmente il sistema contributivo per assicurare una pensione dignitosa

È quindi necessario ricostruire questa prospettiva, correggere socialmente il sistema contributivo a favore di quelle persone che hanno percorsi professionali caratterizzati da discontinuità, basse retribuzioni, part time. Non si tratta di garantire una pensione minima uguale per tutti, a prescindere dalla partecipazione attiva al mercato del lavoro, che sarebbe un intervento esclusivamente assistenziale con effetti distorcenti sui comportamenti delle persone e sull’equilibrio del sistema. Si tratta invece di correggere socialmente il sistema contributivo a favore delle categorie sociali più in difficoltà, riconoscendo e premiando la partecipazione al sistema, scoraggiando l’evasione, trasmettendo a tutti, soprattutto ai giovani, un messaggio: “in qualunque situazione ti troverai nel corso della tua vita lavorativa, qualunque contributo tu verserai, tutto ti verrà riconosciuto e valorizzato, e se alla fine del tuo percorso non sarai stato in grado di maturare una pensione dignitosa, anche i periodi di disoccupazione, di studio, di formazione, di prestazioni ad orario ridotto o con basso salario ti verranno valorizzati e potrai avere comunque un trattamento adeguato”. Questo tema va affrontato con serietà e urgenza: se non si vuole consegnare alle nuove generazioni una società fatta di lavoratori poveri e precari e una vecchiaia da diseredati, una società dove si rischia di far pesare in futuro sull’assistenza un carico insostenibile di milioni di persone anziane e povere. Dobbiamo decidere oggi quale modello di società, di lavoro e di welfare vogliamo. Un modello che faccia i conti con le nuove sfide e con le trasformazioni dell’economia e della società, tenendo assieme le esigenze di sostenibilità con quelle dell’equità.Ecco perché ritengo che la discussione in corso vada riposizionata: i temi in discussione sono così profondi e radicali che richiamano la necessità di avere una visione di lungo periodo, un’idea di coesione sociale che rifugga le contrapposizioni generazionali o di altro genere, e un senso dell’equità che sappia anche redistribuire in maniera più giusta il carico dei conti pubblici, soprattutto nel momento in cui le disuguaglianze, anche in Italia (come anche i recentissimi dati dimostrano) sono sempre più accentuate.

*Roberto Ghiselli, segretario confederale della Cgil

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