Turchia al voto domenica. Erdogan scrive una riforma autoritaria, per un presidente che detiene tutti i poteri. Un problema per l’Europa

Turchia al voto domenica. Erdogan scrive una riforma autoritaria, per un presidente che detiene tutti i poteri. Un problema per l’Europa

La Turchia, 75 milioni di abitanti, va al voto domenica 16 aprile per approvare o bocciare una riforma costituzionale che trasforma il sistema parlamentare vecchio di circa un secolo in uno che concentra i poteri legislativi ed esecutivi nelle mani del presidente. Un voto affermativo al referendum muterebbe la forma istituzionale turca abolendo il primo ministro, attribuendo al Parlamento un ruolo del tutto secondario, e formalizzando un sistema in cui il presidente non risponde a nessuno se non ai suoi elettori. Il voto negativo invece segnerebbe la sconfitta del progetto iperpresidenzialista di Erdogan, l’attuale presidente turco, e forse ne minerebbe la credibilità, sia sul piano interno che su quello internazionale. Ma nel referendum turco sono in gioco ben altre questioni. Quali?

La riforma di Erdogan: oltre al potere esecutivo e legislativo, anche quello giudiziario nelle mani del presidente

Intanto, va detto che il progetto di Erdogan concerne anche la riforma del potere giudiziario, accanto a quello esecutivo e legislativo. In questi anni, Erdogan non ha perso occasione per criticare il sistema giudiziario turco, accusato di essere molto vicino al leader islamico in esilio negli Stati Uniti Gulen, al punto da mettere sotto accusa lo stesso presidente e i suoi famigliari nel 2013 per corruzione. La risposta di Erdogan è stata una vera e propria “purga” nei confronti dei giudici, molti dei quali sono ancora nelle galere turche. E quando nell’estate del 2016 un segmento dell’esercito vicino a Gulen tentò un colpo di stato, quella “purga fu intensificata. Così, almeno un quarto dei giudici e magistrati inquirenti, sospettati di legami con Gulen, sono stati arrestati. 2500 giudici sono in carcere. E con la riforma costituzionale, Erdogan propone ai turchi di consegnare al presidente, e al suo partito, anche il potere giudiziario. Oggi, il presidente nomina quattro dei 22 membri dell’Alto Consiglio della Magistratura turca, mentre gli altri 18 sono eletti dagli stessi giudici. La nuova Costituzione, se approvata, prevede la nomina di tutti i membri dell’Alto Consiglio consegnata al presidente, a suo insindacabile giudizio.

La riforma di Erdogan: un Parlamento che non conta nulla

Dal punto di vista parlamentare, la nuova Costituzione sottopone l’Assemblea al potere esecutivo, minandone perfino il potere di controllo, che da circa un secolo essa esercita, sul premier e sui singoli ministri. La Costituzione di Erdogan ammette solo richieste scritte da parte dei parlamentari rivolte esclusivamente ai ministri e al vicepresidente, ma non al presidente. E se il Parlamento dovesse decidere di bocciare una legge, il presidente avrebbe il potere di emanare decreti, senza l’approvazione parlamentare. Certo, la nuova Costituzione prevede anche la procedura di impeachment presidenziale, ma la soglia di firme necessarie, il 60% dei parlamentari, è talmente elevata da renderla quasi impossibile. E comunque, anche in caso di impeachment la decisione finale spetterebbe alla Corte Costituzionale, composta tuttavia da membri nominati tutti dallo stesso presidente. Inoltre, le elezioni presidenziali e quelle legislative saranno tenute nello stesso giorno ogni cinque anni. In teoria, ciascuna istituzione potrebbe esercitare il controllo sull’altra e avviare una procedura di scioglimento anticipato del proprio mandato.

Se Erdogan dovesse vincere potrebbe restare al potere fino al 2034

Erdogan è al potere in Turchia da 14 anni, il periodo più lungo dalla fondazione della Repubblica, voluta da Kemal Ataturk. La nuova Costituzione, se approvata, gli consegnerebbe altri dieci anni di potere, poiché prevede una sola rielezione del presidente, a partire dalle presidenziali previste già nel 2019. Ma c’è una clausola di salvaguardia per i mandati del presidente: se il Parlamento dovesse essere sciolto anticipatamente durante il suo secondo mandato, il presidente potrebbe correre per un terzo mandato. E se dovesse accadere, in teoria, Erdogan potrebbe restare al potere fino al 2034. Coloro che accusano Erdogan di voler trasformare la Repubblica democratica di Ataturk in un vero e proprio sultanato, hanno ragione, se si considera questo progetto di revisione costituzionale. Le democrazie moderne infatti si reggono sul principio della divisione dei poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, e sulla loro piena autonomia. Perfino la Costituzione americana, che prevede un presidenzialismo temperato, impedisce la trasformazione di un presidente eletto in un monarca, costruendo pesi e contrappesi ai suoi poteri. Nel caso della nuova Costituzione turca, invece, si prevede che chi vince “prende tutto”, trasformando così una Repubblica democratica, in qualcosa di diverso. In questi due anni, in fondo, Erdogan ha tentato attraverso leggi emergenziali di trasformare la Costituzione materiale, governando come se avesse tutti i poteri. Ora, propone un adattamento di quella trasformazione formalizzandolo con la nuova Costituzione. Grazie ai nuovi poteri emergenziali, quasi 50mila persone sono state arrestate; più di 100mila costrette ad abbandonare il lavoro, le famiglie, il paese, e tra queste molti docenti, magistrati, medici, avvocati, giornalisti e politici sospettati di legami con Gulen, o con la causa del popolo curdo, e chiunque fosse stato accusato di aver parlato male di Erdogan sui social media. La Turchia di Erdogan, oggi, è un vero e proprio stato di polizia, dove i diritti individuali e le libertà vengono negati. E il paradosso della sua campagna referendaria è stato anche quello di aver condannato di “pratiche naziste” le istituzioni olandesi e tedesche per aver impedito comizi dei ministri alle comunità turche.

L’esito del referendum turco desta molte preoccupazioni nelle cancellerie europee

Il risultato del referendum turco di domenica 16 aprile è molto atteso nelle cancellerie europee, e non solo, ma anche a Mosca e a Washington, e nei principati arabi. Di fatto, la Turchia svolge un ruolo strategico per gli equilibri del Mediterraneo e dell’intero Medio Oriente, è membro della Nato, ed è una grossa potenza regionale. Nelle cancellerie europee si tenta di evitare di spingerla nelle braccia di Mosca, e non si può dimenticare l’accordo denaro contro profughi, voluto dalla Merkel e da Hollande, che blocca sul confine turco quasi due milioni di profughi siriani. In fondo, l’Unione Europea è anche il primo partner commerciale della Turchia, e si potrebbe verificare un altro paradosso col referendum di domenica: uno stato democratico profondamente trasformato in un sultanato, porrà o no un problema di coerenza con i paesi europei? Perché se Erdogan vince, si troveranno dinanzi ad un dittatore, del tutto incontrollabile. Ma se dovesse perdere, si aprirebbe un processo necessario di ricostruzione politica della Turchia, a cominciare dalla liberazione dei prigionieri politici. E di questo, l’Europa deve assumersi ogni responsabilità.

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