Diritto alla conoscenza: la Cedu mette sotto esame l’Italia

Diritto alla conoscenza: la Cedu mette sotto esame l’Italia

Un pericoloso “sovversivo”, quel Luigi Einaudi, primo vero presidente della Repubblica italiana, liberale a ventiquattro carati (è, l’Italia, un paese dove l’esser liberali ormai equivale a essere sovversivi), nelle sue “Prediche inutili”, impartisce una “lezione” di cui sembra si sia smarrita la memoria. La si può riassumere nell’assioma: “Conoscere per deliberare”. Vale per chi governa; vale per chi legifera, per chi deve “sorvegliare” governanti e legislatori; soprattutto vale per il cittadino, chiamato periodicamente a scegliere chi deve prendere decisioni che in definitiva ricadranno sul suo capo. Già solo da qui, senza scomodare le reali minacce delle cosiddette “fakes news”, si vede l’essenzialità di una corretta informazione. Che non significa asettica neutralità, che non esiste in natura. Significa piuttosto completezza dell’informazione, possibilità di conoscere i fatti come si sono svolti, poter disporre delle varie “opinioni” su quei fatti, ed essere messi nella condizione di potersi fare una opinione da poter opporre, al momento opportuno, alle “opinioni”.

Conoscere per deliberare” è la base di ogni democrazia. Senza conoscenza non c’è vera libertà

Il preambolo è necessario per ben comprendere quello di cui ora si parla: la questione del diritto di conoscere per poter deliberare secondo scienza e coscienza è ora approdata alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. E’ la prima volta che accade. I “soliti” radicali, ostinati e irriducibili cultori del diritto, sono riusciti a fare una iniziale breccia nella CEDU; e non si può escludere che non sia l’inizio di una slavina destinata a mutarsi in valanga. E’ una storia che risale al 2010 (a riprova di come occorra, in queste cose, pazienza e costanza). Per orientarci in quest’“affaire” il nostro Virgilio si chiama Marco Beltrandi; già parlamentare componente della commissione di Vigilanza nella passata legislatura, continua a seguire con ammirevole acribia le questioni relative all’informazione.

2010, dunque. Elezioni regionali. I radicali lamentano una disparità di trattamento e una carenza informativa da parte del servizio pubblico radio-televisivo. Denunce, scioperi della fame, manifestazioni; un fiducioso rivolgersi all’Autorità per le Comunicazioni. L’esposto però viene archiviato. Nuova iniziativa: questa volta al Tribunale Amministrativo Regionale, che riconosce la fondatezza delle ragioni del partito di Marco Pannella. Il provvedimento viene tuttavia disatteso dall’Autorità, che archivia una seconda volta. “Il TAR”, spiega Beltrandi, “interviene nuovamente. Minaccia perfino un commissariamento ad acta. Con grave ritardo l’Autorità intima al servizio pubblico di riparare e risarcire i radicali per il danno subito sotto forma di comunicazione. Ma neppure quel “recupero” avviene in forma completa e soddisfacente. A questo punto ci si rivolge alla CEDU; nell’esposto presentato non ci si riferisce al singolo caso, si presenta un esposto-dossier che contiene almeno una cinquantina di delibere che avevano dato ragione ai radicali per quel che riguarda il diritto all’informazione”.

Tra una cosa e l’altra siamo al 2014. “Quell’esposto alla CEDU era un’iniziativa molto cara a Pannella, che ha sempre avuto grande fiducia negli strumenti della giurisdizione e del diritto. Si può dire che il motto: “Ci dev’essere un giudice a Berlino” era il suo”, spiega Beltrandi. Si arriva all’altro giorno: la CEDU comunica ufficialmente ai dirigenti del Partito Radicale di aver dato tempo fino al 25 luglio per rispondere a una “batteria” di domande originate dal loro esposto. Poi assumerà le sue decisioni. “Si tratta di un passo avanti importante”, dice Beltrandi. “La novità sta nel fatto che la CEDU ha intrapreso il processo di interrogazione al Governo sulla base proprio dell’impostazione strutturale che avevamo dato. Non era scontato. Questo ci aiuta anche per la attualità”.

Eccoci dunque all’iniziale Einaudi, alla sua disattesa ma sempre valida “lezione”: per essere cittadini e non sudditi occorre conoscere; solo conoscendo si può deliberare. Ancora una volta da Strasburgo l’allarme, il monito, la sollecitazione al Potere di percorrere i binari del diritto, della legge; e abbandonare il terreno della protervia, dell’arroganza, dell’arbitrio. Un ulteriore banco di prova per l’esecutivo guidato da Gentiloni. Curioso che tutto ciò non costituisca “notizia” per nessuno. O, al contrario, assolutamente “normale”.

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